Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33215 del 10/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/11/2021, (ud. 24/06/2021, dep. 10/11/2021), n.33215

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZA Stefano – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27814-2018 proposto da:

Z.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OSLAVIA 30,

presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO GIZZI, che lo rappresenta e

difende unitamente a se stesso e all’avvocato CESARE MENOTTO ZAULI;

– ricorrente –

contro

ASSICURAZIONI GENERALI SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2052/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata l’01/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ROSSETTI

MARCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. In data che né il ricorso, né la sentenza indicano, M.P., col patrocinio dell’avvocato Z.C., convenne dinanzi al Tribunale di Forli la società Assicurazioni Generali, chiedendone la condanna al pagamento dell’indennizzo dovutole quale beneficiaria d’una assicurazione stipulata dal proprio figlio, Siro Guidi, sulla propria vita. Il Tribunale di Forli con sentenza 28 marzo 2003 accolse la domanda, condannò la convenuta alla rifusione delle spese in favore dell’attrice, e dispose la distrazione delle spese in favore dell’avvocato Z.C.. Per effetto di tale sentenza la società Generali versò all’Avvocato Z.C. la somma di Euro 10.287,47, in data 26 maggio 2003.

2. La Corte d’appello di Bologna con sentenza 9 marzo 2009 n. 318 riformò la decisione di primo grado.

Ritenne che G.S., affetto da una grave malattia psichica e ricoverato per trattamento sanitario obbligatorio solo nove giorni dopo la stipula della polizza, avesse con dolo o colpa grave mentito all’assicuratore circa le proprie condizioni di salute, e che di conseguenza l’indennizzo non fosse dovuto ex art. 1892 c.c..

Rigettò di conseguenza la domanda attorea e ordinò la restituzione alla società Generali delle somme “eventualmente versate” in esecuzione della sentenza di primo grado.

3. Questa Corte, con sentenza n. 13603 del 21.6.2011 (da cui si ricavano gli elementi che precedono) rigettò il ricorso proposto da G.L., erede di M.P. nelle more deceduta, avverso la sentenza d’appello sopra indicata.

4. All’esito di queste vicende, la società Generali chiese all’avv. Z.C. la restituzione di quanto versatogli in esecuzione della sentenza di primo grado.

Non avendo ottenuto dall’avvocato Z.C. l’adempimento spontaneo, iniziò nei suoi confronti l’esecuzione forzata.

Z.C. propose opposizione a precetto ex art. 615 c.p.c..

Il Tribunale di Forli con sentenza 27 settembre 2011 n. 356 rigettò l’opposizione.

La sentenza venne appellata dal soccombente.

5. Con sentenza 1 agosto 2018 n. 2052 la Corte d’appello di Bologna rigettò l’appello, compensando fra le parti le spese del grado.

6. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da Carlo Z. con ricorso fondato su sette motivi.

La società Generali non si è difesa.

Il ricorso, già fissato per la discussione nell’adunanza camerale del 12.11.2020, con ordinanza interlocutoria 4.2.2021 n. 2645 venne rinviato a nuovo ruolo, avendo il ricorrente nelle more proposto istanza di ricusazione d’uno dei membri del collegio.

7. Rigettata la suddetta istanza con ordinanza 22.4.2021 n. 10602, il ricorso è stato nuovamente fissato e discusso nell’adunanza camerale odierna.

8. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente dichiarata l’infondatezza dell’istanza depositata dal ricorrente il giorno prima dell’adunanza, 23.6.2021.

In tale istanza il ricorrente deduce di avere ricevuto da parte della Cancelleria di questa Corte, il 1 giugno 2021, la comunicazione del decreto di fissazione dell’udienza, al quale però non era allegata alcuna proposta di cui all’art. 380 bis c.p.c., e ciò gli avrebbe impedito di articolare la propria difesa.

La deduzione è temeraria, dal momento che:

-) l’avviso di fissazione dell’udienza recava il numero di ruolo;

-) il numero di ruolo era quello del presente ricorso;

-) nel presente ricorso la proposta di cui all’art. 380 bis c.p.c. era già stata ritualmente formulata;

-) della proposta di cui all’art. 380 bis c.p.c., in ogni caso, la legge non prevede che sia motivata.

