Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33256 del 16/12/2019

Cassazione civile sez. VI, 16/12/2019, (ud. 25/06/2019, dep. 16/12/2019), n.33256

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1209-2019 proposto da:

N.D., in proprio e nella qualità di Sindaco del Comune di

Attigliano, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTEVIDEO, 10,

presso lo studio dell’avvocato ANTONIO DE ANGELIS, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCA CARCASCIO;

– ricorrente –

contro

CONSORZIO DI BONIFICA TEVERE – NERA, in persona del Presidente legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

PANAMA, 86, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI RANALLI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

S.P., in proprio e nella qualità di Sindaco del Comune di

Ferentillo, M.R., in proprio e nella qualità di Sindaco

del Comune di Amelia, P.L., in proprio e nella qualità di

(ex) Sindaco del Comune di Amelia, A.F., in proprio e

nella qualità di Sindaco del Comune di Montecastrilli,

B.A., in proprio e nella qualità di Sindaco del Comune di Baschi;

– intimati –

avverso la sentenza n. 339/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 16/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 25/06/2019 dal Consigliere Relatore Dott. MARULLI

MARCO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con il ricorso epigrafato N.D., in proprio e nella sua qualità di sindaco del Comune di Attigliano, impugna la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Perugia, in riforma della sentenza di primo grado, ha respinto la domanda del medesimo intesa a far dichiarare l’illegittimità della delibera del Consorzio di bonifica Tevere-Nera – che lo aveva dichiarato ineleggibile alla carica di componente del consiglio di amministrazione in quanto “legalmente in mora” nel versamento dei contributi consortili – e ne chiede la cassazione sul rilievo 1) della violazione e falsa applicazione dell’art. 19 dello statuto consortile, dell’art. 32 del regolamento elettorale consortile e dell’art. 12 preleggi, posto che il decidente, addivenendo all’impugnata determinazione e ravvisando perciò nella specie una causa di ineleggibilità, non aveva operato alcuna distinzione tra cause di ineleggibilità e cause di incompatibilità, che l’addebito imputato ad esso ricorrente integrava una causa di incompatibilità e non di ineleggibilità, che l’interpretazione accolta non era costituzionalmente orientata e che in tal senso deponevano le norme regolanti lo svolgimento delle elezioni degli enti amministrativi; 2) della violazione e falsa applicazione dell’art. 19 dello statuto consortile e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 50, posto che, non essendo decorso il termine del pagamento dei contributi dovuti al momento delle elezioni, esso ricorrente non poteva ritenersi “legalmente in mora”.

Al ricorso resiste il consorzio intimato con controricorso.

Memoria del ricorrente ex art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. I motivi, esaminabili congiuntamente in quanto intesi a censurare il ragionamento interpretativo sviluppato dal decidente del grado, si espongono previamente ad un giudizio di inevitabile inammissibilità.

3. Va invero considerato che il mutato assetto assunto nel tempo della materia, rispetto ai primordi segnati dal R.D. 13 febbraio 1933, n. 215 – in guisa del quale si è proceduto a ridefinire compiti e poteri dei consorzi di bonifica secondo un modello che premia le attività di bonifica come espressione della più ampia azione pubblica per la difesa del suolo, la tutela, la valorizzazione e il corretto uso delle risorse idriche, la tutela dell’ambiente come ecosistema, in una concezione globale degli interventi sul territorio che coinvolge preminenti interessi pubblici, facenti capo alle comunità territoriali nel loro complesso più che a singole categorie di soggetti privati – non ha tuttavia immutato l’originaria natura associativa di questi enti, che, pur se assommano in sè, per quanto detto, funzioni di immediato rilievo pubblico – tanto da attribuire loro correntemente la denominazione di enti pubblici economici e di suggerire in tempi più recenti la diretta partecipazione alla loro gestione degli enti pubblici territoriali -, costituiscono pur sempre associazioni su basi obbligatorie tra i proprietari appartenenti al medesimo comprensorio.

4. Ciò è motivo per affermare – come questa Corte ha già avuto occasione di enunciare con riguardo proprio ai consorzi di bonifica (Cass., Sez. IV, 16/07/1985, n. 4201) e come si è ripetuto più in generale con riguardo alle norme regolanti il funzionamento interno degli enti pubblici (Cass., Sez. IV, 20/11/2017, n. 27456; Cass., Sez. IV, 24/10/1998, n. 10581; Cass., Sez. IV, 3/06/1985, n. 3311) – che “i regolamenti interni e di organizzazione, nonchè gli statuti degli enti pubblici esauriscono la loro efficacia e la loro operatività nell’ambito dell’attività interna degli enti medesimi, di guisa che, non potendo le norme di regolamenti e degli statuti assumere il vigore e la forza cogente di norme giuridiche – anche se costituiscono indiretta emanazione della volontà dello Stato, che nella formazione dell’ente pubblico ha provveduto a disciplinare la finalità, l’organizzazione e le forme di attività – la violazione o la falsa interpretazione delle disposizioni in essi contenute non sono deducibili come motivo di ricorso per cassazione, risolvendosi l’indagine sul loro contenuto e sulla loro eventuale inosservanza in una indagine di fatto non sindacabile in sede di legittimità, se non in relazione alla violazione e falsa applicazione delle norme sulla interpretazione dei contratti” (Cass., Sez. I, 16/12/1981, n. 6651).

5. Ne discende perciò che le formulate censure non risultano declinate in conformità allo statuto della censurabilità per cassazione dell’errore ermeneutico e si risolvono, senza incarnare in questa direzione alcuna funzione critica rispetto al decisum impugnato, nella indiretta sollecitazione ad una rimeditazione dell’apprezzamento di fatto operato dal decidente di merito

6. Il ricorso va perciò respinto.

7. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano perciò in danno del ricorrente a mente dell’art. 385 c.p.c. come da susseguente dispositivo.

Non ricorrono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, poichè il processo è esente.

P.Q.M.

Respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 4200,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Cosi deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-I sezione civile, il 25 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2019

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