Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3315 del 03/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 03/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 03/02/2022), n.3315

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – rel. Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13778/2016 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del suo Direttore p.t.,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

i cui uffici, in Roma, via dei Portoghesi n. 12, ope legis

domicilia;

– ricorrente –

contro

P.R., rappresentato e difeso dall’avvocato prof. Francesco

Moschetti e dall’avvocato Alberto de Felice, con domicilio in Roma,

piazza Cavour, presso la Cancelleria della Corte di Cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 127/2015, depositata il 27 novembre 2015,

della Commissione tributaria di II grado di Bolzano;

udita la relazione della causa, svolta nella Camera di Consiglio del

2 dicembre 2021, dal Consigliere Dott. Paolitto Liberato.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. – con sentenza n. 127/2015, depositata il 27 novembre 2015, la Commissione tributaria di II grado di Bolzano ha rigettato l’appello principale dell’Agenzia delle Entrate, e quello spiegato in via incidentale da P.R., così integralmente confermando la pronuncia di prime cure che aveva accolto l’impugnazione di un avviso di liquidazione dell’imposta di registro dovuta in relazione ad un verbale di conciliazione giudiziale del 21 novembre 2011;

1.1 – per quel che qui ancora rileva, il giudice del gravame ha condiviso le conclusioni cui era pervenuto il primo giudice quanto ad oggetto della tassazione di registro, ed a motivazione dell’avviso di liquidazione, rimarcando che:

– “le esplicazioni del contribuente circa la oggettiva valenza… (in termini di logica concatenazione delle disposizioni ivi contemplate)” del verbale di conciliazione rendevano plausibile la ricorrenza della fattispecie contemplata al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 21, comma 2;

– andavano, del pari, condivise le censure svolte dal contribuente in punto di motivazione dell’atto perché “compulsando il contestato provvedimento, “non è dato sapere come è stato determinato l’importo di Euro 22.848,00 (base imponibile), poiché l’avviso di liquidazione nulla contiene se non l’indicazione di detto importo”;

2. – l’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza sulla base di tre motivi;

– P.R. resiste con controricorso;

– il giudizio non è definibile sulla base dell’istanza di definizione agevolata presentata dal contribuente in quanto l’amministrazione ha opposto un diniego di definizione che non è stato oggetto di impugnazione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’Agenzia delle Entrate denuncia difetto di motivazione della gravata sentenza per violazione delle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4, e art. 61, dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e dell’art. 118disp. att. c.p.c., nonché dell’art. 111 Cost., comma 6, deducendo che i decisa si erano risolti in un acritico recepimento delle statuizioni rese dal giudice del primo grado, senz’alcuna esplicitazione delle relative ragioni fondative e del sotteso percorso logico-giuridico;

– il secondo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, espone la denuncia di violazione del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 46, 48 e 52, nonché della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, assumendo la ricorrente che la stessa controparte, nei suoi scritti difensivi, non aveva esplicitato le ragioni di incomprensibilità della disposizione recante tassazione dell’usufrutto laddove questo era stato liquidato (sull’imponibile di Euro 22.848,00), così come da essa esponente precisato in controdeduzioni, alla stregua del combinato disposto di cui agli artt. 46 e 48, cit., considerando il valore della piena proprietà in Euro 105.047,00 e moltiplicandolo “per il saggio legale (1,5%) per il coefficiente corrispondente all’età dell’usufruttuario (14,5)”;

– col terzo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Agenzia denuncia violazione di legge in relazione agli artt. 1362,1363 e 1366 c.c., nonché al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 21, comma 2;

– deduce, in sintesi, l’agenzia che, avendo il giudice del gravame recepito le prospettazioni di controparte in ordine alla ricorrenza, nella fattispecie, di prestazioni patrimoniali costituenti corrispettivo delle cessioni di quote di comproprietà sulle unità immobiliari oggetto di cessione, – una siffatta conclusione aveva tenuto in non cale che:

a) – in alcuna parte dell’accordo transattivo si era fatto riferimento alla compravendita delle quote in questione, piuttosto declinandosi, tra le parti, una vera e propria transazione rispetto alla quale le prestazioni patrimoniali integravano le pattuite concessioni volte al superamento dei contenziosi in atto tra le parti;

b) – di dette contenziosi, peraltro, si dava atto nelle stesse premesse del verbale di conciliazione alla cui stregua emergeva che: – P.R. aveva introdotto un giudizio volto all’accertamento “dell’usucapione della p.m. 1, p. ed. 829, C.C. S., nei confronti di P.C. e di R.C.”; – in detto giudizio era intervenuta P. Ingrid per far “valere a sua volta pretese economiche contro le altre parti quali proprietari tavolari della suddetta p.m. 1 p. ed. 829”; – altro giudizio era stato introdotto da P.C. che aveva azionato, nei confronti di P.R., la pretesa al pagamento di “somma a titolo di locazione/indennizzo”;

