Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33168 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. VI, 21/12/2018, (ud. 20/09/2018, dep. 21/12/2018), n.33168

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26260-2017 proposto da:

M.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIOVANNI

GENTILE 22, presso lo studio dell’avvocato COSTANTINO FRANCESCO

BAFFA, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

P.D.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 609/2017 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

emessa il 14/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/09/2018 dal Consigliere Relatore Dott. GABRIELE

POSITANO.

Fatto

RILEVATO

che:

con atto di citazione del 16 dicembre 2008 M.F. evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Cosenza, P.D. per sentir dichiarare simulato l’atto pubblico del 1 agosto 1997 con il quale C.G., madre dell’attore, aveva solo apparentemente venduto al convenuto 4729 quote sociali della società “Re Mida Srl” e, per l’effetto, dichiarare che tali quote erano, in realtà, di proprietà dell’attore. In via subordinata, dichiarare che l’atto pubblico doveva essere qualificato fiduciario e, quindi, statuire, con sentenza ai sensi dell’art. 2932 c.c, che tenga luogo del contratto di cessione e vendita in favore del convenuto. Poichè lo stesso si era rifiutato di concludere il contratto, le quote divengono di proprietà esclusiva dell’attore, oltre al risarcimento dei danni e le spese di lite. Si costituiva in giudizio il convenuto chiedendo l’accertamento della falsità dei documenti esibiti da controparte, il rigetto della domanda e, in via subordinata l’inammissibilità dell’azione di simulazione per intervenuta prescrizione. In particolare il convenuto contestava il contenuto e la datazione della scrittura del 1 agosto 1997 e di quella del 30 marzo 1994. Il collegio autorizzava la proposizione della querela di falso avverso tali documenti e sospendeva il procedimento principale. Il Tribunale di Cosenza, con sentenza n. 1507 del 2011, in accoglimento della querela, dichiarava la falsità della scrittura denominata “controcarta” del 1 agosto 1997. Il Tribunale inquadrava la fattispecie nell’ipotesi di abusivo riempimento di foglio firmato in bianco absque pactis aggiungendo che non corrispondeva al vero il contenuto della “controcarta” nella quale le presunte parti contraenti avrebbero dato atto della simulazione assoluta dell’atto pubblico di cessione di quote;

avverso tale decisione proponeva appello M., rilevando l’inammissibilità della querela trattandosi di abusivo riempimento di foglio in bianco contra pacta, la nullità della querela per violazione l’art. 221 c.p.c. e l’erronea valutazione delle prove. Si costituiva la controparte chiedendo il rigetto dell’impugnazione e il Procuratore Generale concludeva negli stessi termini;

con sentenza del 31 marzo 2017 la Corte d’Appello di Catanzaro rigettava l’appello confermando l’impugnata sentenza;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione M.F. affidandosi a due motivi. L’intimato non svolge attività processuale in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo lamenta la violazione degli artt. 2702 c.c. e 221 c.p.c. circa la proponibilità della querela, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3. Rileva che P. non aveva eccepito che il foglio firmato in bianco, era stato riempito, absque pactis, come afferma la Corte territoriale, quanto piuttosto che sarebbe stato riempito contra pacta, poichè non esisteva alcun accordo di riempimento. Da ciò discende l’inammissibilità della querela;

con il secondo motivo lamenta la violazione dell’art. 2697 c.c. riguardo all’onere della prova, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3. La Corte territoriale, sulla base della prassi di rilasciare le procure alle liti mediante fogli firmati in bianco, ha ritenuto provato che il foglio fosse stato firmato in bianco da P. e poi riempito dall’avvocato M.. Al contrario, P. avrebbe dovuto provare la consegna dei fogli in bianco e il successivo abusivo riempimento.

