Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33271 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. trib., 21/12/2018, (ud. 18/10/2018, dep. 21/12/2018), n.33271

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Paolo – rel. ed est Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

T.F., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

apposta a margine del ricorso, dagli Avv.ti Natale Mangano, del Foro

di Torino, e Claudio Lucisano, del Foro di Roma, anche

disgiuntamente fra di loro, che hanno indicato recapito Pec, ed

elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, alla via

Crescenzio n. 91 in Roma;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore, legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, ex lege,

dall’Avvocatura Generale dello Stato, ed elettivamente domiciliata

presso i suoi uffici, alla via dei Portoghesi n. 12 in Roma;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 33, pronunciata dalla Commissione Tributaria

Regionale di Torino in data 8.2.2011, e pubblicata in data 8.3.2011;

ascoltata, in camera di consiglio, la relazione svolta dal

Consigliere Paolo Di Marzio;

letta la memoria depositata dal ricorrente, la Corte osserva.

Fatto

FATTI DI CAUSA

l’odierno ricorrente, T.F. riceveva, in data 18.12.2008, l’avviso di accertamento n. (OMISSIS), notificatogli dall’Agenzia delle Entrate – Ufficio di Torino – con il quale, relativamente all’anno d’imposta 2003, veniva accertato un maggior reddito imponibile pari ad Euro 179.093,00, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38.

Dai controlli effettuati in relazione alla posizione fiscale dell’odierno ricorrente, emergeva che il T., per l’anno 2003, aveva dichiarato nel quadro RL del Modello Unico 2004 una plusvalenza di Euro 4.722,00, derivante dall’alienazione, avvenuta in data 30.12.2003, di un immobile ad uso commerciale, sito in Torino alla (OMISSIS), che il ricorrente aveva a sua volta acquistato in data 26.7.2001, e che risultava pertanto, in virtù dell’art. 81 TUIR nel testo allora vigente, sottoposto a tassazione.

Tuttavia, dall’esame degli atti notarili di acquisto e successiva vendita dell’immobile, risultava una incongruenza tra il valore del corrispettivo percepito a seguito dell’alienazione dell’unità immobiliare, che al rigo RL13 veniva indicato pari ad Euro 345.228, ed i dati in possesso dall’Amministrazione e riportati nel rogito notarile d’acquisto, che recava quale prezzo la somma di Lire 300.000,000, cui azava aggiunta l’IVA del 10%, per un valore complessivo di Lire 330.000,00 (pari ad Euro 170.430,87). L’Ente impositore, pertanto, procedeva all’invio del questionario n. (OMISSIS), assegnando al contribuente un termine di 15 giorni, a decorrere dal ricevimento della richiesta, per fornire tutta la documentazione giustificativa della differenza tra quanto esposto in dichiarazione e quanto risultante nell’atto notarile.

In risposta al questionario il T. dichiarava che, all’epoca dei fatti oggetto di contestazione, la parte alienante gli aveva imposto, quale parte acquirente, una sottofatturazione, conseguentemente nel rogito notarile era stato indicato, in luogo del prezzo effettivamente corrisposto, un corrispettivo sensibilmente inferiore a quanto realmente pagato. A sostegno delle proprie affermazioni, il contribuente forniva copia del contratto preliminare di compravendita, dal quale risultava che il prezzo pattuito fra le parti, all’epoca in cui il T. acquistò l’immobile, ammontava a Lire 670.000,000 e non a Lire 300.000,000. Inoltre, il T. produceva documentazione bancaria a dimostrazione dei pagamenti che affermava essere stati realmente effettuati e pertanto dei costi sostenuti per l’acquisto dell’unità immobiliare in questione, ed avanzava la richiesta di procedere alle opportune verifiche presso il venditore, nonchè di considerare il valore normale del bene al momento della cessione, in base alle caratteristiche dell’immobile stesso.

L’Ufficio, dal canto suo, replicava che potevano essere presi in considerazione solo gli atti pubblici, giacchè l’invocato contratto preliminare, che indicava un prezzo diverso e maggiore, costituiva una semplice scrittura privata non autenticata e non registrata, non opponibile a terzi perchè priva di data certa.

Con riferimento all’ulteriore documentazione prodotta aggiungeva, invece, che nell’atto d’acquisto non era stato dettagliatamente riportato l’elenco dei mezzi di pagamento, ma era stata semplicemente rilasciata dal venditore la quietanza del prezzo dichiarato. Quanto alle richieste proposte dal contribuente, aveva ritenuto che queste fossero prive di fondamento.