– i criteri di interpretazione letterale, sistematica, di buona fede e secondo l’intenzione delle parti, davano, pertanto, conto della ricorrenza di prestazioni patrimoniali volte a definire detti contenziosi e, così, le reciproche pretese economiche delle parti, senz’alcun riguardo a (supposti) corrispettivi correlati alle (pur) pattuite cessioni di quote di proprietà;

2. – il primo motivo è senz’altro destituito di fondamento;

2.1 – la gravata sentenza, difatti, seppur sintetim, ha dato conto dei fatti processuali che rilevavano ai fini della definizione del gravame, ripercorrendo il contenuto delle statuizioni della sentenza impugnata e delle posizioni delle parti, così pervenendo alla definizione dei punti controversi in espressa adesione alle conclusioni raggiunte dalla pronuncia di primo grado;

– deve, difatti, ritenersi apparente la motivazione che, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente, come parte del documento in cui consiste il provvedimento giudiziale, non rende tuttavia percepibili le ragioni della decisione, perché consiste di argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere l’iter logico seguito per la formazione del convincimento, di talché essa non consente alcun effettivo controllo sulresattezza e sulla logicità del ragionamento del giudice (Cass. Sez. U., 3 novembre 2016, n. 22232; v., altresì, Cass., 23 maggio 2019, n. 13977; Cass., 7 aprile 2017, n. 9105; Cass. Sez. U., 24 marzo 2017, n. 7667; Cass. Sez. U., 3 novembre 2016, n. 22232; Cass. Sez. U., 5 agosto 2016, n. 16599);

2.2 – la gravata sentenza, quindi, è stata legittimamente motivata per relationem, avendo il giudice d’appello reso proprie le argomentazioni del primo giudice e, così, espresso, sia pure sintetim, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti; metodo di motivazione, questo, che la Corte ha ritenuto legittimo allorché, così come nella fattispecie, consenta, attraverso la parte motiva di entrambe le sentenze, di ricavare un percorso argomentativo adeguato e corretto, ovvero allorché il rinvio sia operato sì da rendere possibile ed agevole il controllo, dando conto delle argomentazioni delle parti e della loro identità con quelle esaminate nella pronuncia impugnata (v. Cass., 5 agosto 2019, n. 20883; Cass., 5 novembre 2018, n. 28139; Cass., 25 ottobre 2018, n. 27112; Cass., 21 settembre 2017, n. 22022; Cass. Sez. U., 20 marzo 2017, n. 7074; Cass. Sez. U., 3 novembre 2016, n. 22232);

2.3 – così come, del resto, reso esplicito dall’esame del terzo motivo di ricorso, viene, tra le parti, in rilievo, – piuttosto che un’ipotesi di nullità della gravata pronuncia, – la compiutezza dell’accertamento condotto dal giudice del merito in applicazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale;

3. – del pari destituito di fondamento è il secondo motivo di ricorso;

3.1 – difatti, come reso evidente dallo stesso tenore obiettivo della censura, – che reca trascrizione tanto del contenuto motivazionale dell’atto impugnato quanto delle difese svolte dall’Agenzia in primo grado, – l’avviso di liquidazione non recava alcuna esplicitazione dei criteri di determinazione della base imponibile con riferimento alla costituzione dell’usufrutto;

– come, poi, in più occasioni rimarcato dalla Corte, il contenuto motivazionale dell’avviso di accertamento deve sussistere ex se, quale requisito (strutturale) di legittimità dell’atto, così che non può essere integrato (a posteriori) in sede processuale (cfr., ex plurimis, Cass., 19 novembre 2019, n. 29993; Cass., 12 ottobre 2018, n. 25450; Cass., 23 ottobre 2017, n. 25037; Cass., 9 marzo 2017, n. 6065; Cass., 6 febbraio 2015, n. 2184; Cass., 31 ottobre 2014, n. 23237; Cass., 13 giugno 2012, n. 9629);

