Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33004 del 13/12/2019

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2019, (ud. 12/09/2019, dep. 13/12/2019), n.33004

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7713-2018 proposto da:

C.L., nella qualità di titolare della Ditta P.B.C.

PROJECT, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ALCIDE

NICOLI;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI MENAGGIO, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CONFALONIERI 5, presso lo studio

dell’avvocato LUIGI MANZI, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato GIANNI MANTEGAZZA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3509/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/07/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/09/2019 dal Consigliere Relatore Dott. SCODITTI

ENRICO.

Fatto

RILEVATO

che:

la ditta P.B.C. Project convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Como il Comune di Menaggio. Espose la parte attrice che il Comune convenuto aveva stipulato in data 7 luglio 2006 con l’Associazione Coordinamento Turistico Lago di Como una convenzione di concessione demaniale, con previsione di esecuzione delle opere a totale carico della concessionaria senza diritto di quest’ultima a pretendere alcunchè (opere che sarebbero restate di proprietà del Comune alla scadenza della convenzione) e gestione per la durata di venti anni della struttura da parte dell’Associazione, e che l’attrice ed altre ditte avevano eseguito i relativi lavori. Aggiunse che in data 14 novembre 2007 era intervenuta la revoca della concessione per inadempimento della concessionaria e che per un verso l’Associazione era titolare del credito di circa Euro 2.000.000,00 nei confronti del Comune per i lavori effettuati, avendo quest’ultimo incamerato a titolo gratuito la notevole plusvalenza, per l’altro la ditta attrice aveva eseguito lavori per Euro 195.324,00 rimasti non pagati. Propose quindi domanda surrogatoria nei confronti del Comune, quale debitore del proprio debitore, e in via subordinata domanda per ingiustificato arricchimento. Il Tribunale adito rigettò la domanda principale e dichiarò inammissibile quella proposta in via subordinata. Avverso detta sentenza propose appello la ditta P.B.C. Project. Previa riunione con le impugnazioni proposte dalle altre ditte che avevano eseguito i lavori, con sentenza di data 27 luglio 2017 la Corte d’appello di Milano rigettò l’appello.

Osservò la corte territoriale che l’art. 5 della convenzione escludeva il diritto dell’associazione al pagamento delle opere previste e che il termine “scadenza” era da intendere come cessazione della convenzione per qualsiasi causa, sicchè anche nel caso di risoluzione anticipata per fatto e colpa della concessionaria non residuava a favore di quest’ultima il diritto al pagamento delle opere effettivamente realizzate. Aggiunse, con riferimento alla domanda subordinata di ingiustificato arricchimento, che le ditte appellanti avevano azione diretta contrattuale nei confronti dell’Associazione con la quale avevano stipulato regolari contratti di appalto e che mancava il nesso di causalità diretta tra arricchimento e depauperamento in quanto il soggetto che si era avvantaggiato era del tutto diverso dal destinatario. Osservò inoltre che il titolo giuridico del Comune per il quale le opere erano state ricevute era diverso e che le opere erano state dal Comune ricevute non a titolo gratuito, ma dietro compenso, consistito nel canone di concessione che si sarebbe dovuto percepire e risultato in parte non pagato dalla concessionaria.

Ha proposto ricorso per cassazione C.L. nella qualità di titolare della ditta P.B.C. Project sulla base di due motivi e resiste con controricorso il Comune di Menaggio. Il relatore ha ravvisato un’ipotesi d’inammissibilità del ricorso. Il Presidente ha fissato l’adunanza della Corte e sono seguite le comunicazioni di rito. E’ stata presentata memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1362-1371, 1453 c.c. ss. e conseguente erronea applicazione degli artt. 1382 c.c. e ss.. Osserva la parte ricorrente che la durata ventennale della concessione costituiva il corrispettivo degli ingenti investimenti del concessionario, per cui solo alla scadenza dei venti anni poteva scattare la proprietà in capo al Comune, e che per un verso nella nozione di scadenza non poteva ricomprendersi qualsiasi forma di cessazione, per l’altro, a differenza di quanto previsto in materia di risoluzione consensuale (ove si rinviava ad una regolamentazione dei rapporti di comune accordo), nulla la convenzione prevedeva nel caso di revoca da parte del Comune. Aggiunge che il giudice di appello si è discostato sia dalla comune intenzione delle parti che dal tenore letterale delle disposizioni della convenzione e che nell’art. 12, disciplinante la risoluzione anticipata della convenzione, in nessun modo è contemplata la rinuncia al corrispettivo, sicchè non possono confondersi scadenza naturale (ventennale) e risoluzione per inadempimento, prevedendosi altrimenti un’enorme penale a carico della concessionaria.

Il motivo è inammissibile. Benchè nell’articolazione della censura si faccia ad un certo punto cenno ai criteri della comune intenzione delle parti e del tenore letterale delle disposizioni, il motivo di ricorso è chiaramente diretto a confutare il risultato interpretativo presente nell’accertamento del giudice di merito. In tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della assenza di vizi motivazionali, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (fra le tante Cass. 10 febbraio 2015, n. 2465).

Aggiungasi che, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 6, nel motivo di ricorso manca l’integrale riproduzione della clausola n. 12 sicchè ogni censura sul piano dell’ermeneutica contrattuale è monca del presupposto fondamentale costituito dall’oggetto dell’interpretazione.

Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2041 c.c.. Osserva la parte ricorrente che con l’atto di appello era stato denunciato il mancato esame da parte del giudice di primo grado della documentazione relativa all’azione esecutiva esercitata nei confronti dell’Associazione con verbali di pignoramento negativi e che, diversamente da quanto affermato dal giudice di appello, le opere erano state acquisite dal Comune a titolo gratuito, attenendo l’irrisorio canone di concessione, in rapporto al valore delle opere realizzate, all’utilizzo della struttura da parte dei cittadini del Comune, senza incidere sull’ingiustificato arricchimento.

Il motivo è inammissibile. Con riferimento alla domanda di ingiustificato arricchimento la sentenza contiene tre rationes decidendi. In primo luogo il giudice di merito ha rilevato la carenza del presupposto di cui all’art. 2041 c.c. per essere le ditte appellanti già munite dell’azione diretta contrattuale nei confronti dell’Associazione. In secondo luogo ha rilevato l’assenza di nesso di causalità diretta tra arricchimento e depauperamento in quanto il soggetto che si era avvantaggiato era del tutto diverso dal destinatario della prestazione contrattuale. In terzo luogo ha affermato che le opere erano state dal Comune ricevute non a titolo gratuito, ma dietro compenso, consistito nel canone di concessione che si sarebbe dovuto percepire e risultato in parte non pagato dalla concessionaria.

La parte ricorrente ha impugnato solo quest’ultima ratio decidendi. Non può essere intesa impugnazione della prima ratio decidendi il richiamo al verbale di pignoramento negativo nei confronti della controparte contrattuale posto che tale rilievo non tocca il riconoscimento dell’esistenza dell’azione contrattuale. Il motivo di ricorso è pertanto privo di decisività.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 12 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2019

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