Sostanzialmente, la Corte d’Appello avalla una inversione dell’onere della prova, non consentita dalla norma indicata in premessa;

preliminarmente va affrontata la questione relativa alla tempestività del ricorso poichè in tema di notificazione con modalità telematica, il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, conv. con modif. nella L. n. 221 del 2012, si interpreta nel senso che la notificazione richiesta, con rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21.00, ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3 bis, comma 3, si perfeziona alle ore 7.00 del giorno successivo (Sez. 6 -, Ordinanza n. 30766 del 22/12/2017 (Rv. 647030 – 01). Nel caso di specie, il termine semestrale introdotto dalla legge n. 69 del 2009 (ove applicabile al caso di specie) determinerebbe una scadenza per la data del 31 ottobre 2017 (martedì) mentre la notifica si è perfezionata il 1 novembre (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 10628 del 2018) poichè il messaggio di posta elettronica della notifica a mezzo pec è pervenuto il 31 ottobre 2017 alle ore 21:45, come documentato dal ricorrente. La questione che si pone è se nell’ipotesi di procedimento incidentale per querela di falso instaurato dopo il 4 luglio 2009 si applichi il termine di impugnazione ridotto (semestrale) introdotto da tale norma o quello annuale riferibile al procedimento principale instaurato il 16 dicembre 2008 (in data, quindi, anteriore rispetto all’entrata in vigore della legge che ha modificato i termini di impugnazione). E più in generale, se la disciplina processuale relativa ai termini di impugnazione applicabile ai giudizi introdotti dopo il 4 luglio 2009 si applica anche ai subprocedimenti instaurati dopo quella data, ma che si innestano in un precedente giudizio di merito, introdotto anteriormente rispetto alla data di entrata in vigore della L. n. 69 del 2009;

come è noto ai sensi dell’art. 355 c.p.c. “se nel giudizio di appello è proposta querela di falso, il giudice, quando ritiene il documento impugnato rilevante per la decisione della causa, sospende con ordinanza il giudizio, e fissa alle parti un termine perentorio entro il quale debbono riassumere la causa di falso davanti al tribunale”. Da ciò si evince che la querela di falso in corso di causa, deve essere prima “proposta” ai sensi dell’art. 221, cioè portata all’attenzione del giudice affinchè valuti la rilevanza e l’ammissibilità della relativa istanza, e, quindi, “presentata” ai sensi dell’art. 222 c.p.c, il che può avvenire solo dopo l’autorizzazione del giudice che ne abbia positivamente valutato l’ammissibilità. Solo la “presentazione”, e non la “proposizione” della querela dà origine al sub procedimento incidentale di falso, con la conseguenza che la mera proposizione della querela stessa non comporta alcuna necessità di sospendere il giudizio principale (Cass., 3, n. 12263/2009);

è principio consolidato che “la sentenza che decide sulla querela è soggetta ai normali mezzi di impugnazione, e ciò quand’anche il procedimento di merito nel cui ambito l’atto è stato prodotto sia un procedimento speciale, ovvero abbia come epilogo una sentenza non soggetta ad appello”, in considerazione del fatto che “la sentenza che decide sulla querela di falso non è una sentenza parziale (cioè non definitiva) ma rappresenta l’epilogo di un procedimento che pur se, come nella specie, attivato in via incidentale – è comunque autonomo che ha per oggetto l’accertamento della falsità o meno di un atto avente fede privilegiata” (Cass. civ., sez. 2, sent., 28 maggio 2007, n 12399);

la soluzione della questione processuale prospettata in premessa non può prescindere dall’esame delle caratteristiche del procedimento incidentale per querela di falso, nel quale i profili di incidentalità e di autonomia presentano aspetti peculiari rispetto al più vasto panorama dei giudizi endoprocedimentali;

il procedimento è certamente caratterizzato da una forte autonomia rispetto al giudizio nel quale si inserisce, avendo ad oggetto l’accertamento della falsità o meno di un atto avente fede privilegiata. Tale autonomia connota anche il regime impugnatorio della sentenza definitiva (Cass. (ord.) n. 7243 del 2017) emessa all’esito del procedimento in oggetto, rispetto al rito proprio del procedimento principale;

è principio consolidato che “la sentenza che decide sulla querela è soggetta ai normali mezzi di impugnazione, e ciò quand’anche il procedimento di merito nel cui ambito l’atto è stato prodotto sia un procedimento speciale, ovvero abbia come epilogo una sentenza non soggetta ad appello”, in considerazione del fatto che “la sentenza che decide sulla querela di falso non è una sentenza parziale (cioè non definitiva) ma rappresenta l’epilogo di un procedimento che pur se attivato in via incidentale è comunque autonomo, avendo ad oggetto l’accertamento della falsità o meno di un atto avente fede privilegiata;

