Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33248 del 10/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/11/2021, (ud. 21/04/2021, dep. 10/11/2021), n.33248

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – rel. Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28024-2015 proposto da:

CSN ACONE S.r.l., (già C. A. & ACONE C. s.n.c. già soc. ”

C.A. & C. s.a.s.”) in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA GIULIANA 44,

presso l’avvocato ARNALDO MIGLINO, rappresentata e difesa

dall’avvocato FRANCESCO PALLADINO;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e

quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. – Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati ANTONINO SGROI,

LELIO MARITATO, CARLA D’ALOISIO, ESTER ADA SCIPLINO;

– controricorrenti –

nonché contro

EQUITALIA SUD S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 483/2015 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 20/05/2015 R.G.N. 1998/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/04/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCO BUFFA;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VISONA’

STEFANO, ha depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

Con sentenza del 20.5.15 la corte d’appello di Salerno, in riforma della sentenza del tribunale della stessa sede del 6.3.13, ha rigettato l’opposizione a cartella relativa a contributi previdenziali richiesti dall’Inps alla società in epigrafe, in ragione del mancato riconoscimento del diritto a sgravi conseguente alla mancata corresponsione ai dipendenti – accertata con verbale ispettivo in atti – di paghe contrattuali conformi D.L. n. 338 del 1989, ex art. 1 convertito in L. n. 389 del 1989.

Avverso tale sentenza ricorre la società per 4 motivi, cui resiste con controricorso l’Inps.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

Con il primo motivo si deduce violazione dell’art. 327 c.p.c. ed omessa pronuncia su eccezione relativa alla inammissibilità dell’appello in quanto tardivo, per essere stato proposto oltre il termine lungo computato dalla data della lettura del dispositivo e della motivazione in udienza, a prescindere dalla data successiva di deposito della sentenza. Con il secondo motivo si deduce violazione dell’art. 434 nella redazione dell’atto di appello.

Con il terzo motivo si deduce violazione del D.L. n. 289, art. 1 e L. n. 549 del 1995, art. 2, comma 25 e vizio di motivazione per avere trascurato che la società aveva rispettato comunque i minimali retributivi giornalieri di cui al D.Lgs. n. 314 del 97, art. 6 non abrogato dalla disciplina del 1989, e che erano state rispettate le paghe previste da accordo aziendale.

Con il quarto motivo si deduce violazione della L. n. 407 del 1990 e vizio di motivazione per avere trascurato per un lavoratore lo stato di disoccupazione risultante da autocertificazione rilasciata dallo stesso.

Il primo motivo è inammissibile. Per censurare la sentenza impugnata (che fa decorrere il termine lungo dell’appello dal deposito della sentenza e non dalla lettura di dispositivo e motivazione all’udienza) la parte deduce che la sentenza è stata decisa con lettura della motivazione contestuale in udienza ma, da un lato, non impugna ai sensi dell’art. 4 dell’art. 360 c.p.c., comma 1 – e dunque non consente in tal modo alla Corte di verificare ex actis se vi sia stata lettura della sentenza con motivazione contestuale – e, dall’altro lato, non trascrive il verbale di udienza di primo grado (da cui risulterebbe la lettura contestuale dell’intera sentenza), in violazione del principio di autosufficienza del ricorso.

Inammissibile è anche il secondo motivo (per violazione del principio di autosufficienza), in quanto il ricorrente censura le modalità di redazione dell’atto di appello senza indicare le stesse e senza rapportare l’appello alla decisione di primo grado, al fine di consentire a questa Corte di valutare la sussistenza del vizio denunciato.

Infondato è il terzo motivo: se infatti è da un lato pacifico il mancato rispetto del contratto collettivo nazionale, dall’altro lato deve evidenziarsi che il rispetto di un eventuale contratto aziendale non rileva ai fini della determinazione delle paghe su cui quantificare i contributi previdenziali (salvo il caso dei contratti di riallineamento, che qui non ricorre: cfr. Cass. 9816/94).

Il quarto motivo resta assorbito, in ragione della corresponsione in ogni caso di paghe non conformi.

Il ricorso deve dunque essere rigettato. Spese secondo soccombenza.

Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15 % ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 21 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2021

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