In definitiva, nessun dubbio era possibile per l’odierno ricorrente circa il fatto che l’avviso comunicatogli il 1 giugno avesse ad oggetto la fissazione del ricorso n. 27814/18, rinviato a nuovo ruolo dopo il deposito da parte sua dell’istanza di ricusazione.

La circostanza, infine, che nel suddetto avviso fosse indicato come consigliere relatore un magistrato diverso da quello effettivo ha costituito un errore materiale, non decettivo e privo di conseguenze sul piano processuale.

2. Col primo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 474 c.p.c..

Deduce che, non essendo egli menzionato nella sentenza messa in esecuzione della società Generali, non poteva essere di conseguenza assoggettato all’azione esecutiva.

2.1. Il motivo è manifestamente infondato.

La distrazione delle spese processuali consiste nella sostituzione di un soggetto (il difensore) ad un altro (la parte) nella legittimazione a ricevere il relativo pagamento.

La sostituzione nella legittimazione a ricevere comporta ipso iure la sostituzione nella legittimazione a restituire.

Ne discende che “il difensore distrattario subisce legittimamente gli effetti della sentenza di appello di condanna alla restituzione delle somme già percepite in esecuzione della sentenza di primo grado, benché non evocato personalmente in giudizio” (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 25247 del 25/10/2017, Rv. 646824 01).

3. Col secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 282,336 e 474 c.p.c..

Deduce che l’obbligo del difensore distrattario di restituire le somme ricevute in esecuzione della sentenza di primo grado presuppone che questi abbia partecipato al giudizio di appello, che sia stata formulata una domanda nei suoi confronti, e che sia stato pronunciato un capo di condanna ad hoc: tutte evenienze non verificatesi nel caso di specie.

3.1. Il motivo è infondato.

Il ricorrente solleva e confonde questioni tra loro diverse, e cioè:

a) chi sia il soggetto passivamente legittimato alla restituzione, nel caso di riforma della sentenza contenente la distrazione delle spese;

b) nei confronti di chi debba essere pronunciata la relativa condanna;

c) se l’avvocato sia litisconsorte necessario nel giudizio presupposto;

d) se la sentenza di condanna alla restituzione pronunciata nei confronti della parte possa essere messa in esecuzione nei confronti dell’avvocato.

3.2. Ebbene, la questione sub (a) è pacificamente risolta dalla giurisprudenza nel senso che passivamente legittimato alla restituzione è l’avvocato distrattario: ed è lo stesso ricorrente ad allegare la relativa giurisprudenza.

La questione sub (b) è pacificamente risolta dalla giurisprudenza nel senso che la condanna alla restituzione può essere pronunciata nei confronti della parte (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 6481 del 09/03/2021, Rv. 660745 – 01; Sez. 3 -, Ordinanza n. 13516 del 30/05/2017, Rv. 644633 – 01; Sez. L, Sentenza n. 11919 del 09/06/2015, Rv. 635663 01).

La questione sub (c) è pacificamente risolta dalla giurisprudenza nel senso che “il difensore distrattario subisce legittimamente gli effetti della sentenza d’appello di condanna alla restituzione (…) benché non evocato personalmente in giudizio” (ed è lo stesso ricorrente, pagina 27 del ricorso, ad allegare la giurisprudenza che ha affermato questo principio).

La questione sub (d), infine, è infondata per le medesime ragioni già indicate con riferimento al primo motivo di ricorso.

4. Col terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione del giudicato.

Il motivo, assai confusamente illustrato, pare sostenere la seguente tesi giuridica:

-) la lite pendente tra la cliente dell’avvocato la società Generali si è conclusa con una pronuncia di condanna dell’assicurata a restituire all’assicuratore le somme da quest’ultimo pagate;

-) su questa condanna si è formato il giudicato;

-) ergo, l’unico soggetto obbligato alla restituzione poteva essere M.P., e per lei la sua erede.

