Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33228 del 10/11/2021

Cassazione civile sez. III, 10/11/2021, (ud. 25/05/2021, dep. 10/11/2021), n.33228

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 31569/19 proposto da:

-) U.R., elettivamente domiciliato a Milano, c.so Buenos Aires

n. 52, presso l’avvocato Rosalia Bennato, che lo difende in virtù

di procura speciale apposta in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

-) Ministero dell’Interno;

– resistente –

avverso il decreto del Tribunale di Milano 24.9.2019 n. 7547;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25 maggio 2021 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. U.R., cittadino (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis).

A fondamento della domanda dedusse di avere lasciato il proprio Paese per sfuggire alle minacce ed alle vessazioni di alcuni familiari, che pretendevano di impossessarsi dei beni a lui pervenuti dall’eredità paterna.

La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

2. Avverso tale provvedimento U.R. propose, ai sensi del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35 bis, ricorso dinanzi alla sezione specializzata, di cui al D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 1, comma 1, del Tribunale di Milano, che la rigettò con decreto 24.9.2019.

Il Tribunale ritenne che:

-) lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b) non potessero essere concessi perché il racconto del richiedente era inattendibile e comunque i fatti narrati non integravano gli estremi di una “persecuzione”;

-) la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) non potesse essere concessa, perché nel Paese di provenienza del richiedente non esisteva una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato;

-) la protezione umanitaria di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5 non potesse essere concessa in quanto il richiedente non aveva allegato né dimostrato l’esistenza di specifiche circostanze idonee a qualificarlo come “persona vulnerabile”.

3. Tale decreto è stato impugnato per cassazione da U.R. con ricorso fondato su due motivi.

Il Ministero dell’interno non ha notificato controricorso, ma solo chiesto di partecipare all’eventuale discussione in pubblica udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per non aver rinnovato l’audizione dell’interessato, nonostante l’assenza di videoregistrazione.

1.1. Il motivo è inammissibile in quanto il ricorrente non precisa se aveva chiesto di essere ascoltato, né quali dichiarazioni avrebbe reso o voluto rendere in caso di audizione.

E’ pacifico infatti, nella giurisprudenza di questa Corte, che quando sia mancata la videoregistrazione del colloquio dinanzi alla Commissione Territoriale, il giudice ha l’obbligo di fissare l’udienza, ma a tale obbligo non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente (ex multis, Sez. 1 -, Sentenza n. 5973 del 28/02/2019, Rv. 652815 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 2817 del 31/01/2019, Rv. 652463 – 01; Sez. 1 -, Ordinanza n. 3029 del 31/01/2019, Rv. 652410 – 01).

Il giudice ha invece l’obbligo di disporre l’audizione del richiedente solo in tre casi: a) quando nel ricorso non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) quando il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) quando il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile” (Sez. 1, Sentenza n. 21584 del 07/10/2020, Rv. 658982 – 01).

1.2. Nel caso di specie, tuttavia, in violazione dell’onere di cui all’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 4, il ricorso non contiene alcuna delle indicazioni appena elencate.

2. Col secondo motivo il ricorrente lamenta sia il vizio di violazione di legge, sia quello di omesso esame d’un fatto decisivo.

Il motivo contiene più censure così riassumibili:

a) il tribunale ha adottato una motivazione nulla, perché fondata su clausole di stile, nella parte in cui ha ritenuto inattendibile il suo racconto;

b) il tribunale non si è avvalso dei propri poteri officiosi di indagine;

c) il tribunale ha erroneamente escluso la sussistenza nel caso di specie di una persecuzione;

d) il tribunale ha trascurato di considerare i numerosi rapporti di fonti internazionali i quali danno conto della conflittualità esistente in Bangladesh e legata ai cosiddetti “furti di terra”;

e) il tribunale ha trascurato di prendere in esame le vicende vissute dal ricorrente in Libia;

f) il tribunale ha erroneamente rigettato la domanda di protezione umanitaria, per non avere tenuto conto che in caso di rimpatrio il ricorrente dovrebbe lasciare un lavoro stabile in Italia e un’esistenza libera e dignitosa, tornerebbe ad essere perseguitato;

g) il tribunale ha trascurato di prendere in esame le patologie psichiatriche da cui il ricorrente era affetto.