infatti, “la querela di falso, sia essa proposta in via principale ovvero incidentale, ha il fine di privare un atto pubblico (od una scrittura privata riconosciuta) della sua intrinseca idoneità a “far fede”, a servire, cioè, come prova di atti o di rapporti, mirando così, attraverso la relativa declaratoria, a conseguire il risultato di provocare la completa rimozione del valore del documento, eliminandone, oltre all’efficacia sua propria, qualsiasi ulteriore effetto attribuitogli, sotto altro aspetto, dalla legge, ed il tutto a prescindere dalla concreta individuazione dell’autore della falsificazione. Ne consegue che la relativa sentenza, eliminando ogni incertezza sulla veridicità o meno del documento, riveste efficacia erga omnes, e non solo nei riguardi della controparte presente in giudizio” (cfr. Cass. civ., sez. 1, 20 giugno 2000, n. 8362);

l’autonomia del regime impugnatorio appare ancora più evidente nel caso in cui il procedimento incidentale si innesti in quello di appello, pervenendo al risultato pratico dell’impugnabilità in appello di una sentenza che definisca l’incidente di falso, sorto nell’ambito del giudizio di merito, che è già in sede di appello;

infatti, il procedimento incidentale di querela di falso, ancorchè sorto nell’ambito di un giudizio di secondo grado, assume una sua autonomia di trattazione e definizione attraverso una decisione, impugnabile nei modi ordinari, cioè come sentenza di primo grado, e ciò anche quando la querela incidentale venga proposta in appello (Cass. civ., sez. 6, 23 giugno 2014, n. 14153). La sentenza resa è impugnabile con l’appello ai sensi dell’art. 339 c.p.c. e non con il ricorso per cassazione, con la conseguenza che il ricorso per cassazione eventualmente proposto deve essere dichiarato inammissibile. Allo stesso modo, nel caso in cui la querela di falso sia proposta in via incidentale innanzi al Tribunale in grado d’appello e venga emanata un’unica sentenza che decida, sia sull’appello de giudizio principale, che sulla querela di falso (incidentale), il capo relativo a quest’ultima deve essere impugnato innanzi alla Corte d’Appello, competente in forza del principio del doppio grado di giurisdizione (Cass. civ., sez. 13 aprile 1999, n. 3625);

analoga autonomia riguarda il regime della competenza per territorio e per valore, nel rapporto tra procedimento incidentale e quello principale di merito. La competenza territoriale sulla querela di falso proposta nel giudizio di appello appartiene al foro generale della persona, mancando una specifica disposizione normativa sulla forza attrattiva della causa di merito (Cass. 6, n. 13032/2016);

così, nell’ipotesi di incidente di falso, la competenza a conoscere appartiene inderogabilmente – stante il previsto intervento obbligatorio del p.m. – al giudice individuabile secondo il criterio del foro generale delle persone fisiche ai sensi dell’art. 18 c.p.c., non potendo al riguardo farsi diversamente riferimento al foro del domicilio eletto di cui all’art. 30 c.p.c., sulla base della sola elezione di domicilio contenuta nella procura speciale ex art. 83 c.p.c. (che rileva ai meri fini del compimento delle attività processuali demandate al procuratore costituito in ordine alla causa di merito, e non anche nei termini sostanziali – concernenti il compimento di determinati atti o affari – postulati viceversa alla stregua del richiamo all’art. 47 c.c. operato dall’art. 30 c.p.c.). Nè il carattere endoprocessuale ed incidentale della procedura di falso può far ritenere che la suddetta competenza inderogabile sia modificabile per effetto di attrazione da parte della connessa causa di merito, in mancanza di specifica disposizione normativa, non potendosi, peraltro, stabilire una correlazione tra luogo ove deve effettuarsi la notificazione dell’atto di riassunzione e foro della competenza territoriale (Cassazione civile, sez. 3, 21/05/2004, n. 9713);

riguardo alla questione se, per la determinazione del valore della querela di falso proposta incidentalmente, ai fini della liquidazione delle spese, debba o meno farsi riferimento al giudizio principale che lo ha generato, la giurisprudenza ha affermato che nella determinazione del valore della causa incidentale di falso, non deve farsi riferimento al giudizio principale all’interno del quale è stata proposta la querela di falso;

il giudice di merito che definisce davanti a sè il procedimento di querela di falso in via incidentale (che, in ragione della competenza del tribunale collegiale, eventualmente, non è stato trattato nell’ambito del procedimento in cui la controversia sul falso è insorta) deve liquidare le spese giudiziali relative allo svolgimento del procedimento e per il valore della causa incidentale di querela di falso farà riferimento allo scaglione “indeterminabile”. Questo sulla base di due argomentazioni:

valutando il risultato finale che la controversia di falso è diretta a raggiungere, che è quello di eliminare la verità del documento anche al di là dell’utilizzo nella controversia in cui la querela è incidentalmente insorta;

considerando le possibili implicazioni al di fuori del processo dell’accertamento della falsità, che sono immaginabili nonostante che la sentenza che accerta la falsità non metta capo all’accertamento dell’autore del falso a o meno della falsità;

occorre prendere le mosse dalle due caratteristiche peculiari della procedura di falso: quella propria dei procedimenti endoprocessuali ed incidentali e quella che attiene alla pregiudizialità del procedimento, poichè la decisione della causa sulla querela “è pregiudiziale” rispetto alla decisione della causa di merito, non nel senso supposto dall’art. 295 c.p.c., cioè di pregiudizialità fra controversie aventi ad oggetto diritti di natura sostanziale, bensì nel senso di pregiudizialità riguardo all’utilizzabilità nella causa di merito di una prova, cioè del documento impugnato di falso. “Si tratta, sostanzialmente, di una pregiudizialità riguardante l’utilizzo di uno strumento probatorio” (Cass., 16 maggio 2017, n. 12035);

appare dirimente l’individuazione della natura del giudizio incidentale di falso, ovvero se lo stesso in quanto incidentalmente proposto all’interno del giudizio principale sia per ciò solo dipendente da quello principale oppure se, nonostante la proposizione dello stesso nell’ambito del giudizio cd. principale, sia del tutto autonomo; in altre parole, stabilire quando il processo deve considerarsi iniziato in primo grado e, dunque, nel nostro caso, in cui un giudizio o un processo, quello sulla querela, si innesta in un processo già pendente;

la questione va risolta facendo riferimento alla norma transitoria della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 1, intesa secondo consolidata tradizione esegetica di varie norme transitorie ed intertemporali succedutesi con la stessa formulazione – nel senso che la nozione di “procedimento iniziato” si debba riferire all’introduzione del processo in primo grado, considerando autonomamente il processo di querela di falsa incidentale e reputandolo iniziato non con l’ammissione da parte del giudice del processo in cui la querela è proposta, bensì con la proposizione in esso;

la L. n. 69 del 2009, art. 58, (Disp. transitorie), prevede espressamente che:

“Fatto salvo quanto previsto dai commi successivi, le disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile e le disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore.

Ai giudizi pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della presente L. si applicano gli artt. 132,345 e 616 c.p.c.e art. 118 Disp. Att. c.p.c., come modificati dalla presente legge.

Le Disp. di cui all’art. 155 c.p.c., commi 5 e 6, si applicano anche ai procedimenti pendenti alla data del 1 marzo 2006.

La trascrizione della domanda giudiziale, del pignoramento immobiliare e del sequestro conservativo sugli immobili eseguita venti anni prima dell’entrata in vigore della presente legge o in un momento ancora anteriore conserva il suo effetto se rinnovata ai sensi degli artt. 2668-bis n e 2668-ter c.c. n, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

Le Disp. di cui all’ art. 47 si applicano alle controversie nelle quali il provvedimento impugnato con il ricorso per cassazione è stato pubblicato ovvero, nei casi in cui non sia prevista la pubblicazione, depositato successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge”;

rileva la Corte che, quando il legislatore utilizza i termini “giudizi” o “processi” o “procedimenti” iniziati dopo la data di entrata in vigore della nuova legge processuale e correlativamente contrappone ad essi quelli iniziati prima, non può non considerare che nell’ordinamento processuale è fisiologico il fenomeno per cui, in un processo introdotto ab origine con la domanda introduttiva, si possono innestare altri processi, altri giudizi, altri procedimenti;

le ipotesi sono disciplinate dalle norme degli artt. 34, 35 e 36, nonchè dalle norme sulla chiamata in causa di terzo e per ordine del giudice e dalla tecnica della c.d. reconventio reconventionis. Costituisce ipotesi ricorrente quella del cumulo di processi che permanga davanti al giudice o debba sciogliersi o debba proseguire davanti ad altro giudice. E’ evidente che il cit. art. 58, comma 1, quando allude ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009, si riferisce all’instaurazione originaria del giudizio o del procedimento, dovendosi escludere che esso intenda avere riguardo all’instaurazione di una fase di un grado di giudizio o di un grado di giudizio;

