Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33274 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. trib., 21/12/2018, (ud. 18/10/2018, dep. 21/12/2018), n.33274

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

CASSIBBA TRA.S.P.ORT.I. S.r.l., in persona del legale rappresentante

pro tempore, rappresentata e difesa, giusta procura speciale apposta

in margine al ricorso, dall’Avv. Giuseppe Cristiano, che ha indicato

recapito PEC, ed elettivamente domiciliata presso lo studio della

Dott.ssa Lucia Fuccio Sanzà, alla piazza Bologna n. 6 in Roma;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore, legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, ex lege,

dall’Avvocatura Generale dello Stato, ed elettivamente domiciliata

presso i suoi uffici, alla via dei Portoghesi n. 12 in Roma;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 374, pronunciata dalla Commissione Tributaria

Regionale di Palermo, Sezione distaccata di Catania, in data

10.1.2011, e pubblicata il giorno 19.9.2011;

ascoltata, in camera di consiglio, la relazione svolta dal

Consigliere Paolo Di Marzio;

la Corte osserva.

Fatto

FATTI DI CAUSA

la società Cassibba Trasporti Srl riceveva dall’Agenzia delle Entrate l’avviso di accertamento n. (OMISSIS), attinente ad Irpeg ed Ilor in relazione all’anno 1997. L’avviso scaturiva dal Processo Verbale di Costatazione (Pvc) redatto dalla Guardia di Finanza e notificato alla odierna ricorrente il 18.3.1999, mediante il quale si riteneva accertato, oltre ad alcuni rilievi di minore valore economico e non contestati, che la parte, avendo ricevuto un contributo in conto capitale (contributo in conto interessi), non aveva provveduto ad includerlo in contabilità quale sopravvenienza attiva, incorrendo nella violazione della normativa fiscale vigente.

La società Cassibba impugnava l’accertamento innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Ragusa contestando – ne dà atto la Commissione Tributaria Regionale di Palermo, sezione distaccata di Catania, nel provvedimento oggi impugnato (p. 2) – che effettivamente il contributo ricevuto dallo Stato non era stato contabilizzato come ricavo, ma era stato temporaneamente iscritto in un apposito fondo, da cui era stato poi stornato ed imputato a diminuzione dell’attivo patrimoniale, con la conseguenza che aveva regolarmente scontato la tassazione prevista dalla normativa in vigore.

La Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso introdotto dalla contribuente, perchè l’Agenzia delle Entrate, pur costituitasi con laconico atto, non aveva prodotto il Pvc su cui l’accertamento tributario si fondava per relationem.

L’Agenzia delle Entrate ricorreva innanzi alla Commissione Tributaria Regionale di Palermo, sezione distaccata di Catania, producendo il Pvc ed osservando, innanzi tutto, che alcuni importi recuperati a tassazione non erano stati neppure contestati dalla società Cassibba, e pertanto sugli stessi si “era formato il giudicato”, con la conseguenza che in nessun caso l’avviso di accertamento avrebbe potuto essere integralmente annullato. Contestava, inoltre, l’erroneità della decisione adottata dalla Commissione Tributaria Provinciale. La Commissione Tributaria Regionale accoglieva il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, osservando che “i contributi in conto capitale sono disciplinati dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 88 (ex art. 55), comma 3, e… costituiscono sopravvenienze attive che concorrono a formare il reddito nell’esercizio in cui sono stati incassati…” (sent. CTR p. 2). In conseguenza la contribuente aveva violato la normativa vigente, e l’accertamento effettuato nei suoi confronti doveva quindi essere integralmente confermato.

Avverso la decisione della Commissione Tributaria Regionale ha proposto impugnazione per cassazione la società Cassibba, affidandosi ad un unico, articolato, motivo di ricorso. Resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – La contribuente contesta con il suo motivo di impugnazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione dl D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 39 e 42 e D.P.R. n. 917 del 1986, art. 88 (ex art. 55) e art. 109 (ex art. 75, nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, l’omessa pronuncia, e comunque l’omessa motivazione, su un fatto decisivo per la controversia, che si risolve nella difesa insistentemente proposta, secondo cui la condotta contestata alla società Cassibba si è risolta in una mera violazione formale, non essendo stato arrecato alcun pregiudizio erariale (ric. p. 6).

