Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32984 del 20/12/2018

Cassazione civile sez. trib., 20/12/2018, (ud. 20/11/2018, dep. 20/12/2018), n.32984

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI IASI Camilla – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – rel. Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26556-2014 proposto da:

UNICREDIT SPA, elettivamente domiciliato in ROMA VIA ALBERICO II 33,

presso lo studio dell’avvocato LUDINI ELIO, rappresentato e difeso

dagli avvocati DE SIMONE MARIA ROSARIA, DE SIMONE GAETANO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3148/2014 della COMM. TRIB. REG. di NAPOLI,

depositata il 27/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/11/2018 dal Consigliere Dott. DE MASI ORONZO.

Fatto

RITENUTO

che Unicredit s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, contro la sentenza della CTR della Campania, indicata in epigrafe, con la quale, è stato accolto l’appello dell’Agenzia delle Entrate e riformata la decisione della CTP di Caserta, che aveva annullato l’avviso di liquidazione della imposta di registro, in relazione al decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su ricorso dell’istituto bancario, nei confronti della debitrice S. Costruzioni Generali s.r.l., nonchè dei garanti S.C. e Gestim s.r.l., questi ultimi tenuti in forza di contratto di fideiussione, determinata in misura fissa sulla condanna recata dal provvedimento monitorio, ed in misura proporzionale (aliquota dello 0,50%), sull’intero ammontare della somma garantita dall’atto di fideiussione;

che la decisione di appello si basa sul rilievo che, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 22, “qualora in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere tra le stesse parti intervenute nell’atto che contiene l’enunciazione l’imposta di registro si applica anche alle disposizioni enunciate”, che il contratto di fideiussione, di “indubbia natura accessoria ha una valenza meramente civilistica” e non fiscale, e conseguentemente che neppure “ha allora senso invocare il principio di alternatività tra imposta di registro ed IVA”;

che l’intimata Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che la ricorrente prospetta, con il primo mezzo, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 22, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giacchè l’enunciazione nell’atto giudiziario del rapporto fideiussorio, che non assume rilievo autonomo rispetto a quello concernente il credito garantito, non esclude che si tratta di obbligazioni da considerare unitariamente ai fini della tassazione, così come gli interessi e la rivalutazione monetaria fanno parte del credito ingiunto, come meri accessori dell’obbligazione avente ad oggetto il capitale, con il secondo mezzo, l’omessa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 40, e del citato D.P.R. n. 131 del 1986, art. 8, della allegata tariffa, parte prima, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, stante il principio di alternatività tra IVA ed imposta di registro, essendo il concesso finanziamento assoggetto a tale ultima imposta, con il terzo mezzo, omessa motivazione su fatto controverso e decisivo, rappresentato dall’assoggettamento ad IVA dell’operazione creditizia effettuata dall’istituto bancario su scoperto di conto corrente, essendo anche il fideiussore un soggetto IVA;

che le censure, scrutinabili congiuntamente in quanto logicamente connesse, vanno disattese alla luce del principio, affermato da questa Corte (Cass. n. 22840/2013; n. 17899/2005; n. 6585/2008), secondo cui, in tema di imposta di registro, dove viene colpita la singola manifestazione di ricchezza, e la connessa capacità contributiva, vale il principio dell’autonomia dei singoli negozi, come si desume in modo inequivoco dalla previsione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 22, comma 1, il quale stabilisce che, se in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere tra le stesse parti intervenute nell’atto che contiene l’enunciazione, l’imposta si applica anche alle disposizioni enunciate, e che se l’atto enunciato era soggetto a registrazione in termine fisso è dovuta anche la pena pecuniaria di cui al citato D.P.R., art. 69;

che questa Corte (Cass. n. 17237/2013) ha avuto occasione di precisare che “la natura accessoria del contratto di fideiussione in campo civilistico (artt. 1939 e 1941 c.c.) non può essere riportata nell’ambito tributario, e segnatamente in quello della disciplina dell’imposta di registro, per la quale, ai sensi del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131l, art. 22, vale invece il principio dell’autonomia dei singoli negozi; la relativa tassazione non resta, quindi, attratta nella disciplina tributaria dell’IVA per il solo fatto che il creditore sia un soggetto IVA.”, per cui, quanto all’enunciato rapporto fideiussorio, non assume rilievo il richiamo alla previsione del citato D.P.R. n. 131 del 1986, art. 8, nota II, della allegata tariffa, parte prima, nella quale, effettivamente, trova applicazione il principio di alternatività tra IVA ed imposta di registro di cui all’art. 40, decreto citato;

che, più di recente, la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 22230/2015, n. 24102/2014) ha individuato nella fideiussione formata per corrispondenza un atto soggetto a registrazione in caso d’uso (D.P.R. n. 131 del 1986, art. 6), ed ha distinto tale fattispecie da quella rappresentata dall’atto costitutivo della fideiussione da registrare – di per sè – a termine fisso (D.P.R. n. 131 del 1986, art. 5), in quanto ricompreso nella tariffa, parte prima, allegata al decreto più volte citato, con la conseguenza che, mentre nella prima fattispecie il momento in cui viene ad attualizzarsi la capacità contributiva che legittima la tassazione (art. 53 Cost.) coincide con il deposito in giudizio dell’atto medesimo, che ne rappresenta una forma d’uso, sicchè la richiesta di registrazione non si configura come un obbligo, bensì come un onere, affinchè si possa trarre interesse dal suo “uso”, nella seconda fattispecie, quella cioè degli atti che devono essere registrati in termine fisso, che qui ricorre, vale la diversa considerazione, svolta dalla Corte Costituzionale, nella sentenza n. 7/1999, “che chi li allega o li enuncia in giudizio è inadempiente agli obblighi fiscali e non può quindi lamentarsi di una supposta inattualità o gravosità del carico tributario, riversando sul fisco la colpa per il proprio illegittimo comportamento”;

che, in conclusione, proprio la decisione del Giudice delle leggi, con la quale fu dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale del D.P.R. n. 634 del 1972, art. 21, riprodotto nell’attuale D.P.R. n. 131 del 1986, art. 22, con specifico riferimento all’art. 53 Cost., conforta la correttezza dell’iter argomentativo su cui si fonda l’impugnata sentenza di appello, la quale muovendo dal dato fattuale frutto di un accertamento che non viene censurato in questa sede – della enunciazione, nel decreto ingiuntivo ottenuto dall’istituto bancario, nei confronti della debitrice società S. Costruzioni Generali e dei due garanti, del contratto di fideiussione con il predetto creditore, atto soggetto a registrazione a termine fisso D.P.R. n. 131 del 1986, ex art. 5, riconosce la sussumibilità della fattispecie in esame nel disposto del citato decreto, art. 22, comma 1, stante l’autonomia delle obbligazioni contemplate nel provvedimento monitorio, ed esclude l’applicabilità del principio di alternatività tra IVA ed imposta di registro di cui al citato D.P.R. art. 40, nonchè, di conseguenza, del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 8, lett. b), nota II, della allegata tariffa;

che le spese del giudizio di legittimità possono essere compensate in ragione del progressivo consolidarsi dei richiamati orientamenti giurisprudenziali, avuto riguardo all’epoca di proposizione del ricorso originario della contribuente.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1-quater, dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2018

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