Alla luce di quanto riscontrato, l’Agenzia delle Entrate emetteva l’avviso di accertamento con il quale venivano rettificati i redditi dichiarati relativamente all’anno d’imposta 2003, con conseguenti maggiori imposte IRPEF, addizionale regionale ed addizionale comunale per un totale pari ad Euro 75.311,00, oltre le conseguenti sanzioni di pari importo, per un valore complessivo di Euro 150.622,00.

Avverso tale avviso di accertamento, il contribuente presentava ricorso innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Torino, sulla base di numerosi ed articolati motivi. In particolare, l’atto impugnato veniva censurato sotto diversi profili di nullità: per vizi di notifica, violazione del diritto di difesa, carenza di motivazione e vizio di sottoscrizione. Veniva lamentata, inoltre, l’insussistenza dell’obbligazione tributaria per carenza del presupposto oggettivo, in quanto ad avviso del contribuente, nel periodo di imposta 2003 nessun reddito ulteriore, rispetto a quanto dichiarato, sarebbe stato conseguito dallo stesso, nonchè l’applicazione delle sanzioni tributarie, stante le obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle relative disposizioni tributarie.

Il ricorrente domandava alla Commissione adita di accogliere i suoi motivi di contestazione e dichiarare nullo, o comunque annullare, l’atto impugnato, dichiarando pure che nessuna somma era da lui dovuta. In subordine chiedeva che gli atti fossero rimessi alla Corte Cost. al fine di accertare l’illegittimità costituzionale del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, per contrasto con la L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 6, comma 5, e violazione degli artt. 2,3,23,53 e 97 Cost..

La Commissione Tributaria Provinciale di Torino, con sentenza n. 132 del 11.11.2009, respingeva il ricorso e condannava il contribuente al pagamento delle spese di lite.

Avverso la predetta sentenza, il T. spiegava appello innanzi alla Commissione Tributaria Regionale di Torino, insistendo nel proporre le doglianze già formulate in sede di primo grado.

La Commissione Tributaria Regionale, con sentenza n. 33 dell’8.3.2001, ha confermato la pronuncia del giudice di prime cure, facendo proprie le argomentazioni proposte nella motivazione dell’impugnata sentenza.

Avverso la decisione adottata dalla Commissione Tributaria Regionale di Torino ha proposto ricorso per cassazione T.F., affidandosi a sei motivi. Resiste con controricorso l’Ente impositore, l’Agenzia delle Entrate. Il contribuente ha pure depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Con il primo motivo di ricorso, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, lamentando pertanto il vizio di motivazione, l’impugnante critica la Commissione Tributaria Regionale per aver giudicato palesemente infondata la domanda di sospensione del giudizio in relazione alla sollevata questione di legittimità costituzionale del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, per contrasto con la L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5 e violazione dei precetti costituzionali di cui agli artt. 2,3,23,53 e 97 Cost. Il contribuente sostiene che l’esiguità del termine previsto dal D.P.R., art. 32, rispetto alla gravosa portata degli obblighi comandati dall’Ufficio impositore, avrebbe arrecato un grave pregiudizio al suo diritto di difesa. La disposizione in questione, ad avviso dell’odierno ricorrente, si porrebbe in palese contrasto con la L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5, emanato in attuazione di precetti costituzionali, al fine di evitare comportamenti vessatori da parte dell’Amministrazione finanziaria, ed al contempo evitare un danno grave e ingiusto al contribuente. La delicatezza del rilievo sollevato, avrebbe, pertanto, meritato un più attento esame da parte del giudice dell’appello, che senza fornire una motivazione si sarebbe invece limitato a respingere sul punto ogni doglianza.

1.2. – Con il secondo motivo d’impugnazione il ricorrente censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la Commissione Tributaria Regionale per aver ritenuto che il contestato vizio di notificazione dell’avviso di accertamento per cui è causa sia rimasto sanato dalla proposizione del ricorso introduttivo, mentre anche in sede di appello erano state rinnovate le critiche avverso la violazione del disposto di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60.

1.3. – Con il terzo motivo d’impugnazione il ricorrente, ancora ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, critica il giudice d’appello per aver confermato, relativamente alla pretesa nullità per difetto di sottoscrizione dell’atto impositivo, la decisione della Commissione Tributaria Provinciale, che aveva rigettato la relativa contestazione. Secondo l’odierno ricorrente, l’atto impositivo recherebbe una sigla non intellegibile nonchè un timbro riconducibile al dirigente area controlli, in luogo del Direttore, e ciò in violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, il quale espressamente prescrive che il ricorso sia sottoscritto, non soltanto siglato, dal capo dell’Ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. La Commissione Tributaria Regionale si sarebbe pertanto limitata a ripetere l’insegnamento della Corte di legittimità circa l’equipollenza della sigla alla firma per esteso, essendo indicata nella specifica fattispecie la qualifica del sottoscrittore. Inoltre, non emergerebbe dal procedimento logico seguito, se il Giudicante si sia effettivamente posto il problema dei poteri ritualmente conferiti, al momento dell’emanazione dell’atto, al funzionario firmatario, in quanto l’impugnata Commissione si sarebbe limitata ad affermare che nessuna norma impone l’allegazione della delega all’avviso di accertamento.

