Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3334 del 12/02/2010

Cassazione civile sez. I, 12/02/2010, (ud. 02/12/2009, dep. 12/02/2010), n.3334

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – rel. Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SALVATO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Interfin s.r.l., domiciliata in Roma, Via Dardanelli 37, presso

l’avv. CAMPANELLI G., che la rappresenta e difende come da mandato in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento della Interfin s.r.l., domiciliato in Roma, Via della

Giuliana 63, presso l’avv. A. Coderoni, rappresentato e difeso

dall’avv. MARTELLI A., come da mandato in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

B.E.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 4732/2005 della Corte d’appello di Roma,

depositata il 7 novembre 2005;

Sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Aniello Nappi

udito il difensore del resistente, avv. Coderoni, che ha chiesto il

rigetto del ricorso;

Udite le conclusioni del P.M., Dr. ABBRITTI Pietro, che ha chiesto il

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Roma ha confermato il rigetto dell’opposizione proposta dalla Interfin s.r.l. avverso la sentenza che ne aveva dichiarato il fallimento su richiesta del Dr. B.E., creditore per le prestazioni professionali connesse a una consulenza giudiziaria.

Hanno ritenuto i giudici del merito che lo stato di insolvenza della Interfin s.r.l. era stato correttamente accertato sulla base dello stato passivo della società e con riferimento anche alla posizione cella collegata Cierre Sanitari s.r.l., anch’essa dichiarata fallita.

Infatti era stata accertata una consistente esposizione debitoria nei confronti degli istituti di credito e la grave carenza di liquidità era dimostrata anche dal mancato pagamento del residuo credito di venti milioni di lire vantato da B.E..

Sicchè l’esistenza di un significativo patrimonio immobiliare non escludeva l’insolvenza, mentre non poteva considerarsi illegittimo l’immediato ricorso alla procedura concorsuale da parte di B. E..

Infine la condanna alle spese pronunciata dal tribunale era legittimamente fondata sui principio di soccombenza e doveva essere ribadita anche per il giudizio d’appello.

Contro la sentenza d’appello ricorre ora per cassazione la Interfin s.r.l. e propone cinque motivi d’impugnazione, cui resiste con controricorso il Fallimento della Interfin s.r.l..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo la ricorrente lamenta omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.

Deduce che il creditore istante B.E. era stato nominato consulente del tribunale in relazione alla domanda di concordato preventivo presentata nel (OMISSIS) dalla Cierre Sanitari s.r.l.

con la garanzia della Interfin s.r.l. Il tribunale, espletata la consulenza, aveva liquidato al consulente un onorario di L. venticinque milioni, imponendone anche alla società garante in via solidale il pagamento. E il Dr. B.E., deducendo di avere notificato un precetto mai ricevuto dalla debitrice, aveva subito proposto istanza di fallimento, senza prima notificare alla Interfin s.r.l. l’ordinanza di liquidazione del suo compenso, in modo da consentirne l’impugnazione. Infatti la Interfin s.r.l. non poteva essere considerata coobbligata al pagamento delle spese di consulenza sol perchè garante del concordato proposto dalla Cierre Sanitari.

Tanto era stato eccepito dinanzi ai giudici del merito, ma la corte d’appello ha omesso di pronunciarsi su tale eccezione.

1.2 – Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione dell’art. Ili Cost. e art. 112 c.p.c.. Lamenta che, per l’accertamento dello stato di insolvenza, i giudici del merito si siano illegittimamente fondati sullo stato passivo, mai acquisito ed evidentemente riferibile a un accertamento successivo alla dichiarazione del fallimento.

1.3 – Con il terzo motivo la ricorrente deduce violazione della L. Fall., art. 5.

Lamenta che i giudici del merito abbiano omesso di considerare il suo ingente patrimonio immobiliare, valutato oltre L. miliardi, e si siano fondati solo sul mancato pagamento del credito di B. E., per il quale era stata offerta polizza fideiussoria.

1.4 – Con il quarto motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. Fall., artt. 51 e 107.

Lamenta che i giudici del merito abbiano considerato irrilevante il mancato previo esperimento coll’esecuzione mobiliare o immobiliare da parte del creditore istante B.E., che ben conosceva la situazione patrimoniale della sua debitrice.

