Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33348 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. I, 21/12/2018, (ud. 21/06/2018, dep. 21/12/2018), n.33348

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18371/2015 proposto da:

F.E., quale titolare della Impresa Individuale

F.E., elettivamente domiciliato in Bologna, Via Belfiore n. 3,

presso lo studio dell’avvocato Alvisi Roberto, rappresentato e

difeso dagli avvocati Alvisi Roberto e Franzoni Fabiola, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Barbetti Materials S.p.a., già Prebeton Calcestruzzi S.p.a., in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, Via Monte Santo n. 2 presso lo studio

dell’avvocato Carloni Simona, rappresentata e difesa dall’avvocato

Parigini Roberto, giusta procura in calce alla comparsa di

costituzione di nuovo difensore;

– controricorrente –

contro

Fallimento Impresa Individuale F.E.;

– intimato –

avverso la sentenza m 1170/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 23/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/06/2018 dal cons. Dott. VELLA PAOLA;

lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. VITIELLO MAURO, che ha chiesto che la

Corte di Cassazione, in camera di consiglio, voglia dichiarare

inammissibile il ricorso o, in subordine, rigettarlo nel merito.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di Appello di Bologna ha respinto il reclamo proposto da F.E., quale titolare dell’omonima Impresa Individuale, avverso la propria dichiarazione di fallimento ad opera del Tribunale di Bologna con sentenza del 17 marzo 2015 – su ricorso della Barbetti Materials S.p.a. – mediante il quale erano stati contestati i presupposti di cui alla L. Fall., art. 1, comma 2, tenuto conto dell’asserita cessazione di fatto dell’attività nell’anno 2010.

2. Avverso detta sentenza il F. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, corredato da successiva memoria difensiva, cui la Barbetti Materials ha resistito con controricorso. L’intimata curatela fallimentare non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta “Violazione ed errata applicazione delle norme di diritto ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia”, per avere la Corte d’appello erroneamente ravvisato un legame tra la L. Fall., art. 1 e art. 10.

2. Con il secondo mezzo si lamenta “Violazione ed errata applicazione delle norme di diritto” poichè “in caso di dubbio sulla sussistenza del reato di usura è d’obbligo della Corte trasmettere gli atti alla Procura competente” e comunque “la motivazione addotta dalla Corte è in parte qua viziata poichè non fa buon uso dei poteri istruttori riconosciutigli dalla L. Fall., art. 18 che assegna al giudicante ampi poteri tra cui quello di reperire la documentazione necessaria per escludere, se è il caso, la sussistenza dell’usura”.

3. Il terzo motivo deduce “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia” laddove il giudice a quo “ha ritenuto che la perizia di parte prodotta (…) non abbia in concreto specificato le effettive violazioni delle soglie usurarie da parte degli istituti di credito, ad eccezione dei tassi previsti originariamente all’atto della sottoscrizione dei contratti di finanziamento”.

4. Il quarto mezzo allega una ulteriore “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia” con riguardo alla “omessa totale valutazione della prova decisiva inerente l’ammontare dei debiti risultanti dallo stato passivo”, al fatto che “la domanda di ammissione al passivo dell’ente riscossore si fondava sui soli estratti di ruolo, pertanto mancando della prova della notifica” ed infine sul rilievo che “l’accertamento della prescrizione da parte del Collegio avrebbe evidentemente ridotto l’esposizione debitoria sotto la soglia di fallibilità”.

5. Tutti i motivi formulati sono affetti da plurime ragioni di inammissibilità.

6. In primo luogo, essi prospettano genericamente, confusamente e cumulativamente vizi di natura eterogenea (censure motivazionali ed errores in iudicando), in contrasto con la tassatività dei motivi di impugnazione per cassazione e con l’orientamento di questa Corte per cui una simile tecnica espositiva riversa impropriamente sul giudice di legittimità il compito di isolare, all’interno di ciascun motivo, le singole censure (ex plurimis, Cass. n. 19761, n. 19040, n. 13336 e n. 6690 del 2016; n. 5964 del 2015; n. 26018 e n. 22404 del 2014).

