Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33155 del 10/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/11/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 10/11/2021), n.33155

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17030-2018 proposto da:

GENERAL RICAMBI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato dell’avvocato GABRIELLA STASI,

rappresentata e difesa dagli avvocati FERNANDO BARBARA, CLAUDIO

RIZZELLI;

– ricorrente –

contro

C.C., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dagli avvocati ROBERTO GUBELLO, ALESSANDRA GIURGOLA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3141/2017 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 22/01/2018 R.G.N. 1300/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/09/2021 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza 22 gennaio 2018, la Corte d’appello di Lecce rigettava l’appello di General Ricambi s.r.l. avverso la sentenza di primo grado, di reiezione della sua opposizione al decreto dello stesso Tribunale con il quale C.C. le aveva ingiunto il pagamento della somma di Euro 40.897,97 per retribuzione dei mesi di ottobre e novembre 2012 e T.f.r.;

2. essa riteneva, come già il primo giudice, la spettanza della somma pretesa dal lavoratore, documentata da buste paga specificamente compilate e neppure contestate, nell’ammontare al lordo delle ritenute, come corretto nell’ipotesi di non tempestivo adempimento della prestazione retributiva, essendosi la società datrice resasi disponibile ad un pagamento rateale al netto delle ritenute;

3. con atto notificato il 18 maggio 2018, la società ricorreva per cassazione avverso la predetta sentenza con due motivi, cui il lavoratore resisteva con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 380bis 1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. la ricorrente deduce violazione della L. n. 92 del 2012 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 23, comma 1 per erronea condanna al pagamento dell’emolumento retributivo al lordo, anziché al netto dei contributi previdenziali (per cui l’Inps consenziente, con propria circolare n. 269/1995, alla ripartizione tra datore di lavoro e lavoratore anche in caso di tardivo pagamento) e delle ritenute fiscali, per le onerose conseguenze anche penali per il datore di lavoro in caso di mancato versamento, anche in riferimento ad anticipazione di prestazioni a carico dell’ente previdenziale (primo motivo); violazione della L. n. 92 del 2012 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 23, comma 1 sotto il profilo motivo, per omesso esame della richiesta della società di un adempimento rateale del proprio debito nei confronti del lavoratore, in una prospettiva conciliativa per le serie difficoltà economiche non considerate dalla Corte territoriale (secondo motivo);

2. essi, congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono inammissibili;

3. in via di premessa, deve essere ribadito, con effetto di inammissibilità ai sensi dell’art. 360bis c.p.c. (Cass. s.u. 21 marzo 2017, n. 7155; Cass. 28 dicembre 2020, n. 29629), l’orientamento di questa Corte, consolidato nel ritenere che l’accertamento e la liquidazione del credito spettante al lavoratore per differenze retributive debbano essere effettuati al lordo sia delle ritenute fiscali, sia di quella parte delle ritenute previdenziali gravanti sul lavoratore: e ciò perché la determinazione delle prime attiene non al rapporto civilistico tra datore e lavoratore, ma a quello tributario tra contribuente ed erario e devono essere pagate dal lavoratore soltanto dopo che il lavoratore abbia effettivamente percepito il pagamento delle differenze retributive dovutegli; mentre, quanto alle seconde, il datore di lavoro può procedere, ai sensi della L. n. 218 del 1952, art. 19 alle ritenute previdenziali a carico del lavoratore solo nel caso di tempestivo pagamento del relativo contributo (Cass. 28 settembre 2011, n. 19790; Cass. 13 febbraio 2013, n. 3525; Cass. 14 settembre 2015, n. 18044; Cass. 15 luglio 2019, n. 18897);

3.1. inoltre, i due motivi sono assolutamente generici, in violazione della prescrizione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che ne esige l’illustrazione, con esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza (Cass. 3 luglio 2008, n. 18202; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 22 settembre 2014, n. 19959; Cass. 23 gennaio 2019, n. 1845): essi si limitano, infatti, ad una sostanziale reiterazione di argomentazioni già disattese dalla Corte territoriale in motivati passaggi (in particolare ai penultimi capoversi di pgg. 2 e 3 della sentenza), senza alcuna loro puntuale confutazione;

3.2. infine, la denunciata mancata considerazione della richiesta di adempimento rateale (in realtà pure valutata come inconferente sul piano del diritto: così al penultimo capoverso della parte motiva di pg. 3 della sentenza) neppure configura un fatto storico: sicché, essa eccede il rigoroso ambito devolutivo introdotto dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439);

4. pertanto il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza e raddoppio del contributo unificato, ove spettante nella ricorrenza dei presupposti processuali (conformemente alle indicazioni di Cass. s.u. 20 settembre 2019, n. 23535).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società alla rifusione, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e, accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale e incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2021

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