Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3322 del 08/02/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 08/02/2017, (ud. 10/05/2016, dep.08/02/2017),  n. 3322

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI IASI Camilla – Presidente –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. LA TORRE Enzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3464-2010 proposto da:

V.C., elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo

studio dell’avvocato MARIA VIRGINIA PERAZZOLI, che lo rappresenta e

difende giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimato –

Nonchè da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente e ricorrente incidentale condizionato –

contro

V.C.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 33/2009 della COMM.TRIB.REG. DEL LAZIO

depositata il 12/02/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/05/2016 dal Consigliere Dott. MARIA ENZA LA TORRE;

udito per il ricorrente l’Avvocato CERSOSIMO per delega dell’Avvocato

PERAZZOLI che preliminarmente eccepisce la nullità della notifica

del controricorso e si riporta agli scritti;

udito per il controricorrente l’Avvocato DETTORI che si rimette alla

Corte;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, assorbito l’incidentale.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

V.C. ricorre con due motivi per la cassazione della sentenza della C.T.R. del Lazio (n. 33/07/09 dep. 12.2.2009), che in riforma della sentenza di primo grado ha accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate, confermando l’atto impugnato relativo all’accertamento del maggior reddito (ai fini dell’IVA, dell’IRPEF e dell’IRAP per l’anno 2002), determinato in base allo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli studi di settore. La C.T.R. ha in particolare ritenuto insufficienti i riscontri probatori offerti dal contribuente per superare le presunzioni gravi precise e concordanti costituite dagli studi di settore, applicati dopo l’invito al contraddittorio, eluso dal contribuente.

L’Agenzia delle entrate si costituisce con controricorso e ricorso incidentale condizionato.

V.C. ha prodotto memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Col primo motivo del ricorso principale V.C. denunzia “contrasto con la giurisprudenza formatasi sul punto, illogicità della motivazione, violazione delle norme di diritto sostanziale alla fattispecie dedotta nel giudizio, inversione dell’onere probatorio” in relazione al valore probatorio degli studi di settore, alla improponibilità di nuova questione in appello, rappresentata dalla inutilizzabilità dei documenti non trasmessi in risposta all’invito al contraddittorio.

Col secondo motivo si deduce erronea applicazione della L. n. 549 del 1995, art. 3, commi 181 e 183 mancando il presupposto per l’applicazione degli studi di settore, e dovendo le presunzioni essere avvalorate da ulteriori elementi relativi alla effettiva situazione personale del contribuente.

Si deduce altresì l’improponibilità in appello di nuove contestazioni, svolte dall’Ufficio.

A conclusione dei motivi del ricorso sono proposti due quesiti di diritto (ex art. 366 bis c.p.c.), con i quali: n. 1) “tenuto conto che gli studi di settore sono esclusivamente una elaborazione statistica… che può solo costituire una presunzione semplice”; “che gli stessi hanno natura meramente presuntiva”; che “il ricorrente ha proposto e provato documentalmente le motivazioni dovute allo scostamento”; dell’inerzia dell’Ufficio che si è limitato a riportare il risultato degli studi di settore”, si chiede che la Corte si pronunci “sulla correttezza della motivazione della sentenza impugnata in riferimento ai principi su richiamati”. Nel quesito n. 2 si chiede che la Corte si pronunci “sulla correttezza sotto il profilo logico della motivazione della sentenza, in ordine alla valutazione dei fatti al fine di procedere alla individuazione delle significative incongruenze, nel rispetto delle regole del giusto procedimento, ed altresì alla dimostrazione dell’applicabilità dello standard prescelto al caso concreto oggetto dell’accertamento, quali le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente ed accolte in sede di giudizio di primo grado, tenuto conto che gli studi di settore costituiscono un sistema di presunzioni semplici”.

3. Tutti gli anzidetti motivi sono inammissibili in relazione ai quesiti di diritto (ex art. 366 bis c.p.c., obbligatori con riguardo alla indicata data di deposito della sentenza impugnata. Essi infatti non rispondono alle prescrizioni di legge, come interpretate da questa Corte, secondo cui la formulazione dei quesiti deve avvenire in modo rigoroso e preciso, evitando quesiti multipli o cumulativi (ex multis Cass. n. 5471 dei 29/02/2008): da ciò consegue che non è consentito censurare con un unico motivo (e quindi con un unico quesito) sia l’illogicità della motivazione, sia la violazione delle norme di diritto sostanziale, sia le norme in tema di onere della prova (peraltro non indicate).

4. A ciò si aggiungono ulteriori profili di inammissibilità del ricorso, che non si limita a prospettare una pluralità di aspetti relativi ad una questione (formulazione, peraltro, ritenuta inammissibile da Cass. 23 settembre 2011, n. 19443), ma addirittura contiene una pluralità di questioni, precedute unitariamente dalla deduzione del vizio di motivazione, con la conseguenza che a compiuta formulazione del motivo in ordine alle singole questioni richiederebbe un inammissibile intervento integrativo della Corte, con l’individuazione, per ciascuna delle doglianze, dello specifico vizio di violazione di legge o del vizio di motivazione (cfr. Cass. n. 21611 del 20/09/2013).

5 Per le anzidette ragioni il ricorso va dichiarato inammissibile, con assorbimento dell’unico motivo del ricorso incidentale condizionato, col quale l’Agenzia delle entrate deduce violazione di legge (D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 4), per avere la CTR ammesso in giudizio atti e documenti prodotti solo in sede contenziosa, in ipotesi di mancata risposta all’invito al contraddittorio, con conseguente inammissibilità della successiva produzione documentale in giudizio.

5. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e assorbito il ricorso incidentale condizionato. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 3.2000,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2017

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