Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33265 del 17/12/2019

Cassazione civile sez. VI, 17/12/2019, (ud. 10/10/2019, dep. 17/12/2019), n.33265

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18114-2018 proposto da:

P.G., (erede di P.R.),

PO.GI., PO.RO. (erede di P.R.),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA PINEROLO, 22, presso lo

studio dell’avvocato DOMENICO CLAUDIO CIRIGLIANO, rappresentati e

difesi dall’avvocato GIUSEPPE DURANTE, CAMELA CARELLA;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3570/13/2017 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

della PUGLIA, depositata il 05/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/10/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ROBERTO

GIOVANNI CONTI.

Fatto

FATTI E RAGIONI DELLA DECISIONE

P.G. e Po.Gi. hanno proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, contro l’Agenzia delle entrate, impugnando la sentenza della CTR Puglia indicata in epigrafe.

Il giudice di appello, nel respingere l’impugnazione proposta dal Po.Gi. contro la sentenza di primo grado che aveva confermato il diniego di rimborso relativo a IVA per l’anno 2003 versata dalla Camelot s.r.l., cessata dall’attività il 30.4.2004, rilevava che la pretesa del contribuente, negata erroneamente dal giudice di primo grado sulla base di un giudicato esterno in realtà privo di rilevanza, era comunque infondata poichè il Po.Gi. “non ha documentato con il proprio ricorso alla CTP nè la qualità di P.R., nè la qualità di erede di P.R., nè se egli, rivestendo la qualità di chiamato all’eredità, abbia accettato l’eredità del credito di P.R., nè quali siano le quote di partecipazione alla s.r.l. di ciascun socio e quindi quale siano le quote di contitolarità dei chiamati all’eredità”.

Secondo la CTR, peraltro, nulla avrebbe vietato al P., il quale aveva interrotto la prescrizione con l’istanza del 19.9.2013, di proporre altra istanza di rimborso documentando l’avvenuta successione mortis causa e l’accettazione espressa o tacita dell’eredità di P.R..

L’Agenzia delle entrate si è costituita con controricorso, deducendo l’inammissibilità del ricorso introduttivo proposto avverso la comunicazione del 3.1.2014, non integrando un atto impugnabile ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19.

La prospettata inammissibilità del ricorso introduttivo esposta dall’Agenzia delle entrate è carente del requisito di autosufficienza, in assenza di elementi dai quali potere evincere il contenuto della comunicazione che, per converso, l’Agenzia avrebbe dovuto riportare nel proprio atto difensivo, essendosi la controricorrente limitata ad esporre, al di fuori di un motivo di censura della sentenza, elementi non verificabili da questa Corte, a fronte di un’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, secondo la quale il ricorso dei contribuenti si era diretto contro il diniego di rimborso IVA – cfr. parte in fatto della sentenza impugnata -.

Ciò posto, il ricorso con il quale si prospetta la nullità della sentenza in relazione alla decisione del giudice di appello che sarebbe stata assunta sulla base di questioni di fatto e di diritto sollevate dal giudice stesso senza contraddittorio è fondato.

Ed invero, questa Corte ha già avuto modo di evidenziare che “la sentenza che decida su una questione di puro diritto, rilevata d’ufficio, senza procedere alla sua segnalazione alle parti onde consentire su di essa l’apertura della discussione (cd. terza via), non è nulla, in quanto da tale omissione può solo derivare un vizio di “error in iudicando”, ovvero di “error in iudicando de iure procedendi, la cui denuncia in sede di legittimità consente la cassazione della sentenza solo se tale errore sia in concreto consumato. Per converso, qualora ad essere officiosamente rilevate siano state questioni di fatto, ovvero miste di fatto e di diritto, la parte soccombente può dolersi della decisione sostenendo che la violazione del dovere di indicazione ha vulnerato la facoltà di chiedere prove o, in ipotesi, di ottenere una eventuale rimessione in termini” – cfr. Cass. n. 15037/2018 -.

Orbene, nel caso di specie, la CTR, per rigettare la domanda di annullamento del diniego di rimborso relativo a IVA corrisposta da società cessata originariamente denegato per mancata compilazione e relativa indicazione del credito nel quadro VR, ha posto a fondamento della decisione la mancata dimostrazione della qualità di socio della società cessata di P.R. e la mancata dimostrazione della qualità di erede del medesimo da parte del Po.Gi..

Ora, non pare potersi revocare in dubbio che la CTR abbia fondato la decisione sull’assenza di elementi di fatto e giuridici che, ove messi a conoscenza del contribuente, avrebbe potuto consentirgli di documentare gli elementi mancanti che, sempre stando alla CTR, avrebbero potuto essere dedotti in seno ad una successiva istanza di rimborso.

Così facendo la CTR è quindi incorsa nel vizio di nullità della sentenza. Il giudice, infatti, sollevando officiosamente questioni di fatto e diritto non prospettate dalle parti, ha dato vita ad una pronunzia radicalmente nulla, impedendo al contribuente di svolgere attività istruttoria documentale al fine di dimostrare quanto richiesto dal giudice di appello.

Sulla base di tali considerazioni, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio ad altra sezione della CTR Puglia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della CTR Puglia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2019

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