Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33251 del 10/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/11/2021, (ud. 23/06/2021, dep. 10/11/2021), n.33251

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19000-2015 proposto da:

V.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. VALADIER

43, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI ROMANO, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIAMPIERO CLEMENTINO;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI NAPOLI, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA FRANCESCO DENZA 50/A, presso lo studio

dell’avvocato NICOLA LAURENTI, rappresentato e difeso dall’avvocato

FABIO MARIA FERRARI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8859/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/01/2015 R.G.N. 9830/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/06/2021 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Napoli ha respinto l’appello proposto da V.M. avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva rigettato tutte le domande formulate dall’appellante nei confronti del Comune di Napoli;

2. il ricorrente, funzionario ingegnere inquadrato nell’area C – posizione economica C3 -, aveva ricevuto l’incarico di dirigente, dapprima del Servizio Autoparchi Nettezza Urbana del Dipartimento Ambiente (dal 15 gennaio 1998 al 31 agosto 2003) e successivamente del Servizio Autoparco Veicoli Commerciali, ed aveva agito in giudizio sul presupposto che, in aggiunta alle funzioni proprie dell’incarico ricevuto, aveva svolto sino alla data del pensionamento anche l’ulteriore incarico di dirigente del progetto interdirezionale denominato “gestione a stralcio delle attività di (OMISSIS)”, che, a suo dire, costituiva un servizio autonomo, in relazione al quale il Comune aveva omesso di corrispondere il trattamento accessorio;

3. la Corte territoriale, rilevato che si era formato giudicato interno sul rigetto della domanda di indebito arricchimento e di risarcimento del danno, ha condiviso le conclusioni alle quali era già pervenuto il Tribunale ed ha evidenziato che, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, il Comune si era sempre occupato direttamente del (OMISSIS), affidandone le competenze, inizialmente, al servizio Prelievo e Smaltimento Nettezza Urbana e, dopo la soppressione di quest’ultimo, al Servizio Autoparco Veicoli Commerciali, che le aveva curate sino a quando tutte le attività erano state attribuite all’ASIA;

4. ha precisato che l’ufficio del Comune tenuto ad occuparsi del (OMISSIS) era proprio quello diretto dal V., sicché era ragionevole ritenere che tale attività, in quanto inerente al servizio, fosse stata considerata al momento della graduazione delle funzioni dirigenziali e non costituisse un incarico aggiuntivo, sicché, per ciò solo, doveva essere rigettata la domanda di adeguamento dell’indennità di posizione;

5. il giudice d’appello ha aggiunto che il principio di onnicomprensività del trattamento economico del dirigente opera anche nel caso in cui a quest’ultimo vengano conferiti, sempre per ragioni di servizio, ulteriori incarichi, tanto che non è riconosciuta alcuna maggiorazione dell’indennità di posizione qualora il dirigente assuma ad interim la responsabilità di altra struttura;

6. infine la Corte territoriale, premesso che il provvedimento di graduazione delle funzioni è riservato all’organo di vertice delle amministrazioni ed è atto di macro organizzazione, ha escluso che le attività svolte per il (OMISSIS) fossero paragonabili ad un Servizio Autonomo dell’ente appellato perché quest’ultimo aveva qualificato tale solo la Polizia Municipale, l’Avvocatura Comunale e il Servizio Autonomo Cimiteri;

7. il giudice d’appello ha precisato che l’ammontare della parte variabile della retribuzione di posizione discende da valutazioni discrezionali di tipo organizzativo dell’amministrazione, che non possono essere censurate nel merito dal dirigente il quale non può pretendere la rideterminazione dell’emolumento in questione, non essendo la pretesa fondata su un titolo legale o contrattuale;

8. per la cassazione della sentenza V.M. ha proposto ricorso sulla base di quattro motivi, ai quali ha opposto difese con tempestivo controricorso il Comune di Napoli.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, denuncia “omesso esame e valutazione delle prove documentali sulla circostanza decisiva che le attività relative al (OMISSIS) non rientravano nei compiti di istituto del ricorrente”;

1.1. il V. addebita, in sintesi, alla Corte territoriale di non avere esaminato la documentazione prodotta già nel primo grado di giudizio e di avere stravolto il contenuto delle delibere riportate nella motivazione della sentenza affermando erroneamente che le competenze inerenti l’attività del (OMISSIS) rientrassero fra quelle degli uffici diretti dall’appellante;

2. la seconda censura, ricondotta al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, denuncia “omesso esame e valutazione delle prove documentali sulla circostanza decisiva che le attività relative al (OMISSIS) furono mantenute per una scelta politica economica e gestionale del Comune di Napoli assolutamente estranee allo stesso”;

2.1. il ricorrente sostiene che a seguito della mancata costituzione del Consorzio la gestione del Bacino è rimasta affidata ad una struttura “parallela ed autonoma rispetto al Comune di Napoli” seppure operante all’interno di quest’ultimo perché priva di personalità giuridica, struttura alla quale egli stesso avrebbe dato il nome di Ente di (OMISSIS) e per la quale avrebbe svolto i compiti propri di un direttore generale, evitando ogni commistione di attività con le strutture dell’ente territoriale;

3. la terza critica addebita al giudice d’appello “contraddittorietà tra le prove fornite e la decisione assunta sulla circostanza decisiva della indipendenza del V. da ogni struttura di supporto trasversale del Comune nella gestione del (OMISSIS)” e ribadisce la tesi secondo cui non ci sarebbe stata alcuna commistione tra l’attività propria del servizio diretto e quella del (OMISSIS), tanto che nelle controversie promosse da dipendenti del Bacino che chiedevano il riconoscimento del rapporto di impiego pubblico, il Tribunale di Napoli aveva accertato che si trattava di un soggetto giuridicamente inesistente che si era interposto fra gli stessi dipendenti ed il Comune;

3.1. ne trae quale conseguenza che tra i compiti istituzionali dell’ufficio diretto non poteva rientrare la gestione di un soggetto inesistente;

4. infine il ricorrente denuncia “omesso esame e valutazione delle prove documentali sulla circostanza decisiva che le attività relative al (OMISSIS) non sono state prese in considerazione dal Nucleo di Valutazione che effettuava la pesatura dell’incarico e dunque non calcolate nella retribuzione riconosciuta dal V.”.

