Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33227 del 16/12/2019

Cassazione civile sez. I, 16/12/2019, (ud. 13/09/2019, dep. 16/12/2019), n.33227

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20402/2014 proposto da:

T.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Trionfale n.

129, presso lo studio dell’avvocato Certo Giuseppe, rappresentato e

difeso dall’avvocato Correnti Corrado Carmelo, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Milazzo, in persona del Sindaco pro tempore, domiciliato in

Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di

Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato Rugolo Claudio,

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 428/2013 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 04/06/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/09/2019 dal Cons. Dott. SAMBITO MARIA GIOVANNA C..

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione notificato il 29.6.1996, L.M.G. convenne in giudizio davanti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto il Comune di Milazzo e la Edilter Costruzioni S.C.R.L. n.q. d’impresa capogruppo del RTI Edilter, e, premettendo di esser proprietaria di un appezzamento di terreno occupato, in forza di ordinanza sindacale del 30.1.1990) per la costruzione dell’asse viario di raccordo tra l’autostrada (OMISSIS) e la città di (OMISSIS), chiese la condanna dei convenuti al risarcimento del danno da occupazione acquisitiva, per essere l’opera stata realizzata e non essere stato tempestivamente emesso il decreto di espropriazione. Il Tribunale adito accolse la domanda nei confronti del Comune e di tale Società Agnello, nuova appaltatrice, in esito al fallimento della (OMISSIS).

Con sentenza del 4.6.2013, la Corte d’Appello di Messina, adita dal Comune, riformò la decisione, osservando che il termine di scadenza della dichiarazione di pubblica utilità era stato prorogato di due anni (con scadenza del 10.4.1997), per effetto della L. n. 158 del 1991, art. 22 e della L. n. 166 del 2002, art. 4, sicchè il decreto ablativo, emesso il 30.12.1996, doveva ritenersi tempestivo. Operata, quindi, la conversione della domanda in termini di opposizione alla stima, la Corte ritenne il Comune carente di legittimazione, affermando essere intervenuta la concessione traslativa con la società Agnello, nuova affidataria dei lavori, nei confronti della quale la domanda andava, tuttavia, dichiarata improcedibile, per il suo sopravvenuto fallimento.

Per la cassazione della sentenza, che disponeva, pure, l’estromissione della curatela del fallimento (OMISSIS), ha proposto ricorso T.G., quale erede dell’originaria attrice, con quattro motivi, nei confronti del solo Comune di Milazzo, che ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo, il ricorrente censura la ritenuta legittimità della procedura ablativa per violazione della L. n. 2359 del 1865. art. 13. La Corte, lamenta il ricorrente, ha errato nel ritenere tempestivo il decreto ablativo in data 30.12.1996, tenuto conto che: a) la dichiarazione di pubblica utilità emessa col DA n. 715 dell’8.6.1988, indicava rispettivamente in due e cinque anni i termini di inizio e fine di lavori ed espropriazioni; b) l’occupazione temporanea d’urgenza era stata disposta con provvedimento del 30.1.1990 per il periodo di cinque anni e l’immissione in possesso era datata 10.4.1990; c) l’irreversibile trasformazione era avvenuta nel corso del 1990. Il ricorrente, che evidenzia come il 6.9.1993 erano stati restituiti mq. 239, afferma che alla data dell’8.6.1993, con la scadenza del quinquennio di validità della dichiarazione di pubblica utilità, doveva ritenersi intervenuta l’occupazione acquisitiva, il decreto ablativo doveva ritenersi emesso in carenza di potere e doveva essere disapplicato, non potendo valere il provvedimento di rinnovazione della dichiarazione di p.u., intervenuto il 3.3.1995, per essersi, appunto, già perfezionata la fattispecie acquisitiva estintiva.

