Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3310 del 11/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 11/02/2020, (ud. 17/10/2019, dep. 11/02/2020), n.3310

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21622-2018 proposto da:

A.G. nella qualità di titolare della DITTA INDIVIDUALE

A.G.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MUGGIA 33,

presso lo studio dell’avvocato ANDREA BELLI, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIACOMO PORTALE;

– ricorrente –

contro

TAMOIL ITALIA SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TIMAVO 12, presso lo studio

dell’avvocato SERGIO USAI, rappresentata e difesa dall’avvocato

PAOLO SAVI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5429/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 17/10/2019 dal Consigliere Relatore Dott. VINCENTI

ENZO.

Fatto

RITENUTO

che, con ricorso affidato a quattro motivi, A.G., in qualità di titolare della omonima ditta individuale, ha impugnato la sentenza della Corte d’appello di Milano, resa pubblica in data 27 dicembre 2017, che ne rigettava il gravame avverso la decisione del Tribunale della medesima Città, il quale, a sua volta, ne aveva rigettato la domanda di responsabilità ex artt. 1337 e 1338 c.c. e di risarcimento del danno, dichiarando, altresì, l’avvenuta risoluzione del contratto di comodato e fornitura esclusiva dell’uso di apparecchiature e attrezzature dell’impianto di distribuzione automatica di carburanti per autotrazione in Capo d’Orlando stipulato il 28 giugno 2010 con la Tamoil Italia S.p.A.;

che, per quanto rileva in questa sede, la Corte territoriale riteneva che: 1) era operativa e applicabile la clausola n. 3 del contratto di comodato e fornitura per il venir meno della disponibilità dell’immobile in capo alla Tamoil Italia S.p.A. a seguito dell’ordinanza, in data 8 ottobre 2010, del Sindaco del Comune di Capo D’Orlando di cessazione perpetua dell’attività di distribuzione di carburanti nella stazione di servizio oggetto del contratto; 2) non era configurabile una responsabilità precontrattuale e per violazione del principio di buona fede in capo alla Tamoil poichè, per un verso, le trattative e l’iter di formazione del contratto si erano positivamente concluse con accordo del 28 giugno 2010, successivamente risolto a seguito dell’anzidetta ordinanza sindacale e, per altro verso, non risultava provato che la società fosse a conoscenza nel corso della fase antecedente la conclusione del contratto di atti comunali prodromici all’ordinanza del 2010 o circostanze fattuali, da cui desumere il probabile futuro diniego di rinnovo della concessione, intervenuto nel 2012; 3) era “inverosimile” che l’ A., per la qualità di operatore del settore, “non avesse avuto conoscenza della vicenda dell’autorizzazione regionale” e, comunque, la presenza nel contratto della clausola risolutiva imponeva una verifica diligente in tale senso;

che resiste con controricorso la Tamoil Italia S.p.A.;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale parte ricorrente ha depositato memoria;

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione in forma semplificata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso notificato con modalità telematica a mezzo di posta elettronica certificata in quanto priva della firma digitale del procuratore.

Irrilevante è a tal proposito la giurisprudenza richiamata dal resistente in quanto relativa ad un atto introduttivo del giudizio redatto in formato elettronico e privo di firma digitale.

Diversamente, nel caso di specie, l’originale del ricorso è in formato analogico, l’atto da notificare non consiste in un documento informatico, ma in un documento cartaceo, sottoscritto e di cui ne viene attestata la conformità all’originale. Pertanto: “Ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3-bis, comma 3, e art. 6, comma 1, come modificata dal D.L. n. 179 del 2012, art. 16-quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, per la regolarità della notifica del ricorso per cassazione costituito dalla copia informatica dell’atto originariamente formato su supporto analogico, non è necessaria la sottoscrizione dell’atto con firma digitale, essendo sufficiente che la copia telematica sia attestata conforme all’originale, secondo le disposizioni vigenti ratione temporis” (Cass., n. 26102/2016).

