Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 333 del 10/01/2017

Cassazione civile, sez. II, 10/01/2017, (ud. 06/10/2016, dep.10/01/2017),  n. 333

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13269/2012 proposto da:

D.S.M.R., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CIPRO 77, presso lo studio dell’avvocato CRISTINA

SPERANZA, rappresentata e difesa dall’avvocato CLAUDIO NERI;

– ricorrente –

contro

C.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

COSSERIA 5, presso lo studio dell’avvocato PAOLO MIGLIACCIO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FILIPPO TESTA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 248/2011 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,

depositata il 03/12/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/10/2016 dal Consigliere Dott. ELISA PICARONI;

udito l’Avvocato CLAUDIO NERI, difensore della ricorrente, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato FILIPPO TESTA; difensore della controricorrente, che

ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – Nel 1996 C.M., proprietaria di un appartamento al secondo piano del condominio di (OMISSIS), convenne in giudizio D.S.M.R., proprietaria di altro appartamento sito al secondo piano del medesimo fabbricato, per ottenere la condanna della convenuta alla rimozione delle opere realizzate nel sottotetto, asseritamente lesive della proprietà condominiale e di quella esclusiva dell’attrice, e al risarcimento del danno, o, in subordine, al pagamento dell’indennità di cui all’art. 1127 c.c.. La convenuta D.S. eccepì il difetto di legittimazione attiva dell’attrice e la prescrizione del diritto ex adverso azionato, in quanto le opere erano state realizzate molto tempo addietro.

1.2. – Il Tribunale di Campobasso, con sentenza in data 6 marzo 2007, accolse parzialmente la domanda e condannò la convenuta a provvedere alla rimessione in pristino con riferimento agli interventi eseguiti sui vani sottotetto, rigettando la domanda risarcitoria.

2. – La Corte d’appello, con sentenza depositata il 3 dicembre 2011 e notificata il 4 aprile 2012, ha confermato la decisione rilevando che l’appellante D.S. non aveva provato la fondatezza dell’eccezione di prescrizione del diritto ex adverso azionato; che, nel silenzio dei titoli, doveva presumersi la proprietà condominiale sia dell’atrio-corridoio sia della porzione di sottotetto sovrastante l’atrio-corridoio, entrambi interessati dai lavori eseguiti dalla D.S. in assenza di autorizzazione dell’assemblea condominiale; che tali lavori erano consistiti nella rimozione del solaio di calpestio ligneo e nella sua sostituzione con uno in latero-cemento posizionato ad una quota inferiore, nella realizzazione di un’apertura che conduceva dalla soffitta di proprietà esclusiva D.S. all’altra porzione, composta da due vani “intrafficabili”, e di una ulteriore apertura nel muro che divideva i due vani anzidetti.

3. – Per la cassazione della sentenza D.S.M.R. ha proposto ricorso sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso C.M..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Il ricorso è infondato.

1.1. – Con il primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 2947 c.c. e art. 115 c.p.c., comma 1, nonchè vizio di motivazione circa il fatto controverso e decisivo della prescrizione del diritto azionato.

La ricorrente contesta la conferma della decisione del Tribunale – che aveva disatteso l’eccezione di prescrizione sul rilievo che i lavori erano stati ultimati nel mese di dicembre del 1991, come indicato dal CTU, e che pertanto il termine di cinque anni non era ancora decorso al momento della domanda giudiziale, nonostante fosse stato evidenziato, con l’atto di appello, che l’ipotesi formulata dal CTU doveva ritenersi superata dalle dichiarazioni rese all’udienza del 4 maggio 2001 dal teste B.D., marito della D.S., secondo il quale i lavori erano stati realizzati circa 15 anni prima.

1.2. – La doglianza è infondata, anche se la motivazione deve essere sul punto corretta.

1.3. – La Corte d’appello ha ritenuto che la sig.ra D.S. non avesse dato prova della eccezione, formulata in comparsa di risposta e riproposta in appello, secondo cui il diritto della controparte era prescritto per il lungo tempo trascorso da quando erano stati realizzati i lavori oggetto di contestazione.