1.1. Il motivo è infondato. I principi invocati dal ricorrente, e la giurisprudenza da lui citata, sono stati, infatti, da tempo rimeditati, avendo questa Corte (cfr. Cass. n. 10216 del 2010; n. 10394 del 2012; n. 3672 del 2014; n. 11481 del 2016; n. 5684 del 2017), a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 2630 del 2006, affermato che ai sensi della L. 1 agosto 2002, n. 166, art. 4, tutte le proroghe disposte dalla normativa emergenziale di cui alla L. 1 marzo 1985, n. 42, L. 29 febbraio 1988, n. 47, L. 20 maggio 1991, n. 158, vanno riferite, con effetto retroattivo, oltre i confini segnati ai termini di scadenza delle sole occupazioni d’urgenza (così prorogati ex lege di ulteriori complessivi cinque anni) e dunque, anche, al termine per l’emissione del decreto di esproprio, deponendo in tal senso sia la lettera della norma – che con l’utilizzo dell’avverbio anche (“… riferite anche ai procedimenti espropriativi in corso…”) manifesta l’intento del legislatore di estendere gli effetti delle proroghe precedentemente disposte oltre i confini segnati dai termini di scadenza delle sole occupazioni di urgenza-, sia la ratio legis essendo diversamente inconcepibile il legittimo perdurare di un regime occupatorio temporaneo senza il corrispondente slittamento dei termini utili per l’emissione del decreto definitivo di esproprio.

2. Il rigetto del motivo, con il definitivo accertamento della legittimità della definizione della procedura espropriativa, esclude la fondatezza delle censure dedotte coi motivi terzo e quarto, che, rispettivamente, criticano la ritenuta validità del decreto ablativo, sotto il profilo dell’omesso esame del punto decisivo della controversia relativo alla data dell’irreversibile trasformazione del suolo e della violazione della L. n. 865 del 1971, art. 20, nonchè della violazione degli artt. 112,115 e 196 c.p.c., reiterando la tesi dell’avvenuto perfezionamento della fattispecie dell’occupazione acquisitiva alla scadenza (supposta non prorogata) della dichiarazione di pubblica utilità e per effetto l’irreversibile trasformazione.

2.1. A parte che, già con la sentenza n. 735 del 2015, seguita dalla successiva giurisprudenza, le Sezioni Unite di questa Corte hanno sconfessato la legittimità dell’istituto invocato, ed, equiparandolo a quello della c.d. occupazione usurpativa (Cass. n. 1814 del 2000), caratterizzata dalla mancanza di dichiarazione di pubblica utilità, hanno escluso che intervenisse l’acquisizione autoritativa del bene alla mano pubblica per effetto della sua illecita manipolazione, va osservato che l’indagine sull’epoca dell’irreversibile trasformazione su cui, in ispecie, insiste il ricorrente, anche sotto il profilo dell’omessa pronuncia – appare superflua, dovendo, ulteriormente, rilevarsi che la proroga legale del termine dell’occupazione d’urgenza opera nonostante si sia già verificata l’irreversibile trasformazione dell’area occupata, sicchè, fino a quando tale termine originario o prorogato non sia spirato, il proprietario null’altro può pretendere se non la corresponsione della relativa indennità ed è sempre possibile l’emanazione del decreto di espropriazione di un’area che continua ad appartenere all’originario proprietario (cfr. Cass. n. 19601 del 2016).

2.2. Inammissibile è la censura di extrapetizione dedotta nell’ambito del quarto motivo tenuto conto che nell’unica alternativa consentita alla Corte territoriale a fronte dell’erronea pretesa del proprietario – declaratoria d’inammissibilità della domanda, perchè l’indennità di esproprio o valore venale del fondo non potevano essere richiesti (peraltro al Tribunale) con azione risarcitoria, ovvero, interpretazione della stessa in funzione dello bene della vita conseguibile in ipotesi di espropriazione – era stata prescelta quella ad esso più favorevole, talchè il ricorrente difetta addirittura di interesse a dolersi degli asseriti errori in cui la decisione sarebbe incorsa nell’interpretare l’originaria domanda (cfr. Cass. n. 1738 del 2009).