questa Corte in due occasioni (con riferimento all’applicabilità delle modifiche apportate all’art. 96 c.p.c. e all’art. 327 c.p.c: Cass. Sez. 2, Sentenza n. 6007 del 17/04/2012 e Cass., Sez. 6-3, 17 maggio 2011, n. 10846) ha affermato il principio che precede sulla base del dato letterale della norma, valorizzando, sia il termine “giudizio”, sia, soprattutto, la scelta del legislatore di stabilire un regime differenziato di applicazione della novellata normativa, fondato su in criterio di regola/eccezione;

così, quanto al primo aspetto, quando la norma individua la categoria dei “giudizi” o “processi” o “procedimenti” iniziati dopo la data di entrata in vigore della novellata legge processuale, dettando una disciplina differente rispetto a quelli iniziati prima, considera anche l’ambito di applicazione da riferire alla (peculiare, ma fisiologica) categoria dei procedimenti incidentali e di quelli che si innestano in altri giudizi già pendenti (artt. 34, 35 e 36 e le altre ipotesi richiamate in premessa);

in tali casi, se si intendesse il concetto di inizio del processo, del giudizio, del procedimento come correlato al momento di introduzione nell’ambito dell’originario processo di una nuova domanda incidentale, si perverrebbe alla soluzione irragionevole secondo cui, ai processi che rimangono cumulati, si applicheranno leggi processuali diverse, le quante volte l’introduzione dei nuovi processi fosse avvenuta dopo la nuova legge processuale;

quanto al secondo profilo, l’opzione ermeneutica alla quale questa Corte intende dare continuità, si fonda sulla condivisibile considerazione che l’art. 58, comma 1, quando allude ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009, si riferisce all’instaurazione originaria del giudizio o del procedimento, dovendosi escludere che esso intenda riferirsi all’instaurazione di una fase di un grado di giudizio o di un grado di giudizio, allorchè la norma introdotta dalla legge si riferisca ad una certa fase o ad un certo grado. Tale considerazione trova un addentellato normativo nelle disposizioni dei commi successivi al primo e, particolarmente, in quella del comma 2 e in quella del comma 5 dello stesso art. 58 c.p.c. Tali disposizioni, in deroga al principio generale del comma 1 (secondo cui la nuova normativa si applica ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della legge), applicano criteri che fanno riferimento a parametri differenti, come il grado del giudizio o il momento della pronuncia del provvedimento impugnato, con riguardo all’esercizio del diritto di impugnazione in cassazione. Sulla base di tali considerazioni la Corte ha affermato che la disposizione di cui all’art. 96 c.p.c., comma 3, (fattispecie introdotta dalla L. n. 69 del 2009, art. 45), proposta dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009, ma nell’ambito di un giudizio instaurato anteriormente a quella data, non era applicabile al giudizio di regolamento di competenza. Infatti, “esso si innesta come procedimento incidentale di impugnazione nell’ambito del processo esecutivo pendente fra le parti, il quale lo era già (pendente), all’atto dell’entrata in vigore della citata legge”. Ne consegue che, ai sensi della L. stessa, art. 58, comma 1, non rientrando l’aggiunta nel cit. art. 96 c.p.c., comma 3, nell’ambito delle disposizioni introdotte e da essa sottratte all’operare della regola di diritto transitorio di cui allo stesso comma 1, risulta applicabile soltanto ai giudizi (e comunque ai procedimenti) introdotti successivamente all’entrata in vigore della legge de qua (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 10846 del 17/05/2011 (Rv. 617807 – 01). Nello stesso modo, la modifica dell’art. 327 c.p.c., introdotta dalla L. 18 giugno 2009 n. 69, che ha sostituito il termine di decadenza di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza all’originario termine annuale, è applicabile, ai sensi della predetta L., art. 58, comma 1, ai soli giudizi instaurati dopo la sua entrata in vigore e, quindi, dal 4 luglio 2009, restando irrilevante il momento dell’instaurazione di una successiva fase o di un successivo grado di giudizio (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 6007 del 17/04/2012). In quel caso l’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado risaliva al lontano 9 aprile 1988;