7. In secondo luogo, tutte le censure motivazionali sono state formulate in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) secondo il paradigma vigente prima delle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 (convertito con modifiche dalla L. n. 134 del 2012), che ha reso denunziabile per cassazione solo i vizi motivazionali relativi “all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)”, con conseguente onere – non assolto nel caso di specie dal ricorrente – di indicare, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, “il “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato” testuale o extratestuale da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass. Sez. U, 07/04/2014 n. 8053; conf. Cass. 23/02/2017 n. 7472; Cass. 10/08/2017 n. 19887).

7.1. Pertanto, per le sentenze pubblicate dopo l’11 settembre 2012 – come quella in esame – non è più denunziabile il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione (nel caso di specie peraltro contestati non, come sarebbe stato logico, in via alternativa), avendo la nuova disposizione attribuito rilievo “solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti” (Cass. Sez. U, 23/01/2015 n. 1241; conf. ex plurimis, Cass. n. 13928 del 2015 e n. 19761 del 2016).

8. Inoltre, le contestazioni mosse con riguardo all’accertamento dell’esposizione debitoria complessiva integrano inammissibili censure di merito, volte ad ottenere una rivisitazione (e differente ricostruzione) delle risultanze istruttorie, in quanto tali inammissibili in sede di legittimità, spettando al giudice del merito “in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge” (ex multis, Sez. U, n. 7931 del 2013; Cass. n. 19547 del 2017, n. 962 del 2015, n. 26860 del 2014). Pertanto, la denuncia di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è ammissibile in sede di legittimità solo sotto l’aspetto del vizio motivazionale (Cass. Sez. U, 05/05/2006 n. 10313; conf. Cass. 13/10/2017 n. 24155), nel caso di specie però afflitto dalle ragioni di inammissibilità sopra già evidenziate.

9. Dal ricorso emerge altresì un fraintendimento della ratto decidendi della sentenza impugnata, nella quale i giudici del reclamo hanno rilevato il mancato assolvimento dell’onere probatorio gravante sul fallendo ai sensi della L. Fall., art. 1,comma 2, in uno alla ininfluenza della dedotta cessazione di fatto dell’attività sin dal 2010, trattandosi di imprenditore individuale che al momento della dichiarazione di fallimento risultava ancora iscritto nel Registro delle imprese; donde il pertinente richiamo alla L. Fall., art. 10, che non consente all’imprenditore individuale di dimostrare l’effettiva cessazione dell’attività in data anteriore alla cancellazione dal registro delle imprese (Cass. 21/04/2016 n. 8092).

9.1. Quanto al superamento della soglia di indebitamento complessivo L. Fall., ex art. 1, comma 2, lett. c), il giudice a quo lo ha ricostruito attraverso le risultanze dello stato passivo e le dichiarazioni rese dallo stesso debitore, valutando generica la perizia di parte allegata a fondamento della pretesa esistenza di interessi usurari (v. pag. 4 e 5 della sentenza). Si è quindi di fronte ad un accertamento in fatto fondato sul motivato apprezzamento delle risultanze probatorie da parte del giudice di merito, che può essere sindacato in sede di legittimità solo sotto due profili (però non emergenti nel caso di specie), segnatamente: “qualora il medesimo, esercitando il suo potere discrezionale nella scelta e valutazione degli elementi probatori, ometta di valutare le risultanze di cui la parte abbia esplicitamente dedotto la decisività, salvo escluderne in concreto, motivando sul punto, la rilevanza; ovvero quando egli ponga alla base della decisione fatti che erroneamente ritenga notori o la sua scienza personale” (Cass. 28/02/2018, n. 4699; conf. Cass. 11/10/2016, n. 20382); profili che non emergono nel caso di specie.

10. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della società controricorrente.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compensi, oltre a spese forfettarie nella misura del 15 per cento, esborsi liquidati in Euro 200,00 ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 21 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018

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