1.4. – Con il quarto motivo di ricorso, sempre proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’odierno ricorrente impugna la sentenza di secondo grado nella parte in cui afferma che “il contratto preliminare non può essere preso in considerazione, poichè privo di data certa in quanto stipulato con scrittura privata non autenticata e non registrato, per cui l’ufficio poteva solo ritenere valide le dichiarazioni delle parti contenute negli atti notarili. D’altronde il ricorrente non ha provato in alcun modo la corresponsione di un prezzo di acquisto diverso da quello indicato nell’atto pubblico” (sent. CTR, p. 5). Il contribuente contesta, alla Commissione Tributaria Regionale, di non aver tenuto conto della documentazione versata in causa a dimostrazione del maggior prezzo corrisposto. Nello specifico, viene lamentata la mancata considerazione di copia della richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica di Torino, della copia della proposta irrevocabile di acquisto, delle distinte degli assegni emessi, della copia della scrittura privata di consegna delle chiavi ed immissione nel possesso, della copia delle comunicazioni intervenute con la ditta Calabrese e dei relativi pagamenti. Solo a seguito dell’esame di tutto quando dedotto, a dire del ricorrente, l’impugnata Commissione avrebbe dovuto indicare le ragioni per cui i predetti documenti non consentivano di invalidare l’efficacia probatoria di altre risultanze sulle quali si è fondato il convincimento del Giudicante.

1.5. – Con il quinto motivo di ricorso, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il contribuente si duole della mancata disapplicazione delle sanzioni tributarie, in quanto il giudice dell’appello avrebbe erroneamente ritenuto che l’appellante avesse proposto solo una generica censura. L’impugnante, infatti, afferma di aver sollevato, già in sede di ricorso introduttivo, una specifica doglianza, in relazione alla poca chiarezza del disposto di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 68, concernente la determinazione della plusvalenza da alienazione di immobili acquistati o costruiti nel quinquennio.

1.6. – Con il sesto motivo di ricorso, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’odierno ricorrente critica l’impugnata Commissione Regionale per essere incorsa nella violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, di cui all’art. 112 c.p.c., non avendo deciso su tutta la domanda ed esposto correttamente, nella sentenza, gli specifici motivi, in fatto e in diritto, formulati dall’appellante, in violazione altresì del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36.

2.1. – Con il primo motivo di ricorso il contribuente contesta il ridotto termine concesso dall’Amministrazione finanziaria per fornire documentazione giustificativa e dubita, in proposito, della legittimità costituzionale del termine di quindici giorni previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32. La censura appare in parte inammissibile, e per il resto infondata. Chi intenda contestare la violazione del diritto di difesa nel giudizio di legittimità, deve indicare specificamente in qual modo esso sia tato leso. Pertanto è onere proprio del ricorrente indicare quali allegazioni gli siano stati impedite dalla mancata concessione di un termine più lungo. Tanto vale a maggior ragione nel diritto tributario, in cui risulta consentita la produzione di nuovi documenti, che non sia stato possibile produrre precedentemente, anche in grado di appello. Dall’esame del ricorso, così come dello svolgimento del processo, non emerge che al contribuente sia stata inibito lo svolgimento di qualsivoglia attività dibattimentale. Ne discende che la contestazione di illegittimità costituzionale del ridotto termine concesso dall’Ente impositore, nel caso di specie, si appalesa irrilevante.

Il motivo di ricorso deve, perciò, essere dichiarato inammissibile.

2.2. – Il ricorrente contesta, in relazione al profilo del vizio di motivazione, con il suo secondo motivo di ricorso, che il vizio della notificazione dell’atto impositivo non può ritenersi sanato dalla sua tempestiva costituzione in giudizio.

