Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33188 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. VI, 21/12/2018, (ud. 27/09/2018, dep. 21/12/2018), n.33188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 14425 del ruolo generale dell’anno

2017, proposto da:

D.S.R. (C.F.: (OMISSIS)) rappresentato e difeso

dall’avvocato Lamberto Pagnotta (C.F.: (OMISSIS));

– ricorrente –

contro

COMUNE DI BOLZANO (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Sindaco, legale

rappresentante pro tempore rappresentato e difeso dagli avvocati

Laura Polonioli (C.F.: (OMISSIS)), Alessandra Merini (C.F.:

(OMISSIS)), Gudrun Agostini (C.F.: (OMISSIS)) e Bianca Maria

Giudiceandrea (C.F.: (OMISSIS));

– controricorrente –

e contro

EQUITALIA SUD S.p.A. (C.F.: non indicato), in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

per la cassazione della sentenza del Tribunale di Bolzano n.

1500/2016, pubblicata in data 30 novembre 2016;

udita la relazione sulla causa svolta nella camera di consiglio in

data 27 settembre 2018 dal consigliere Augusto Tatangelo.

Fatto

Fatti di causa

D.S.R. ha proposto opposizione avverso una cartella di pagamento che assume notificatagli dall’agente della riscossione Equitalia Sud S.p.A. per crediti di titolarità del Comune di Bolzano.

L’opposizione è stata rigettata dal Giudice di Pace di Bolzano. Il Tribunale di Bolzano ha confermato la decisione di primo grado.

Ricorre il D.S., sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Bolzano.

Non ha svolto attività difensiva in questa sede l’altra società intimata.

E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., in quanto il relatore ha ritenuto che il ricorso fosse destinato ad essere dichiarato inammissibile/manifestamente infondato.

E’ stata quindi fissata con decreto l’adunanza della Corte, e il decreto è stato notificato alle parti con l’indicazione della proposta.

Il collegio ha disposto che sia redatta motivazione in forma semplificata.

Diritto

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo per la decisione del giudizio”.

Il motivo è in primo luogo inammissibile, in quanto con esso si deduce un vizio della decisione (omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo per la decisione del giudizio) che non rientra più tra quelli deducibili con il ricorso per cassazione, in base al testo vigente (ed applicabile alla fattispecie, ratione temporis) dell’art. 360 c.p.c..

Le censure mosse alla decisione impugnata sono in ogni caso inammissibili anche in quanto con esse il ricorrente mira a contestare un accertamento di fatto svolto dal giudice del merito e sostenuto da adeguata motivazione (non apparente, nè intrinsecamente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile in sede di legittimità) in relazione all’effettivo soggetto giuridico destinatario dell’intimazione di pagamento contestata: il tribunale ha infatti accertato che il soggetto intimato non era il D.S. in proprio, ma la società SPALIC Llc (di cui egli è il legale rappresentante), di modo che, non potendo l’eventuale esecuzione forzata essere promossa direttamente contro di lui, egli non avrebbe alcun interesse ad opporsi alla cartella di pagamento che la aveva minacciata.

Nella sostanza, con il motivo di ricorso in esame si finisce per chiedere una nuova e diversa valutazione del materiale probatorio, certamente non ammissibile nella presente fase di giudizio.

2. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per violazione e falsa applicazione degli artt. 187e 189 c.p.c., relativo al giusto processo”.

Anche questo motivo è inammissibile, ancor prima che manifestamente infondato.

Il ricorrente deduce in primo luogo che il tribunale avrebbe dovuto effettuare un rinvio per consentire la produzione della cartella di pagamento opposta (già prodotta in primo grado) o la sua “ricostruzione”, ma non chiarisce se il documento era stato prodotto o meno in secondo grado, se esso era andato smarrito e se effettivamente era stato chiesto al tribunale un rinvio a tal fine. Sotto questo aspetto, la censura difetta evidentemente di specificità, e come tale è inammissibile, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6. D’altronde, in base ai principi generali, i documenti devono essere prodotti dalle parti e non possono essere acquisiti di ufficio dal giudice, e quindi questi non può ritenersi tenuto a richiederne la produzione alle parti (non è stata peraltro dedotta alcuna eventuale specifica violazione delle norme che disciplinano i poteri istruttori officiosi del giudice).

In ogni caso, risulta manifestamente infondata la censura di violazione delle disposizioni di cui agli artt. 187 e 189 c.p.c., che non riguardano i poteri istruttori del giudice ma semplicemente quelli relativi al passaggio della causa alla fase della decisione.

Le ulteriori considerazioni contenute nel motivo di ricorso in esame non colgono infine l’effettiva ratio decidendi della pronuncia impugnata ovvero ripropongono le contestazioni sull’accertamento di fatto relativo al soggetto destinatario dell’intimazione di pagamento di cui al primo motivo di ricorso, non ammissibili per le ragioni esposte in precedenza.

3. Il ricorso è rigettato.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012 n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore del comune controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 1.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali ed accessori di legge.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012 n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 27 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018

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