1.5 – Con il quinto motivo la ricorrente deduce violazione degli art. 91 e 336 c.p.c., lamentando che i giudici d’appello abbiano non so o disatteso. La sua censura relativa alla condanna alle spese del giudizio di primo grado, ma l’abbiano condannata al pagamento anche delle spese di secondo grado, con una liquidazione evidentemente illegittima, in rapporto ai credito residuo di L. venti milioni fatto valere da B.E..

2. IL ricorso è infondato.

Il giudizio di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento “ha per oggetto il solo accertamento dei presupposti del fallimento” (Cass., sez. 1^, 18 gennaio 2008, n. 971, m. 601559), essendo solo incidentale la delibazione dei titoli allegati dai creditori istanti.

Sicchè nel caso in esame è irrilevante stabilire se il credito del Dr. B.E. potesse essere in altra sede contestato, posto che comunque l’impugnazione non fu proposta. Nè è rilevante se il creditore potesse agire in via di esecuzione individuale, posto che all’epoca era officiosa il procedimento per la dichiarazione del fallimento. Ciò che rileva accertare in questo giudizio è l’esistenza di uno state di insolvenza del debitore. E, poichè si trattava all’epoca di un procedimento officioso, era indiscusso in giurisprudenza che la sussistenza dello stato di insolvenza potesse essere correttamente desunta anche dalle risultanze non contestate dello stato passivo relative a crediti preesistenti alla dichiarazione del fallimento (Cass., sez. 1^, 6 settembre 2006, n. 19141, m. 591599, Cass., sez. 1^, 16 giugno 2004, n. 11393, m.

573716, Cass., sez. 1^, 6 marzo 1996, n. 1771, m. 496156), oltre che in genere dagli atti del fascicolo fallimentare (Cass., sez. 1^, 2 giugno 1997, n. 4886, m. 504861, Cass., sez. 1^, 2 maggio 2006, n. 10118, m. 590198), indipendentemente dalla sua formale acquisizione (Cass., sez. 1^, 28 luglio 1997, n. 7019, m. 506238, Cass., sez. 1^, 2 settembre 2005, n. 17698, m. 583067).

Quanto allo stato di insolvenza, “quale presupposto per la dichiarazione di fallimento, si realizza in presenza di una situazione d’impotenza, strutturale e non soltanto transitoria, a soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni a seguito del venir meno delle condizioni di liquidità o di credito necessarie alla relativa attività, mentre resta in proposito irrilevante ogni indagine; sull’imputabilità o meno all’imprenditore medesimo delle cause del dissesto, ovvero sulla loro riferibilità a rapporti estranei all’impresa, così come sull’effettiva esistenza ed entità dei crediti fatti valere nei suoi confronti” (Cass., sez. un., 13 marzo 2001, n. 115, m. 544708, Cass., sez. un., 11 febbraio 2003, n. 1997, m. 560390, Cass., sez. 1^, 3 novembre 2005, n. 21327, m. 584583). Sicchè “ai fini della dichiarazione di fallimento, lo stato di insolvenza va desunto, più che dal rapporto tra attività e passività, dalla possibilità dell’impresa di continuare ad operare proficuamente sul mercato, fronteggiando con mezzi ordinar le obbligazioni” (Cass., sez. 1^, 27 febbraio 2001, n. 2830, m. 544227, Cass., sez. 1^, 16 luglio 1992, n. 8656, m. 478220).

Risulta pertanto incensurabile l’accertamento dei giudici del merito fondato sull’esposizione de, la Interfin s.r.l. verso le banche e sulla sua riconosciuta mancanza di liquidità, dimostrata anche dal mancato pagamento del credito non ingente vantato da B.E..

Quanto alla pronuncia sulle spese del giudizio, indiscussa l’applicazione del principio di soccombenza cui si sono attenuti i giudici del merito (Cass., sez. 1^, 10 settembre 1991, n. 9491, m.

473797), la giurisprudenza è ormai orientata nei senso che il valore della causa non possa essere riferito all’entità del credito vantato dal creditore istante nè all’entità del passivo accertato, ma debba essere considerato indeterminabile (Cass., sez. un., 24 luglio 2007, n. 16300, m. 598451, Cass., sez. 1^, 13 giugno 2008, n. 16032, m.

603777). Sicchè infondato è anche l’ultimo motivo del ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese in favore del resistente, liquidandole in complessivi Euro 2.200,00 di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 2 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2010

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