In proposito va rilevato che il diritto azionato dalla sig.ra C., nella parte in cui concerne la rimozione delle opere realizzate sulla proprietà comune, non era prescrittibile in quanto espressione della facoltà concessa al proprietario o comproprietario di tutelare, senza limiti di tempo, il proprio diritto a godere del bene oggetto della proprietà, con la conseguenza che neppure si poteva porre una questione di prova della prescrizione.

La ricorrente, peraltro, lamenta l’inadeguatezza della motivazione resa dalla Corte d’appello sul gravame con cui ella aveva contestato la decisione del Tribunale, secondo cui al momento della notifica dell’atto di citazione non era decorso il quinquennio dalla ultimazione dei lavori, come accertata dal CTU. La censura, che non a caso prospetta la violazione dell’art. 2947 c.c., fa dunque riferimento alla prescrizione del diritto al risarcimento da illecito aquiliano, evidenziando che l’eccezione di prescrizione mirava a paralizzare la pretesa risarcitoria avanzata dall’attrice C., in uno con la domanda di riduzione delle opere.

Tuttavia, la domanda risarcitoria dell’attrice non è stata accolta e quindi la questione della prescrizione era ed è priva di significato.

2. – Con il secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 1117 e 1122 c.c. e art. 115 c.p.c., nonchè vizio di motivazione circa il fatto controverso e decisivo della individuazione del regime di proprietà del vano sottotetto e delle facoltà del singolo condomino sulle parti comuni dell’edificio.

La ricorrente contesta che la Corte d’appello abbia considerato di proprietà condominiale la porzione di sottotetto costituita da due vani “intrafficabili”, non destinati all’uso comune nè all’esercizio di un servizio di interesse condominiale, che erano già indicati, come evidenziato dal CTU, nella planimetria del 1940. Discorso analogo varrebbe per il lucernaio realizzato dalla D.S., tanto più che la Corte d’appello non aveva motivato sulla illegittimità dello stesso, ignorando la censura in proposito formulata, e per le aperture realizzate nel vano sottotetto, a proposito delle quali la Corte territoriale non aveva chiarito in quale modo le opere indicate potessero produrre danni al fabbricato condominiale o alle parti comuni, o limitare i diritti degli altri condomini.

2.1. – La doglianza è infondata sotto più profili.

La Corte d’appello ha accertato che i vani in questione, i quali coprono parti comuni dell’edificio (atrio e corridoio) e non sono accessibili, svolgono funzione di isolamento termico ed ha concluso che gli stessi, in assenza di titoli, costituiscono pertinenza comune.

L’accertamento così compiuto è conforme al principio ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, in tema di condominio, la natura del sottotetto di un edificio è, in primo luogo, determinata dai titoli, e, solo in difetto di questi ultimi, può ritenersi comune se, avuto riguardo alle caratteristiche strutturali e funzionali, esso risulti oggettivamente destinato (anche solo potenzialmente) all’uso comune o all’esercizio di un servizio di interesse comune (ex plurimis, da ultimo, Cass., sez. 6-2, ord. n. 17249 del 2011)”.

L’argomento difensivo della ricorrente, che assume che almeno una parte dei predetti vani sottotetto sarebbe di sua proprietà esclusiva in quanto accessibile soltanto dal suo appartamento, è smentita dall’accertamento della Corte d’appello dal quale emerge che l’accesso in questione è stato realizzato dalla ricorrente.

Il profilo di censura con il quale denuncia l’erroneità della decisione della Corte d’appello perchè contrastante con i dati che emergerebbero dalle planimetrie catastali attinge alla valutazione dei documenti, e quindi al merito della controversia, sollecitando un riesame che è precluso al giudice di legittimità.

3. – Al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente alle spese del presente giudizio, come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 6 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 gennaio 2017

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