in conclusione, ritiene questa Corte che militano a favore della tesi qui propugnata i tre elementi: dell’incidentalità del procedimento (la querela si inserisce nel processo già pendente quando interviene la L. n. 69 del 2009), del dato letterale dell’art. 58, comma 1, unitamente al diverso contenuto delle Disp. dei commi successivi al primo e particolarmente quella del comma 2 (“giudizi pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della presente legge “) e quella del comma 5 (“si applicano alle controversie nelle quali il provvedimento impugnato con il ricorso per cassazione è stato pubblicato ovvero… depositato successivamente alla data di entrata in vigore”) dello stesso art. 58 c.p.c. che introducono parametri differenti, in deroga al principio generale del comma 1;

pertanto, al procedimento incidentale di querela di falso instaurato successivamente alla data di entrata in vigore della L. n. 69 del 2009, ma nell’ambito di un giudizio di merito, iniziato precedentemente a tale data, non si applica la nuova normativa in tema di termini di impugnazione;

la legge nuova non può disciplinare il sub-procedimento di querela di falso, anche nel caso in cui la querela sia già stata “proposta” nel processo pendente, nè se essa venga proposta dopo la sopravvenienza della legge processuale nuova. Nell’uno come nell’altro caso l’incidentalità, cioè l’inserirsi dell’attività processuale di proposizione della querela nel processo iniziato prima della nuova legge, determina la soggezione alla precedente disciplina processuale;

ciò è ragionevole per l’assorbente ragione che detta attività, non diversamente da quella sottesa alle domande riconvenzionali, di accertamento incidentale e di chiamata in causa, è espressione di un’attività difensiva esercitata nel processo principale di merito, introdotto prima della nuova legge;

le considerazioni che precedono consentono di ritenere tempestivo il ricorso che, però va dichiarato inammissibile, perchè entrambi i motivi, strettamente connessi, violano l’art. 366 c.p.c., n. 6;

il primo motivo, inoltre, ripropone le medesime considerazioni oggetto del prima motivo di appello (come si legge nella sentenza della Corte territoriale), senza confrontarsi con le puntuali argomentazioni della Corte d’Appello. Si fonda sulla semplice affermazione secondo cui, come risulterebbe dalla trascrizione della motivazione della sentenza della Corte d’Appello, P. non avrebbe eccepito che il foglio firmato in bianco sarebbe stato riempito in assenza di accordi, ma contro il patto relativo riempimento del foglio con la procura alle liti. Difetta del tutto il riferimento all’elemento documentale essenziale, al fine di qualificare l’azione proposta da P. e cioè il contenuto della querela di falso, con riferimento agli scritti difensivi della parte. Tali atti non sono neppure menzionati nel ricorso, nè allegati o trascritti;

per il resto il contenuto della motivazione della Corte territoriale richiamato dal ricorrente non è di ausilio alla tesi posta a sostegno del motivo, poichè i giudici di appello rilevano che “il P. ha contestato il contenuto della scrittura privata del 1 ottobre 1997 recante la sua sottoscrizione assumendo di non avere mai autorizzato il M. alla redazione della scrittura, ventilando l’ipotesi che il M., avendo curato per anni il suo contenzioso, potesse avere riempito abusivamente qualche foglio da lui firmato in bianco in buona fede, ai fini del rilascio della procura alle liti”. La Corte territoriale aggiunge che l’ipotesi prospettata dall’appellante (contra pacta) si sarebbe potuta configurare laddove il P. avesse lamentato la violazione del mandato “ad scribendum” in ragione della non corrispondenza tra il dichiarato e ciò che si intendeva dichiarare nella scrittura privata, “ma non nel caso di specie, in cui P. ha negato in radice di avere autorizzato M. a redigere una scrittura privata relativa all’acquisto delle quote della società Re Mida”;

il secondo motivo è, altresì, inammissibile poichè introduce elementi nuovi, attraverso la contestazione della circostanza dell’avvenuta consegna dei fogli in bianco. Si tratta di un profilo che non è trattato dalla Corte territoriale e parte ricorrente, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6, avrebbe dovuto allegare di avere sottoposto la questione ai giudici di merito;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; nessun provvedimento va adottato in ordine alle spese processuali in quanto l’intimato non ha espletato attività difensiva in questa sede. Infine, va dato atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra molte altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) della insussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 1, comma 1-quater, in tema di contributo unificato poichè parte ricorrente è stata ammessa al Patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, nella camera di Consiglio della Sesta Sezione-3 della Corte Suprema di Cassazione, il 20 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018

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