a) con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., per aver la Corte territoriale erroneamente interpretato il contratto di comodato e fornitura stipulato inter partes in data 28 giugno 2010, mancando di cogliere il presupposto per l’operatività della clausola negoziale n. 3, che, sulla base di un chiaro tenore letterale, andava individuato nel venir meno delle autorizzazioni, licenze e permessi richiesti, ove regolarmente sussistenti al momento della conclusione del contratto; circostanza non sussistente nel caso di specie, in quanto il presente contratto era stato sottoscritto in epoca successiva allo scadere della concessione regionale;

b) con il secondo mezzo è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e ss., nonchè denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto oggetto di discussione tra le parti, per aver erroneamente il giudice di gravame ritenuto onere del comodatario verificare lo stato delle autorizzazioni e per aver con motivazione apodittica ed irrazionale, ritenuto inverosimile, data la posizione di operatore del settore, la mancata conoscenza dell’esistenza ed efficacia di dette autorizzazioni;

c) con il terzo mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1337 e 1338 c.c., per aver la Corte d’appello erroneamente ritenuto non sussistente alcuna violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formulazione del contratto, poichè non vi erano atti comunali prodromici da cui desumere il probabile futuro diniego del rinnovo della concessione regionale;

d) con il quarto mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della clausola n. 3 del contratto di comodato e fornitura, nonchè degli artt. 1362 c.c. ss., per essere stata accolta la domanda di risoluzione del contratto quando invece, sulla base della modifica della ricostruzione del fatto, si verteva al di fuori dell’operatività della clausola n. 3 del suddetto contratto;

a.1.), b.1), d.1) – il primo, secondo e quarto motivo del ricorso, da esaminarsi congiuntamente per la loro stretta connessione, sono inammissibili.

In tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, appartenente all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (tra le molte v. Cass., n. 2465/2015).

Le censure di parte ricorrente propongono una lettura alternativa degli esiti ermeneutici raggiunti dal giudice di merito, senza evidenziare effettivi errori nell’applicazione delle regole d’interpretazione, avendo la Corte territoriale – in forza di motivazione intelligibile e rispettosa del c.d. “minimo costituzionale” (Cass., S.U., n. 8053/2014) – fornito una esegesi coerente e plausibile con il tenore della clausola n. 3, la cui portata non viene neppure colta con i motivi in esame, poichè essi insistono sul profilo della mancanza di autorizzazione regionale al momento della conclusione del contratto (e sulla non conoscenza di tale situazione), mentre la ratio decidendi della sentenza impugnata si incentra sugli effetti derivanti dall’ordinanza sindacale dell’8 ottobre 2010, successiva alla conclusione del contratto (in data il 28 giugno 2010), di cessazione perpetua dell’attività di distribuzione carburanti e conseguente dismissione del relativo impianto.

c.1.- Il terzo motivo è inammissibile.

E’ principio consolidato quello per cui il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dev’essere dedotto, a pena d’inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non solo con l’indicazione delle norme che si assumono violate ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intellegibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla corte regolatrice di adempiere al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione (tra le tante, Cass. n. 14832/2007, Cass. n. 24298/2016).

Nella specie, la parte ricorrente omette qualsiasi censura delle argomentazioni (riassunte nel “Ritenuto che”) per le quali la Corte territoriale ha ritenuto non configurabile in capo alla Tamoil Italia S.p.A. una responsabilità precontrattuale per violazione dei principi di buona fede, limitandosi a chiosare: “Ancora una volta, la Corte di merito ha dissimulato la causa dei danni lamentati dall’attore, incorrendo nella violazione denunciata”.

La memoria di parte ricorrente, là dove non inammissibile per essere non solo illustrativa, ma anche integrativa e/o emendativa delle originarie ragioni di censura, non fornisce argomentazioni idonee a scalfire i rilievi che precedono.

Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della VI-3 Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 17 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2020

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