2.1. – Con il suo motivo di ricorso la società Cassibba contesta alla Commissione Regionale di essere incorsa nella violazione di legge, così come di aver pronunciato una sentenza nulla e comunque affetta da vizio di motivazione, per non avere pronunciato sulla propria domanda volta a conseguire l’accertamento che, dalle sue scelte in materia di imputazione contabile, non era derivato alcun pregiudizio alle ragioni dell’Erario, risultando in conseguenza ingiustificato l’accertamento.

Sembra allora opportuno osservare, innanzitutto, che la società ricorrente non contesta più di avere effettuato una corretta contabilizzazione del contributo statale ricevuto, ma domanda una pronuncia in merito alla non debenza del tributo richiesto, per aver comunque assolto, nella propria prospettazione, ad ogni onere fiscale.

Indipendentemente dalla fondatezza, o meno, dell’argomento proposto, deve riscontrarsi che la doglianza risulta inammissibile, sotto più profili. L’Agenzia delle Entrate ha sostenuto, in controricorso, che la questione dell’assenza del danno erariale sarebbe stata introdotta tardivamente dalla odierna impugnante, in sede di ricorso per cassazione. Invero la Commissione Tributaria Regionale non esamina la questione, e neppure dà atto della proposizione della stessa nel corso dei gradi di merito del giudizio. La Società Cassibba, invero, ha inteso segnalare, nel suo ricorso per cassazione, gli atti mediante i quali avrebbe coltivato la questione (ric., p. 7), senza però fornire alcuna specifica indicazione delle censure mosse, ed anzi richiamando intere pagine dei propri scritti difensivi. Diversamente, chi intenda riproporre in sede di giudizio di legittimità una propria lagnanza, ha l’onere di indicare nel dettaglio in quali atti l’abbia proposta e con quali formule, segnalando pure con quali atti ulteriori abbia provveduto a diligentemente coltivare le proprie censure, al fine di consentire alla Suprema Corte il controllo che le compete circa la tempestività e congruità della critica proposta, prima ancora di procedere a valutarne anche la decisività, come pure è suo specifico compito (cfr. Cass. SU 24.2.2015, n. 3670). Questa Corte di legittimità, del resto, ha di recente avuto occasione di chiarire che “in tema di ricorso per cassazione, non costituisce rituale adempimento dell’onere imposto al ricorrente dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, violando, per converso, il principio di specificità ivi contemplato e comportando l’inammissibilità del ricorso stesso, la generica indicazione, da parte del ricorrente per cassazione, di intere pagine del proprio ricorso in appello, con richiesta alla Corte di legittimità di ricercare al loro interno se un motivo sia stato articolato e di individuare quale sia il suo esatto contenuto”, Cass. 18.6.2018, n. 15936.

Deve riscontrarsi pure che è ravvisabile, nella critica proposta dal ricorrente, la mescolanza di una pluralità di argomentazioni eterogenee, con la pretesa di demandare, inammissibilmente, al Giudice di legittimità il compito di individuare le specifiche ragioni del ricorso (cfr., da ultimo, Cass. 12.4.2018, n. 25996).

Inoltre, dal testo della impugnata sentenza non risulta che la ricorrente società abbia dedotto, quale motivo di impugnazione, 1″assenza di danno erarialè, essendosi piuttosto limitata a dedurre la regolarità, ovvero la legittimità, della procedura contabile seguita, che è cosa diversa dalla deduzione, esplicitata solo in sede di giudizio per cassazione, della violazione delle regole contabili (indicazione del contributo tra i componenti attivi del reddito di impresa per l’anno 1997, quale sopravvenienza attiva D.P.R. n. 917 del 1986, ex art. 88 (art.55)), senza che tuttavia fosse stato cagionato un concreto danno erariale.

La censura appare tanto più infondata se si considera l’ulteriore circostanza che non produce il medesimo effetto fiscale includere il contributo in conto capitale ricevuto fra le sopravvenienze attive tassate nell’anno 1997, o posticiparne la contabilizzazione all’anno successivo, sotto forma di riduzione dei componenti negativi costituiti dalle quote di ammortamento.

Il motivo di ricorso deve perciò essere dichiarato inammissibile.

Le spese di lite seguono la soccombenza, e sono liquidate come quantificate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso proposto dalla CASSIBBA TRA.S.P.ORT.I. Srl, che condanna al pagamento delle spese di lite in favore della costituita controricorrente Agenzia delle Entrate, e le liquida nella misura di Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018

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