Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32971 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 09/11/2021), n.32971

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19948-2020 proposto da:

D.P.N., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VAL

D’OSSOLA, 100, presso lo studio dell’avvocato MARIO PETTORINO,

rappresentata e difesa dall’avvocato STEFANO PETTORINO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 8503/18/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA CAMPANIA, depositata il 1ì/4,4/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CATALDI

MICHELE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. D.P.N. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, avverso la sentenza di cui all’epigrafe, depositata il 12 novembre 2019, con la quale la Commissione tributaria regionale della Campania ha accolto il suo appello avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Napoli, dichiarato inammissibile il ricorso della medesima contribuente avverso un’intimazione e due cartelle di pagamento.

La ricorrente censura esclusivamente il capo della sentenza relativo alle spese di lite, che il giudice a quo ha compensato. L’Agenzia delle entrate-riscossione è rimasta intimata.

La ricorrente ha depositato memoria.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Preliminarmente, va rilevata la tempestività del ricorso, notificato a mezzo p.e.c. al difensore dell’intimata il 14 luglio 2020, dovendo applicarsi la sospensione legale disposta in ragione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19. Infatti il D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83, comma 2, convertito dalla L. 24 aprile 2020, n. 27, ha sospeso, dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020, il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali, espressamente includendovi i termini stabiliti per le impugnazioni e, in genere, tutti i termini procedurali.

Il successivo dello stesso D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83, comma 21, ha poi previsto che “le disposizioni del presente articolo, in quanto compatibili, si applicano altresì ai procedimenti relativi (…) alle commissioni tributarie”.

Successivamente, con il D.L. 8 aprile 2020, n. 23, art. 36, convertito nella L. n. 40 del 2020, la scadenza del 15 aprile 2020 è stata prorogata all’11 maggio 2020.

Per effetto di tali disposizioni, con riferimento anche al processo tributario, può quindi considerarsi sospesa, dal 9 marzo 2020 all’11 maggio 2020, tra l’altro, la decorrenza del termine concernente la proposizione del ricorso per cassazione (conforme, sul punto, è peraltro la circolare n. 10/E del 2020 dell’Amministrazione).

Pertanto, nel caso di specie, il termine per impugnare è rimasto sospeso dal 9 marzo 2020 all’11 maggio 2020 e la sua scadenza deve pertanto essere incrementata di un numero di giorni (63) corrispondente a tale periodo.

2. Con l’unico motivo la contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, comma 1; artt. 91 e 92 c.p.c.; e art. 24 Cost., per avere la CTR compensato le spese di lite dei due gradi di merito, pur avendo integralmente accolto l’impugnazione della stessa D.P., in quanto l’esito finale complessivo del giudizio, che accertava l’ammissibilità del ricorso introduttivo e la prescrizione della pretesa fiscale, “risulta influenzato dalla produzione documentale avvenuta solo in grado di appello”.

Assume infatti la ricorrente che il giudice a quo ha violato del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, comma 1, come novellato dal D.Lgs. n. 156 del 2015, art. 9, secondo cui “Le spese di giudizio possono essere compensate in tutto o in parte dalla commissione tributaria soltanto in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate.”.

Sostiene la ricorrente che la motivazione della compensazione adottata dalla CTR si esaurirebbe in una mera clausola di stile, carente ed illogica, che non consentirebbe di comprendere quali siano le gravi ed eccezionali ragioni, non espressamente indicate, della compensazione, disposta nonostante la soccombenza totale dell’Agenzia.

Il motivo è infondato.

Invero occorre premettere che, come risulta dalla sentenza impugnata e da quella di primo grado (allegata al ricorso), la CTP aveva dichiarato inammissibile il ricorso introduttivo in quanto la contribuente non aveva “fornito la prova della tempestività del ricorso ossia della data di notifica dell’atto impugnato.”.

Emerge poi, dalla motivazione della sentenza di secondo grado, che in appello la contribuente ha documentato la data della ricezione dell’intimazione impugnata e quindi il dies a quo del termine per ricorrere contro quest’ultima, aprendo la strada alla trattazione del ricorso nel merito (rispetto al quale, peraltro, la data di notifica della stessa intimazione è stata ritenuta essenziale al fine di accertare la prescrizione della pretesa fiscale, come emerge dalla motivazione della stessa sentenza impugnata).

E’ quindi in relazione a tale produzione documentale, ed all’accertamento cronologico che ne è conseguito (essenziale, come rilevato, sia ai fini processuali che a quelli sostanziali), che la CTR ha motivato la compensazione delle spese di lite in ragione dell’integrazione documentale avvenuta solo in appello.

Dalla lettura della motivazione della sentenza impugnata emerge quindi la motivazione espressa delle ragioni che hanno determinato la compensazione delle spese di lite.

Tanto premesso in ordine alla sussistenza della motivazione della compensazione, va rammentato che “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.” (Cass., Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014; conforme, ex multis, Cass., sez. 3 -, Sentenza n. 23940 del 12/10/2017).