3. Con il secondo motivo, deducendo la violazione degli artt. 1292,1294 e 2043 c.c., L.R. Sicilia n. 21 del 1985, art. 42, il ricorrente afferma che, nel ritenere il difetto di legittimazione passiva del Comune, la Corte messinese ha violato il principio generale, di derivazione anche convenzionale (art. 1, all. 1 alla CEDU), secondo cui sussiste l’obbligo del risarcimento in ipotesi di occupazione illegittima. Sotto altro profilo, la ritenuta sussistenza della concessione traslativa non tiene conto del principio secondo cui è solo la legge che può qualificare traslativa la concessione ed individuare nel concessionario il soggetto passivamente legittimato ai fini del pagamento dell’indennità di espropriazione.

3.1. La prima sub-censura è infondata. Essa invoca, infatti, i consolidati principi, anche di derivazione convenzionale, in tema di solidarietà passiva tra concedente e concessionario nel caso di responsabilità aquiliana da illegittimità dell’occupazione, che qui, per quanto già detto, non sono pertinenti.

3.2. Anche la seconda sub-censura è infondata. La sentenza ha accolto il motivo d’appello del Comune che ha negato la propria legittimazione, affermando esser stato stipulato un contratto prima con la (OMISSIS) e poi con la Agnello il cui art. 27 bis, integrava, in aderenza al disposto della L.R. Sicilia n. 21 del 1985, art. 42, un caso di concessione traslativa.

3.3. Ora, a parte i profili di genericità della doglianza, che neppure riporta per sunto il testo del patto in esame, va osservato che questa Corte si è in più occasioni occupata della disposizione regionale invocata (cfr. Cass. n. 25202 del 2011; n. 2102 del 2002; n. 1603 del 1999, n. 790 del 1999, con le ultime tre, proprio, in riferimento al menzionato art. 27 bis del contratto tra il Comune controricorrente e le due imprese) rilevando, condivisibilmente, che la stessa, nel testo vigente all’epoca dei fatti (precedente alle modifiche apportate dalla L.R. Sicilia n. 10 del 1993, L.R. Sicilia n. 4 del 1996 e L.R. Sicilia n. 22 del 1996), dopo aver disciplinato i presupposti per l’affidamento in concessione di interventi in materia di opere pubbliche in concessione, ha disposto al comma 3 che detto affidamento comporta per il concessionario tutti gli oneri per la realizzazione dell’opera ed, eventualmente, per la gestione temporanea, compresa la progettazione, le espropriazioni per pubblica utilità, l’acquisizione di concessioni e di autorizzazione, l’esecuzione delle forniture e dei lavori ed ogni altra attività o prestazione necessaria per la consegna dell’opera completa ai fini dell’utilizzazione prevista. E’ stato quindi evidenziato come la regione sia intervenuta a dettare una norma di carattere generale che pone a carico del concessionario incaricato della costruzione di un opera pubblica di particolare complessità l’obbligo di provvedere a tutte le attività strumentali per la sua realizzazione, ivi comprese le espropriazioni per pubblica utilità, e di consegnare l’opera completa e in grado di essere utilizzata secondo la sua destinazione. La prescrizione normativa di cui è stata denunciata la violazione, nel sanzionare con forza di legge l’autonomia del concessionario, che opera ordinariamente in nome proprio e per conto dell’ente beneficiario dell’opera pubblica, implica che l’impresa appaltatrice concessionaria dell’opera assume in nome proprio nei confronti dei terzi tutte le obbligazioni negoziali, indennitarie e risarcitorie derivanti dall’esecuzione dell’opera, escludendo ogni rapporto diretto fra i terzi e l’ente concedente.

4. Il ricorso è in conclusione respinto. Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 13 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2019

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA