Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33276 del 10/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/11/2021, (ud. 23/09/2021, dep. 10/11/2021), n.33276

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5089-2020 proposto da:

K.K., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CESI,

72, presso lo studio dell’avvocato ANDREA SCIARRILLO, rappresentato

e difeso dall’avvocato PIETRO SGARBI;

– ricorrente –

nonché contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI BOLOGNA – SEZIONE

DI FORLI’ – CESENA, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI

12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2973/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 22/10/2019 R.G.N. 156/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2021 dal Consigliere Dott. PICCONE VALERIA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

– K.K. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Bologna, depositata il 22 ottobre 2019, che aveva confermato la decisione del locale Tribunale di reiezione della sua domanda per il riconoscimento della protezione internazionale e della protezione umanitaria;

– dall’esame della decisione impugnata emerge che a sostegno della domanda il richiedente aveva allegato di aver lasciato il proprio Paese d’origine, il Ghana, dopo essere stato arrestato a cagione di un laptop acquistato di seconda mano che era risultato rubato; ha aggiunto che era rimasto in prigione quasi due mesi ed era stato poi assolto mentre i membri della gang che avevano compiuto la rapina (ai danni di un ministro) avevano subito una condanna a quindici e venticinque anni di reclusione; ha concluso che dopo l’assoluzione aveva ricevuto diverse telefonate minatorie della banda che lo minacciava di ucciderlo perché in grado di identificarne i membri;

– La Corte ha confermato l’ordinanza del Tribunale che aveva respinto l’impugnazione avverso il provvedimento della Commissione territoriale che aveva disatteso l’istanza evidenziando che non sussistevano le condizioni per il riconoscimento delle protezioni internazionale e umanitaria richieste;

– il ricorso, assistito da memoria, è affidato a quattro motivi;

– il Ministero dell’Interno ha presentato memoria al fine della eventuale partecipazione all’udienza ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

– con il primo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, oltre che vizio di motivazione;

– con il secondo motivo si allega la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 5,7 e 14, nonché omessa motivazione e omesso esame di un fatto decisivo;

– con il terzo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 comma 3;

– con il quarto motivo si allega la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 2008, art. 32, comma 3;

– va preliminarmente rilevato come debbano considerarsi inammissibili le censure inerenti a vizio di motivazione;

– in ordine alla omessa motivazione su un fatto decisivo, consistente nell’esame delle risultanze istruttorie acquisite nel giudizio di secondo grado, va rilevato che si verte nell’ambito di una valutazione di fatto totalmente sottratta al sindacato di legittimità, in quanto in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 che ha limitato la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, con la conseguenza che, al di fuori dell’indicata omissione, il controllo del vizio di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6 ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte -formatasi in materia di ricorso straordinario- in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4) e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità (fra le più recenti, Cass. n. 13428 del 2020; Cass. n. 23940 del 2017);

– le restanti censure, da esaminare congiuntamente per ragioni logico sistematiche sono fondate per quanto di ragione;

– come osservato da questa Corte (cfr. Cass. n. 6738 del 2021), la questione avanzata relativa alla credibilità rileva sotto il profilo della violazione di legge e non come omesso esame di fatto decisivo, e in particolare come violazione delle regole procedimentali poste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria;

– in sede di legittimità è stato più volte affermato che la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera opinione del giudice, ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi di quanto narrato dal richiedente, ma secondo la griglia predeterminata di criteri offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, (v. Cass. 26921/2017, Cass. n. 08282/2013; Cass. n. 24064/2013; Cass. n. 16202/2012);

– in particolare, l’art. 3 citato prevede che “qualora taluni elementi o aspetti delle dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale non siano suffragati da prove, essi sono considerati veritieri se l’autorità competente a decidere sulla domanda ritiene che: a) il richiedente ha effettuato ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; b) tutti gli elementi pertinenti in suo possesso sono stati prodotti ed è stata fornita una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi; c) le dichiarazioni del richiedente sono ritenute coerenti e plausibili e non sono in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone; d) il richiedente ha presentato la domanda di protezione internazionale il prima possibile, a meno che egli dimostri di aver avuto un giustificato motivo per ritardarla; e) dai riscontri effettuati il richiedente e’, in generale, attendibile;

– si tratta di criteri legali tutti incentrati sulla buona fede soggettiva nella proposizione della domanda, la cui violazione può rilevare, nel giudizio di legittimità, ai fini della denuncia del vizio processuale di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3;

– in particolare sulla valutazione di credibilità del racconto la norma indica quattro principali criteri di valutazione e cioè: a)la coerenza interna, che riguarda le eventuali incongruenze, discrepanze o omissioni presenti nelle dichiarazioni, rilevabili direttamente dal racconto; b) la coerenza esterna, che si riferisce alla coerenza tra il resoconto del richiedente e prove di altro tipo ottenute dalle autorità competenti, comprese le informazioni sul paese di origine, c) la sufficienza dei dettagli, poiché di regola il dettaglio è indicativo di una vicenda effettivamente vissuta; d) la plausibilità o verosimiglianza, e cioè che si tratti di un fatto possibile, nonché apparentemente ragionevole, verosimile o probabile;

-su quest’ultimo punto anche la giurisprudenza della Corte si è espressa affermando che le dichiarazioni del richiedente asilo sono da sottoporre non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda (Cass. 21142/2019; Cass. 11925/2020);

– nondimeno, la verosimiglianza, che nella specie è il criterio unico utilizzato dal giudice di merito, non può avere come termine di paragone le convinzioni soggettive del giudice su ciò che è vero, ragionevole o verosimile, ma deve oggettivizzarsi, dovendosi evitare, come sopra si è detto, che la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente resti affidata alla mera opinione del giudice, anche al fine di assicurare parità di trattamento (cfr. Cass. n. 6738 del 2021 cit.);

– ne consegue che, per individuare cioè che è vero, ciò che effettivamente accade nella realtà dei fatti, cui il fatto narrato è simile e pertanto plausibile, ci si deve affidare alla regola dell’id quod plerumque accidit, che ha una sua dimensione spaziale e temporale;

– ciò che è vero o verosimile in un dato luogo e in dato tempo può non esserlo in altro luogo ed in altro tempo;

– pertanto, il giudizio di verosimiglianza o plausibilità, ovvero anche lo stesso giudizio di ragionevolezza non può essere eseguito comparando il racconto con ciò che è vero e ragionevole per il giudice o per il cittadino Europeo medio, o con ciò che normalmente accade in un paese Europeo;

– deve invece farsi -come suggerisce anche una specifica pubblicazione dell’EASO in materia (Valutazione delle prove e della credibilità nell’ambito del sistema Europeo comune di asilo, 2018, p. 196)- valutando la “plausibilità di fatti pertinenti asseriti nel contesto delle condizioni esistenti nel paese di origine e del contesto del richiedente, compresi il genere, l’età, l’istruzione e la cultura”;

– è questo ciò che il giudice del merito ha omesso di fare e l’errore di cui si duole il ricorrente;

– la Corte, infatti, ha ritenuto che il racconto fosse scarsamente credibile sovrapponendo il giudizio di credibilità, che è soggetto alla regole di cui si è detto, con l’onere della prova ed in particolare con l’onere di fornire riscontri, ove possibile, alla narrazione, non tenendo conto del consolidato principio secondo il quale la mancanza di prova documentale non può mai essere considerata decisiva (Corte EDU, Bahaddar c. Paesi Bassi, 19 Febbraio 1998, p. 45);

– anche la giurisprudenza della CGUE (CGUE 2 dicembre 2014, cause C214/13, C- 149/13 e C-150/13, p. 58) ha affermato che quando taluni aspetti delle dichiarazioni di un richiedente asilo non sono suffragati da prove documentali o di altro tipo, tali aspetti non necessitano di una conferma, purché siano soddisfatte le condizioni cumulative stabilite dall’art. 4, par. 5, lett. da a) a c), della medesima direttiva (testualmente riprodotte in seno al corrispondente art. 3, comma 5, cit.);

– inoltre, la Corte ha omesso di acquisire informazioni sullo specifico punto rilevante della narrazione del richiedente in ordine alla “forza” della gang ed al timore per la propria vita;

– così facendo il giudice di merito è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria (artt. 10/16 direttiva 2013/32/UE, già direttiva 2005/85/CE; il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3; D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27) inteso come attività di cooperazione dello Stato con il richiedente asilo per determinare gli elementi significativi della domanda;

– il dovere di cooperazione impone al giudice di acquisire da fonti attendibili informazioni complete, puntuali pertinenti e aggiornate sulle condizioni del Paese di origine, citando la fonte nel provvedimento giurisdizionale (Cass. 11096/2019; Cass. 25545/2020; Cass. 8819/2020; Cass. 13897/2019; sull’onere di allegazione si vedano Cass. 11103/2019 e Cass. 2355/2020);

– vero è che in taluni casi questa Corte ha escluso che il giudice, ritenuto inattendibile intrinsecamente il racconto, debba anche assume” informazioni (COI) sul paese di origine (Cass. n. 28862/2018, Cass. n. 33858/2019, Cass. n. 08367/2020), ma ciò si riferisce ai diversi casi di dichiarazioni intrinsecamente inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva;

– se il racconto è affetto da estrema genericità o da importanti contraddizioni interne, la ricerca delle COI è inutile perché manca alla base una storia individuale rispetto alla quale valutare la coerenza esterna, la plausibilità ed il livello di rischio;

– il giudice non può e non deve supplire ad eventuali carenze delle allegazioni (Cass. n. 2355/2020; Cass. 8819/2020) posto che il ricorrente è l’unico ad essere in possesso delle informazioni relative alla sua storia personale e quindi deve indicare gli elementi relativi all’età, all’estrazione, ai rapporti familiari, ai luoghi in cui ha soggiornato in precedenza, alle domande di asilo eventualmente già presentate (v. CGUE 5 giugno 2014, causa C- 146/14; nello stesso senso Cass. 8819/2020);

– con la precisazione che l’onere di allegazione si attenua in quei casi in cui può prescindersi dal riscontro individuale entro i limiti rigorosi indicati dalla CGUE nelle sentenze del 17 febbraio 2009 (Elgafaji, C-465/07) e del 30 gennaio 2014, (Diakite’ C- 285/12) e cioè quando la violenza indiscriminata sul territorio raggiunge livello talmente elevato da far ritenere che un civile correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, il rischio di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (v. Cass. 17069/2018);

– nel caso di specie il richiedente ha fornito un racconto dettagliato, che il giudice di merito ha ritenuto inattendibile non già utilizzando il criterio della coerenza interna, ma quello della verosimiglianza, cui non poteva fare ricorso se non acquisendo prima le pertinenti informazioni sul paese di origine e tenendo conto delle condizioni personali del richiedente e del suo livello culturale;

– inoltre è stato anche indicato un profilo specifico di rischio (le minacce di morte ricevute dalla banda) sul quale è stata omessa la valutazione con particolare riguardo al sistema carcerario e di polizia ed in generale al pericolo incombente in relazione alla forza di bande organizzate apparentemente dotate di significativo potere di minaccia;

– ciò rileva non già come omesso esame di fatto decisivo, ma come violazione di legge, in quanto la valutazione di credibilità del richiedente deve essere “frutto di una valutazione complessiva di tutti gli elementi” e non può “essere motivata soltanto con riferimento ad elementi isolati e secondari o addirittura insussistenti, quando invece viene trascurato un profilo decisivo e centrale del racconto” (Cass. n. 10908/2020);

– neppure, secondo la giurisprudenza di questa Corte, “la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo deve essere rivolta ad una capillare ricerca di eventuali contraddizioni – atomisticamente esaminate insite nella narrazione della sua personale situazione, dovendosi piuttosto effettuare una disamina complessiva della vicenda persecutoria narrata” (Cass. n. 07546/2020 Cass., n. 07599/2020, cit.);

– tale ultima pronuncia afferma poi il principio secondo il quale, all’esito del vaglio di credibilità eseguito secondo le regole sopra espresse, quando residuino dubbi rispetto ad alcuni dettagli della narrazione, “può trovare applicazione il principio del beneficio del dubbio, come si desume dal D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 3, letto alla luce della giurisprudenza convenzionale”;

– tali valutazioni rilevano anche con riguardo alla richiesta di protezione umanitaria in ordine alla quale la Corte territoriale ha omesso qualsivoglia riferimento alla situazione concreta in alcun modo motivando in ordine alla vulnerabilità allegata da parte ricorrente che ha prodotto, peraltro un regolare contratto di lavoro risalente al 2018;

– alla luce delle suesposte argomentazioni, in accoglimento per quanto di ragione del ricorso, la sentenza deve essere cassata e rinviata alla Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione, per un nuovo esame, in particolare per rivedere il giudizio di credibilità approfondendo, con la assunzione di COI pertinenti, aggiornate ed affidabili, la situazione attuale anche con riguardo al ruolo della polizia nel contenimento della violazione di diritti fondamentali;

– il giudice del rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa per un nuovo esame alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione che deciderà anche sulle spese relative al presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 23 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2021

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