Esclusa quindi ogni rilevanza alla genericamente denunciata mera “carenza” della motivazione, nel caso di specie neppure sussiste la pretesa “illogicità” della stessa, attesa la comprensibilità e la coerenza logica del percorso argomentativo esposto nel provvedimento impugnato, nei limiti nei quali esso può essere sindacato in questa sede di legittimità.

Al riguardo, va ribadita l’applicabilità (premessa dalla stessa ricorrente) del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, comma 2, come modificato dal D.Lgs. n. 156 del 2015, art. 9, comma 1, che prevede che le spese processuali possono essere compensate in presenza di “gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate”.

Nel caso di specie, la motivazione relativa alle spese di lite è espressa e si riferisce puntualmente ad una specifica circostanza della controversia decisa, ovvero la nuova produzione documentale in appello e la sua rilevanza.

Tale argomentazione – strettamente pertinente la fattispecie, processuale e sostanziale, concreta oggetto della sentenza della CTR- appare peraltro conciliabile con il principio già espresso proprio in materia di giudizio tributario da questa Corte, secondo cui “In tema di contenzioso tributario, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58, comma 2, le parti possono produrre in appello nuovi documenti, anche ove preesistenti al giudizio di primo grado, ferma la possibilità di considerare tale condotta ai fini della regolamentazione delle spese di lite, nella quale sono ricomprese, del detto D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 15, quelle determinate dalla violazione del dovere processuale di lealtà e probità.” (Cass. Sez. 5 -, Ordinanza n. 8927 del 11/04/2018).

Può quindi ritenersi che, nel contesto della decisione sulle spese di lite nel giudizio tributario, la circostanza della produzione – di per sé ammissibile- di nuovi documenti in appello non sia di per sé estranea, né illogica, rispetto alle ragioni che possono essere discrezionalmente apprezzate dal decidente ai fini dell’eventuale compensazione delle spese, potendo essa incidere sul principio di causalità, anche a prescindere da un’eventuale specifica imputazione di violazione di doveri processuali a carico della parte che ha effettuato la stessa produzione.

Date tali premesse, deve poi escludersi che in questa sede sia consentito sindacare e rivalutare ulteriormente, ovvero in fatto, la discrezionalità del giudice nell’individuazione delle ipotesi idonee ad integrare le (gravi ed eccezionali) ragioni per la compensazione, o l’estensione “quantitativa” di quest’ultima.

Infatti, questa Corte ha recentemente precisato, -che, pertanto, nel motivare le ragioni della disposta compensazione, il giudice – sebbene debba astenersi, come rammenta l’odierno ricorrente, da formule stereotipate o di mero stile, del tipo “la peculiarità della vicenda” esaminata (cfr., tra le numerose, Cass. Sez. 6- 5, ord. 25 settembre 2017, n. 22310, Rv. 645998-01) – è tenuto, essenzialmente, ad evitare che “siano addotte ragioni illogiche o erronee, dovendosi ritenere altrimenti sussistente il vizio di violazione di legge” (da ultimo, Cass. Sez. Lav., ord. 9 aprile 2019, n. 9777, Rv. 653625-01);

– che e’, dunque, una verifica “in negativo” – in ragione della “elasticità” costituzionalmente necessaria che, come visto, caratterizza il potere giudiziale di compensare le spese di lite, “non essendo (…1 indefettibilmente coessenziale alla tutela giurisdizionale la ripetizione di dette spese” in favore della parte vittoriosa (Corte Cost., sent. 21 maggio 2014, n. 157) quella demandata a questa Corte;

– che, pertanto, essa è chiamata a stabilire che le ragioni poste a fondamento del provvedimento ex art. 92 c.p.c., comma 2, siano “non illogiche” o “erronee”, e ciò, tra l’altro, pure in conformità con l’avvenuta “riduzione al minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla parte motiva della sentenza (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonché, “ex multis”, Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 1, ord. 30 giugno 2020, n. 13248, Rv. 658088-01), giusta l’avvenuta “novellazione” – da parte del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile “ratione temporis” al presente giudizio – dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5);

– che tale e’, dunque, la “cornice” in cui va iscritto il sindacato da compiersi sulla motivazione (…)” (Cass. Sezione 6-3, n. 21400 del 2021, in motivazione).

Parimenti va escluso che in questa sede – nella quale viene attinto il solo capo di sentenza relativo alle spese di lite e, comunque, non è consentito rivalutare il relativo apprezzamento in fatto operato dal giudice di merito- sia ammissibile verificare se l’accertamento della data di notifica dell’intimazione, che secondo la CTR è stato “influenzato dalla produzione documentale avvenuta solo in grado di appello” fosse possibile già sulla base della documentazione prodotta dalla contribuente in primo grado, come sostiene la contribuente (che peraltro neppure la riproduce nel ricorso, né indica puntualmente in quale fase e con quale atto l’abbia introdotta, così neppure ottemperando al necessario canone di autosufficienza del mezzo).

Il ricorso va quindi rigettato.

Nulla sulle spese, non essendosi costituita l’Agenzia.

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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