La critica risulta mal proposta. Lo stesso ricorrente riconosce che il giudice impugnato ha ritenuto ininfluente l’eventuale vizio della notificazione, perchè l’impugnante si è tempestivamente costituito. Ne discende che il contestato vizio della motivazione non sussiste. La motivazione è presente e chiaramente intellegibile. Solo per completezza appare allora opportuno ricordare che è principio generale dell’ordinamento processuale che la nullità di un atto non possa essere utilmente invocata quando la stessa abbia comunque raggiunto il suo scopo (cfr. art. 156 c.p.c.). Nel caso di specie rimane solo da rilevare che il ricorrente è stato posto in condizione di articolare compiutamente le proprie difese, e comunque non ha provveduto neppure ad allegare in qual modo il suo diritto di difesa sarebbe rimasto pregiudicato dall’affermata irregolarità della notificazione dell’atto impositivo.

Il motivo di ricorso deve, perciò, essere respinto.

2.3. – Il ricorrente censura, con il suo terzo motivo di ricorso, la decisione adottata dalla impugnata Commissione Tributaria Regionale, perchè avrebbe ritenuto la validità di un atto tributario non sottoscritto dal Direttore dell’Ente impositore, bensì da un funzionario, peraltro mediante mera sigla e senza indicazione della delega che lo avrebbe a tanto abilitato.

Deve allora rilevarsi che la Suprema Corte ha già avuto modo di precisare che l’atto impositivo può essere sottoscritto mediante l’apposizione della mera sigla, non apparendo necessaria la redazione della firma per esteso. Inoltre, non risulta necessario che il firmatario dell’atto indichi la delega attributiva del potere, dovendo la stessa essere prodotta dall’Amministrazione finanziaria qualora il contribuente sollevi specifica eccezione. Nel caso di specie l’impugnante si limita ad una contestazione formale, ma neppure afferma il difetto dei poteri rappresentativi del firmatario dell’atto.

In considerazione di tali evidenze, il motivo di ricorso deve essere rigettato.

2.4. – Il contribuente critica, con il suo quarto motivo di ricorso, in relazione al vizio di motivazione, la Commissione Tributaria Regionale impugnata per non aver adeguatamente illustrato la propria valutazione di ritenere irrilevanti le produzioni documentali di esso ricorrente, per affermare che non fosse stata raggiunta la prova del pagamento di un prezzo di acquisto diverso e maggiore da quanto dichiarato nell’atto di compravendita.

Invero, la Commissione Tributaria Regionale impugnata ha correttamente motivato la propria valutazione. In particolare ha chiarito che i versamenti effettuati dal contribuente al venditore, mediante assegni bancari, non risultano riferibili con certezza alla compravendita per cui è causa.

Il motivo di ricorso è, pertanto, inammissibile, atteso che il denunziato vizio di motivazione, nella specie, non sussiste e le ulteriori censure si esauriscono in apprezzamenti di merito non consentiti in sede di legittimità.

2.5. – Con il quinto motivo di ricorso il ricorrente lamenta, ancora in relazione al vizio di motivazione, la pretesa scarsa chiarezza del disposto di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 68, in materia di determinazione della plusvalenza da alienazione di immobili.

La critica risulta mal proposta. La Commissione Tributaria Regionale impugnata ha esplicitato i condivisibili criteri interpretativi cui ha inteso attenersi, e le sue valutazioni non risultano attinte da specifica critica dal ricorrente, che avrebbe dovuto fornire elementi per dimostrare l’erroneità della valutazione operata dal giudice impugnato.

Nello specifico, era onere del contribuente indicare gli specifici elementi che determinano una incertezza oggettiva nella interpretazione della norma, onere che la Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto, correttamente, non assolto dalla semplice indicazione del carattere “sintetico” del disposto normativo (cfr. Cass. sez. 5, sent. 14.01.2015, n. 440).

Il motivo di ricorso deve essere quindi rigettato.

2.6. – Con il suo sesto motivo di ricorso, l’impugnante contesta al giudice impugnato, sotto il profilo della violazione di legge, di non aver pronunciato in ordine a tutte le domande proposte.

La critica risulta mal proposta. Chi intenda contestare il vizio di omessa pronuncia, non può limitarsi ad affermare genericamente il difetto di pronuncia del giudice impugnato, indicando approssimativamente a quali domande intenda operare riferimento, ma deve provvedere ad indicare analiticamente le domande cui intenda fare riferimento, segnalando pure mediante quali atti le abbia tempestivamente proposte, e come le abbia diligentemente coltivate, indicando pure le formule con le quali le ha proposte e rinnovate, in modo da consentire alla Suprema Corte la verifica della tempestività, congruità e decisività, delle censure proposte. A questi precisi canoni di contestazione il ricorrente non si è attenuto, ed il motivo di ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza, e sono liquidate come quantificate in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso proposto da T.F., che condanna al pagamento delle spese di lite in favore della costituita controricorrente Agenzia delle Entrate, e le liquida nella misura di Euro 6.500,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018.

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