4. – il terzo motivo di ricorso, per converso, è fondato e va senz’altro accolto;

4.1 – come reso esplicito dal contenuto delle censure in questione, oltreché da quello delle pronunce di merito, la questione interpretativa che risultava sottoposta dalle parti concerneva la qualificazione delle prestazioni patrimoniali che, poste a carico di P.R., venivano regolate in Euro 563.000,00, quanto alla sorella P.C., in Euro 21.000,00, quanto al genitore R.C., ed in Euro 253.000,00, quanto all’altra sorella R.I.; prestazioni queste che, per l’appunto, il contribuente qualificava in termini di corrispettivo delle cessioni di quote, di proprietà di P.C. e di R.C., (pur contestualmente) previste in transazione in suo favore, e che l’Agenzia, diversamente, considerava quali autonome prestazioni a contenuto patrimoniale;

4.2 – diversamente da quanto assume il controricorrente, il motivo di ricorso in trattazione non sollecita un (inammissibile) sindacato della Corte sugli accertamenti in fatto svolti dalla gravata pronuncia, essendosi rimarcato che se l’accertamento della volontà delle parti, in relazione al contenuto del negozio, si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice di merito, ciò non di meno un siffatto accertamento è censurabile in sede di legittimità nell’ipotesi, qui prospettata, di violazione dei canoni legali d’interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e ss.; con la conseguenza che il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione, mediante specifica indicazione delle norme asseritamene violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai richiamati canoni legali (Cass., 16 gennaio 2019, n. 873; Cass., 15 novembre 2017, n. 27136);

4.2.1 – e si e’, per di più, rimarcato che, seppur l’interpretazione del contratto resti tipico accertamento devoluto al giudice del merito, “qualora non sia dato rinvenire il criterio ermeneutico che ha indirizzato l’opera del predetto giudice, peraltro in presenza d’emergenze semantiche obiettivamente non corroboranti l’interpretazione proposta, sussiste la violazione delle disposizioni di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., senza che occorra ulteriormente onerare il ricorrente di ricercare, con specificità, la “ratio” decisoria avversata, giacché il giudice viene meno al dovere d’interpretazione secondo i canoni legali, ove fornisca un’esegesi svincolata da regole conoscibili, nel senso di verificabili attraverso il vaglio probatorio, e non giustificata dal contenuto letterale dello strumento negoziale” (Cass., 25 novembre 2019, n. 30686);

4.3 – nella fattispecie la gravata sentenza ha risolto il suo accertamento relativo alla volontà dalle parti espressa in transazione avallando, in buona sostanza, la prospettazione del contribuente, – in termini di cessione onerosa di quote di proprietà su unità immobiliari, – laddove, così come denuncia la ricorrente, nella fattispecie veniva in considerazione una transazione volta alla definizione di controversie che avevano riguardato pretese, di diverso ed eterogeneo contenuto, involgenti l’usucapione “della p.m. 1, p. ed. 829, C.C. S., nei confronti di P.C. e di R.C.”, pretese economiche azionate da P.I. “contro le altre parti quali proprietari tavolari della suddetta p.m. 1 p. ed. 829” nonché la pretesa al pagamento di “somma a titolo di locazione/indennizzo” azionata da P.C. nei confronti di P.R.;

– siccome il riferimento a detti contenziosi, – così come la ricorrente dà conto, trascrivendone il relativo contenuto, – compariva nelle stesse premesse dell’accordo transattivo, inammissibile risulta l’espunzione, dal processo interpretativo, di dette clausole contrattuali, assumendo valore rilevante anche il criterio logico-sistematico di cui all’art. 1363 c.c., criterio che impone di desumere la volontà manifestata dai contraenti da un esame complessivo delle diverse clausole dell’accordo, ed avendo, poi, riguardo, quanto alla transazione conclusa, all’oggettiva situazione di contrasto sussistente tra le parti (v. ex plurimis, in termini generali, Cass., 2 luglio 2020, n. 13595; Cass., 26 luglio 2019, n. 20294; Cass., 28 giugno 2017, n. 16181; con riferimento, poi, all’accordo transattivo v., altresì, Cass., 9 ottobre 2017, n. 23482; Cass., 14 gennaio 2005, n. 690; Cass., 22 luglio 2004, n. 13613; Cass., 28 maggio 2001, n. 7242);