2.1. La censura a) è infondata, in quanto la motivazione del decreto impugnato è ben chiara e comprensibile.

La censura b) è infondata, in quanto la ritenuta inattendibilità del richiedente esonerava il tribunale dal dovere di cooperazione istruttoria.

La censura c) è assorbita dal rigetto della censura b).

Lo stesso dicasi per la censura d).

La censura e) è inammissibile per difetto di specificità: il ricorrente non chiarisce quali sarebbero le “vicende vissute in Libia”, quando siano state dedotte in giudizio, come siano state provate.

2.2. La censura f) è fondata, e la censura g) ne resta assorbita.

Le Sezioni Unite di questa Corte, chiamate a stabilire come debba interpretarsi la nozione di “vulnerabilità” che costituisce il fondamento del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari (nella disciplina applicabile ratione temporis), hanno affermato che tale presupposto di fatto può ricorrere in due serie di ipotesi (Sez. U, Sentenza n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062 – 02).

Giustifica il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, in primo luogo, la “vulnerabilità soggettiva”, e cioè quella dipendente dalle condizioni personali del richiedente (come nel caso, ad esempio, dei motivi di salute o di età).

Il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, tuttavia, può essere giustificato anche dalla “vulnerabilità oggettiva”: e cioè quella dipendente dalle condizioni del paese di provenienza del richiedente.

Sussiste, in particolare, una condizione di vulnerabilità oggettiva quando nel paese di provenienza del richiedente protezione sia a questi impedito l’esercizio dei diritti fondamentali della persona. Impedimento che non necessariamente deve essere di diritto, ma può essere anche soltanto di fatto.

2.3. Da ciò discendono due corollari.

Il primo è che la ritenuta falsità delle dichiarazioni compiute dal richiedente protezione impedisce di ritenere dimostrata una condizione di vulnerabilità soggettiva, ma non osta al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, laddove ricorressero le condizioni di vulnerabilità oggettiva.

E’ infatti evidente che una persona cui nel proprio Paese sia impedito l’esercizio dei diritti fondamentali non possa essere rimpatriata, a nulla rilevando che nel chiedere protezione abbia dimostrato la prudentia serpis, piuttosto che la simplicitas columbae.

2.4. Il secondo corollario è che la sussistenza delle condizioni di vulnerabilità oggettiva deve essere accertata d’ufficio, ricorrendo a fonti di informazione attendibili ed aggiornate sul paese di provenienza del richiedente (a meno che, ovviamente, il giudizio di inattendibilità non investa addirittura la provenienza stessa del richiedente).

2.5. Nel caso di specie, il Tribunale non si è attenuto a questi principi ormai consolidati nella giurisprudenza di legittimità.

Infatti il Tribunale ha correttamente accertato ex officio se in (OMISSIS) sussista una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, ma altrettanto non ha fatto al fine di accertare se i diritti inviolabili della persona siano o non siano, nel paese di provenienza del richiedente, gravemente compromessi in modo intollerabile.

Il Tribunale infatti ha negato la sussistenza di condizioni oggettive di vulnerabilità del richiedente, affermando che questi nel caso di rimpatrio non si troverebbe esposto a rischi di sorta, sulla base degli elementi “già compiutamente analizzati in precedenza”.

Gli elementi “già compiutamente analizzati in precedenza”, tuttavia, sono rappresentati da fonti di informazione dalle quali il Tribunale ha tratto la conclusione della insussistenza in (OMISSIS) di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato.

Da quelle fonti, tuttavia, quale che ne fosse l’effettivo contenuto, il Tribunale non ha tratto alcuna informazione, che sia stata esposta in motivazione, concernente la tutela dei diritti umani.

2.6. Il decreto va dunque cassato con rinvio al Tribunale di Milano, in differente composizione, il quale tornerà ad esaminare la domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, indagando ex officio sulla esistenza o meno nel Paese di provenienza del richiedente di una grave compromissione dei diritti umani fondamentali, e sulla possibilità che il richiedente in caso di rimpatrio possa esservi esposto.

3. Le spese del presente giudizio di legittimità saranno liquidate dal giudice del rinvio.

PQM

(-) rigetta il primo motivo di ricorso;

(-) accoglie il secondo motivo di ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte di cassazione, il 25 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2021

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