4.1. il ricorrente richiama le produzioni effettuate nel primo grado di giudizio e sostiene che, fatta eccezione per il decreto sindacale n. 487/2007, che richiama la Delib. n. 742 del 2007, tutti gli incarichi ricevuti non contenevano alcun riferimento al (OMISSIS) e pertanto l’attività resa per il funzionamento di quest’ultimo non poteva essere stata valutata ai fini della graduazione delle posizioni dirigenziali;

4.2. addebita, inoltre, alla Corte territoriale di avere erroneamente richiamato il principio di onnicomprensività della retribuzione, perché nella specie le funzioni di gestione del Bacino non erano ricomprese in quelle dell’incarico dirigenziale attribuito, non erano state conferite in ragione della posizione ricoperta nell’ente ma, piuttosto erano state assegnate a titolo personale ed in maniera informale per ragioni sganciate dal rapporto di lavoro;

5. il ricorso è inammissibile in tutte le sue articolazioni perché le censure, formalmente ricondotte al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (l’articolazione è preceduta dalla rubrica nella quale si legge: “nullità della sentenza n. 8859/14 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 per omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti”), denunciano non già l’omesso esame di fatti storici, primari o secondari, decisivi ai fini del giudizio, bensì l’errata o la mancata valorizzazione di risultanze processuali che avrebbero dovuto indurre la Corte territoriale a ricostruire diversamente i fatti oggetto di causa, comunque apprezzati e valutati dal giudice del merito;

5.1. con la sentenza n. 34476/2019 le Sezioni Unite di questa Corte hanno riassunto i principi, ormai consolidati, affermati in relazione alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 ad opera del D.L. n. 83 del 2012 e, rinviando a Cass. S.U. n. 8053/2014, Cass. S.U. n. 9558/2018, Cass. S.U. n. 33679/2018, hanno evidenziato che:

a) il novellato testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, oltre ad avere carattere decisivo;

b) l’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie;

c) neppure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito dà luogo ad un vizio rilevante ai sensi della predetta norma;

d) nel giudizio di legittimità è denunciabile solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, in quanto attiene all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali;

e) tale anomalia si esaurisce nella mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, nella motivazione apparente, nel contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili e nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di sufficienza della motivazione;

5.2. quest’ultimo vizio, non riconducibile alll’art. 360 c.p.c., n. 5 va denunciato ai sensi del combinato disposto dell’art. 132 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 4 ed è ravvisabile solo qualora la carenza o la contraddittorietà siano tali da indurre la nullità della decisione per mancanza di un requisito essenziale;

5.3. è evidente che nella fattispecie, anche a voler ritenere non vincolante la formulazione della rubrica, le critiche mosse alla sentenza impugnata non sono sussumibili in alcuno dei vizi in rilievo, perché i fatti storici sono stati esaminati dalla Corte territoriale, che, apprezzata la documentazione in atti, ha escluso che le competenze del (OMISSIS) fossero state curate da un servizio autonomo rispetto a quello al quale il V. era preposto, e le affermazioni che si leggono nella sentenza impugnata, riassunte nello storico di lite, seguono un percorso argomentativo coerente che, ove ritenuto erroneo, doveva essere censurato in questa sede mediante la denuncia degli errores in procedendo o in iudicando nei quali sarebbe incorso il giudice d’appello;

6. la Corte territoriale ha correttamente richiamato il principio di onnicomprensività della retribuzione dirigenziale, previsto dal D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 24 poi trasfuso nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 24 alla stregua del quale il trattamento economico dei dirigenti remunera tutte le funzioni e i compiti loro attribuiti secondo il contratto individuale o collettivo, nonché qualsiasi incarico conferito dall’amministrazione di appartenenza o su designazione della stessa (cfr. fra le tante Cass. n. 3094/2018 e Cass. n. 27385/2019) ed ha ritenuto infondata la pretesa, sia perché doveva essere esclusa l’asserita autonomia del servizio, sia in quanto il servizio stesso, seppure in ipotesi autonomo, sarebbe stato comunque assegnato al ricorrente in ragione della qualifica dirigenziale rivestita;

6.1. il ricorso, tutto incentrato sulla tesi, priva di qualsivoglia fondamento giuridico, dell’avvenuta istituzione da parte dello stesso V. di una struttura complessa operante all’interno degli uffici comunali ma autonoma rispetto agli stessi (si legge a pag. 9 del ricorso:… l’Ing. V. ha creato una struttura complessa….a detta struttura lo stesso ricorrente ha dato il nome di Ente (OMISSIS) per il quale ha svolto i compiti propri di un direttore generale…), quanto al principio di onnicomprensività non individua né denuncia l’error in iudicando nel quale la Corte territoriale sarebbe incorsa e con il quarto motivo svolge considerazioni che inammissibilmente sovrappongono e confondono profili giuridici e questioni di fatto, perché l’asserita inapplicabilità alla fattispecie del principio sopra richiamato, viene fatta discendere da una rappresentazione dei fatti di causa diversa da quella accertata dal giudice del merito;

7. alla dichiarazione di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo;

8. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dal ricorrente.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 7.000,00 per competenze professionali, oltre al rimborso spese generali del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, inella Adunanza camerale, il 23 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2021

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