4.4 – va, da ultimo, rimarcato, – anche in relazione alla questione di legittimità costituzionale posta dal controricorrente, – che, secondo un orientamento consolidato della Corte, e risalente nel tempo (affermatosi, dunque, in relazione, dapprima, al R.D. n. 2369 del 1923, art. 9, di poi al D.P.R. n. 634 del 1972, art. 20), la disciplina degli atti che contengono più disposizioni (ora contenuta nel D.P.R. n. 131 del 1986, art. 21), – ove, dunque, con il termine “disposizione” la norma intende riferirsi al concetto di negozio giuridico (o di provvedimento, ecc.) e, quindi, non a quello di obbligazione e tanto meno a quello di mero vincolo obbligatorio (Cass., 4 maggio 2009, n. 10180; Cass., 7 giugno 2004, n. 10789; Cass., 19 novembre 1987, n. 8508), – deve interpretarsi, alla stregua della littera legis, – che ha riguardo ad un rapporto di derivazione necessaria delle disposizioni, le une dalle altre, tale da escludere il rilievo della mera volontà delle parti, – e della sua ratio, – desumibile dalla natura di imposta d’atto dell’imposta di registro che, in quanto tale, si commisura all’atto sottoposto a registrazione, e trova applicazione in occasione della stipula o della formazione di atti a contenuto economico, in quanto assunti dal legislatore come indici di capacità contributiva, – nel senso che la rilevanza della connessione delle plurime disposizioni negoziali, – che, derivando l’una dall’altra, importano l’applicazione dell’imposta per una sola volta, come se l’atto contenesse la sola disposizione che dà luogo all’imposizione più onerosa (art. 21, comma 2, cit.), – discende dalla volontà della legge o dall’intrinseca natura delle diverse disposizioni, tale che non si possa concepirne l’esistenza se non in ragione della dipendenza dell’una dall’altra, secondo una connessione oggettiva delle diverse disposizioni rispetto alla quale a nulla rileva l’esistenza, tra le stesse, di una mera connessione soggettiva (v. Cass., 19 ottobre 2012, n. 17948; Cass., 4 maggio 2009, n. 10180; Cass., 17 marzo 2008, n. 7113; Cass., 7 giugno 2004, n. 10789);

– e si e’, così, ulteriormente precisato che la distinzione tra il comma 1 ed il comma 2 del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 21, coglie la differenza fra il negozio complesso ed i negozi collegati, in virtù della quale il negozio complesso è contrassegnato da una causa unica, là dove, nel collegamento negoziale, distinti ed autonomi negozi si riannodano ad una fattispecie complessa pluricausale, della quale ciascuno realizza una parte, ma pur sempre in base ad interessi immediati ed autonomamente identificabili (v. Cass., 11 settembre 2014, n. 19245 cui adde Cass., 6 maggio 2021, n. 11922; Cass., 11 ottobre 2018, n. 25341; Cass., 23 giugno 2017, n. 15774; Cass., 20 luglio 2016, n. 14866; Cass., 29 ottobre 2014, n. 22899);

5. – l’impugnata sentenza va, pertanto, cassata con rinvio della causa, anche per la disciplina delle spese del giudizio di legittimità, alla Commissione tributaria di II grado di Bolzano che procederà al riesame della controversia attenendosi ai principii di diritto sopra esposti quanto all’interpretazione dell’accordo transattivo;

– mentre, dunque, dal rigetto del secondo motivo di ricorso consegue il passaggio in giudicato della statuizione di annullamento dell’avviso di liquidazione, relativamente alla tassazione dell’usufrutto, l’accertamento demandato al giudice di l’invio implica il perdurare della controversia in ordine alla qualificazione della natura della prestazione che, avente ad oggetto l’importo di Euro 21.000,00, era stata prevista in favore di R.C..

PQM

La Corte, accoglie il terzo motivo di ricorso e rigetta il primo ed il secondo motivo; cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Commissione tributaria di II grado di Bolzano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio tenuta da remoto, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2022

 

 

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