Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33128 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. VI, 21/12/2018, (ud. 06/11/2018, dep. 21/12/2018), n.33128

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8420-2018 proposto da:

H.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

GIACINTO CORACE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 08/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 06/11/2018 dal Consigliere Dott. MARULLI MARCO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con il ricorso in atti si impugna l’unito decreto con il quale il Tribunale di Milano, attinto dal ricorrente ai sensi del D.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, ha confermato il diniego di protezione internazionale ed umanitaria pronunciato nei suoi confronti dalla Commissione territoriale e se ne chiede la cassazione sul rilievo 1) della violazione nella specie del dovere di cooperazione istruttoria avendo il decidente escluso la credibilità del ricorrente senza procedere all’esame di fatti decisivi ed, in particolare, limitandosi a confrontare le dichiarazioni rese del medesimo in sede amministrativa con quelle successive ed astenendosi dal valutare la sussistenza del rischio di un danno grave in relazione alla sua situazione personale; 2) della violazione delle norme a presidio della protezione sussidiaria, avendo il decidente omesso di valutare la situazione di persecuzione personale subita da tutta la famiglia del ricorrente in relazione allo stato del paese d’origine, alla cui ricognizione era dovere del decidente procedere a mente del rilievo di cui al motivo precedente; 3) della violazione delle norme a presidio della protezione umanitaria, essendosi il decidente astenuto dal valutare la sussistenza in capo al ricorrente di una condizione di vulnerabilità in relazione al rischio di essere esposto a trattamenti inumani e degradanti rientrando nel paese di origine.

Al ricorso resiste con controricorso l’amministrazione intimata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, giacchè il decidente ha motivato il rigetto delle misure tipiche richieste dal ricorrente con argomentazioni intese non già a confutarne la credibilità, ma la sussistenza nella specie delle condizioni che, alla stregua delle disposizioni in materia, legittimano l’accesso alla protezione invocata, osservando, da un lato, che “l’esame obiettivo delle risultanze procedimentali non consente di riconoscere in capo al ricorrente lo status di rifugiato poichè le circostanze riferite non permettono la riconducibilità agli atti di persecuzioni indicati dalla Convenzione”, dall’altro, che, emergendo dalle dichiarazioni del ricorrente “non tanto il motivo di persecuzione tra caste, ma soltanto un sentimento di limitazione della sua libertà di scelta”, ciò esclude “che si possa verificare in capo al ricorrente un vero e proprio rischio di persecuzione o trattamento inumano e degradante”; onde il motivo risulta estraneo alla ratio decidendi e si risolve in una indiretta sollecitazione alla revisione in fatto del responso tribunalizio.

3. Il secondo motivo di ricorso è parimenti inammissibile, mirando a sindacare il giudizio fattuale che ha indotto il decidente a escludere la sussistenza in capo al ricorrente delle condizioni per la concessione della protezione sussidiaria sulla base della considerazione che i fatti dal medesimo riferiti, rappresentando segnatamente una condizione incidente sulla sua libertà di determinazione – che non gli aveva comunque impedito, malgrado le vessazione lamentate, di secondare le proprie personali attitudini, proseguendo gli studi e conseguendo un buon livello di formazione scolastica – non erano riconducibili ad alcuna delle ipotesi del D.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, in ciò evidenziando, anche in ottemperanza al dovere di cooperazione istruttoria e a maggior conforto pure della rilevata insussistenza nella specie, in particolare di un rischio effettivo di essere esposto a trattamenti inumani o degradanti o ad una minaccia grave derivante da una situazione di conflitto attuato, l’appartenenza del ricorrente all’etnia maggioritaria e politicamente più influente nell’area interessata.

4. Inammissibile – impregiudicato ogni effetto nella specie del D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 1 dicembre 2018, n. 132, art. 1, comma 1 – è pure il terzo motivo di ricorso, poichè, avendo il decidente escluso, in relazione ai medesimi fatti e circostanze rappresentati con riguardo alle altre richieste, la ricorrenza in capo al ricorrente di una condizione di vulnerabilità tale che, anche tenendo conto del favorevole percorso da lui compiuto nel sistema dell’accoglienza, possa procedersi al necessario vaglio comparativo con la situazione del paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa riflettersi negativamente sul nucleo ineliminabile dei diritti umani costituenti lo statuto della dignità personale, la formulata doglianza impinge nella valutazione degli aspetti fattuali della vicenda e mira a sollecitare, nuovamente, la rinnovazione del negativo sindacato di fatto esperito dal decidente di merito.

5. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile.

6. Spese alla soccombenza.

Non è dovuto il raddoppio del contributo unificato, essendo il

ricorrente ammesso al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 2050,00 di cui Euro 100,00 per spese, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Cosi deciso in Roma, il 6 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018

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