4.1. Il motivo è manifestamente infondato.

Il presente giudizio ha ad oggetto una opposizione all’esecuzione; ma mai nessuna opposizione all’esecuzione è stata proposta prima della presente, e quindi nessun giudicato può essersi formato.

Il ricorrente mostra di confondere le statilizioni sul diritto, contenute nel titolo esecutivo giudiziale, con le statuizioni sull’esecuzione, contenute nella sentenza pronunciata dal giudice dell’opposizione ed impugnata nella presente sede.

E tuttavia, come noto, compito del giudice dell’esecuzione è interpretare il titolo esecutivo giudiziale.

Pertanto se il giudice dell’esecuzione ritiene che il titolo esecutivo formatosi nei confronti del soggetto “A” possa essere legittimamente messo in esecuzione nei confronti del soggetto “B”, si potrebbe discutere al massimo se la sentenza sia corretta quanto ad esegesi del titolo esecutivo, ma non si potrà mai discutere di alcuna violazione del giudicato.

5. Col quarto motivo il ricorrente formula una censura incomprensibile, in quanto non contiene alcuna ragionata critica alla sentenza impugnata, ma solo una giustapposizione di affermazioni e principi di diritto generali e generici, avulsi da qualsiasi collegamento col caso di specie.

Il motivo va dunque dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4.

6. Col quinto motivo il ricorrente lamenta iil vizio di omessa pronuncia. Sostiene che la Corte d’appello non avrebbe esaminato due dei motivi da lui proposti in grado di appello.

Con questi due motivi Z.C. sostenne, in grado di appello, che egli in tanto poteva subire l’esecuzione forzata, in quanto avesse partecipato al giudizio all’esito del quale si era formato il titolo esecutivo.

6.1. Anche in questo caso il motivo è infondato perché prospetta una questione che si sarebbe dovuta far valere impugnando la sentenza di condanna alla restituzione, e non proponendo l’opposizione all’esecuzione.

In ogni caso e nel merito, per quanto già detto, l’avvocato distrattario è legittimato ad impugnare il provvedimento di revoca della distrazione, ma non è litisconsorte necessario nel giudizio presupposto.

7. Col sesto motivo il ricorrente sostiene che la parte soccombente in primo grado, la quale abbia pagato le spese di lite direttamente all’avvocato distrattario, ove poi risulti vittoriosa in appello, per pretendere la restituzione di quanto pagato all’avvocato distrattario dovrebbe introdurre nei confronti di quest’ultimo un autonomo giudizio, oppure chiedere un decreto ingiuntivo. In difetto, non potrebbe mettere in esecuzione nei suoi confronti il titolo esecutivo formatosi nei confronti del cliente.

7.1. Il motivo è manifestamente infondato per le medesime ragioni già esposte a confutazione del primo motivo d(i ricorso.

8. Col settimo motivo il ricorrente invoca la “nullità della sentenza in relazione all’art. 92 c.p.c.”.

Si duole che la Corte d’appello non abbia compensato le spese del primo grado di giudizio, compensazione dovuta a causa del “mutamento di giurisprudenza sulla questione oggetto del contendere”.

Deduce di avere chiesto in grado di appello la compensazione delle spese anche del primo grado, e conclude: “dunque la questione trattata negli scritti non trova supporto nella decisione. Per queste ragioni la sentenza è nulla”.

8.1. Il motivo è in primo luogo irricevibile, per l’inintelligibilità del tipo di censura che in esso si intende muovere alla sentenza d’appello.

In ogni caso è inammissibile perché la compensazione delle spese di lite costituisce una facoltà discrezionale riservata al giudice di merito, e non sindacabile in sede di legittimità, salvo il caso dell’irrazionalità manifesta della motivazione.

Infine, ad abundantiam, il motivo è inammissibile perché il ricorrente, in violazione dell’onere di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, non chiarisce in quali termini il motivo di appello concernente le spese di primo grado fu formulato con l’atto di citazione in appello.

9. Non è luogo a provvedere sulle spese, dal momento che la parte intimata non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, il 24 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2021

 

 

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