Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32963 del 13/12/2019

Cassazione civile sez. I, 13/12/2019, (ud. 14/11/2019, dep. 13/12/2019), n.32963

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26087/2018 proposto da:

M.A., rappresentato e difeso dall’avvocato MARINA VACCARO e

domiciliato presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 708/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 30/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/11/2019 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

L’odierno ricorrente proponeva ricorso avverso il provvedimento con cui la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Ancona aveva respinto la sua istanza di riconoscimento della protezione internazionale o in subordine di quella umanitaria, ritenendo non credibile la storia riferita dal richiedente ed insussistenti i presupposti per il riconoscimento dell’invocata tutela. Il

Tribunale di Ancona respingeva il ricorso interposto dal M. avverso il predetto provvedimento di rigetto. Interponeva appello il M. e la Corte di Appello di Ancona, con la sentenza oggi impugnata, respingeva il gravame.

Propone ricorso per la cassazione della decisione di rigetto M.A. affidandosi a tre motivi.

Il Ministero dell’interno, intimato, non ha svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e l’omesso esame di fatti e documenti decisivi, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, perchè la Corte territoriale avrebbe ritenuto non credibile la storia del richiedente la protezione senza considerare che quest’ultimo aveva documentato la propria appartenenza al partito politico (OMISSIS). La Corte marchigiana, in particolare, non si sarebbe confrontata con i motivi di appello, con i quali il M. aveva appunto censurato la decisione di prime cure allegando documentazione a riprova della sua appartenenza al predetto partito, ma si sarebbe limitata ad una acritica conferma delle statuizioni del primo giudice, senza disporre l’unico mezzo istruttorio mediante il quale sarebbe stato possibile procedere ad una più accurata verifica della storia riferita dal richiedente, ovverosia la sua audizione personale. Il ricorrente aggiunge ancora di aver documentato la situazione di incertezza politica e di contrasto anche violento esistente in Bangladesh tra le opposte fazioni del (OMISSIS) e dell'(OMISSIS), ma anche tali documenti – rappresentati da una serie di pronunce di merito – non sarebbero stati considerati in alcun modo dalla Corte di Appello.

Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente denegato anche il riconoscimento della protezione sussidiaria, nonostante la condizione di incertezza politica e di violenza generalizzata esistente nel Paese di provenienza del richiedente.

Le due censure, che per la loro connessione meritano un esame congiunto, sono inammissibili.

Ed invero la Corte di Appello, contrariamente a quanto ritenuto dall’odierno ricorrente, ha affrontato, nella motivazione del provvedimento qui impugnato, la questione inerente alla partecipazione del M. al partito politico denominato B.N. P., al suo livello di coinvolgimento nella compagine, nonchè – in termini generali – alla situazione di tensione esistente in Bangladesh tra il predetto partito e l’opposta fazione dell'(OMISSIS).

In particolare, la Corte di merito ha dato atto che il M. aveva dichiarato, innanzi alla commissione territoriale, di essere un operaio semplice del partito (OMISSIS); ha evidenziato che egli “.. pur avendo dichiarato la sua appartenenza al gruppo (OMISSIS) non è stato in grado di spiegare la differenza tra il programma politico dell'(OMISSIS) e il (OMISSIS) e nè ha fornito prova alcuna del suo coinvolgimento in attività partitiche riferendo che si limitava a partecipare a riunioni ed altro e, quanto alle minacce che assume di aver ricevuto, a specifica domanda ha risposto “a me minacciavano degli sconosciuti” senza specificare altro” (cfr. pag. 2 della sentenza impugnata); ha quindi concluso, sulla base di detti elementi, che il M. non avesse preso parte attiva nelle attività politiche del (OMISSIS), del quale del resto non aveva saputo neanche spiegare la linea politica.

Allo stesso modo, la Corte anconetana ha dato atto della tensione esistente, in Bangladesh, tra (OMISSIS) ed (OMISSIS), “… confermata in particolare dalla Risoluzione del Parlamento Europeo sulle recenti elezioni in Bangladesh (2014/2516 RSP)” ma ha ritenuto che la natura episodica delle minacce ricevute dal M. non legittimasse la configurazione di quella condizione di grave incertezza e di pericolo diffuso per l’incolumità delle persone che la legge richiede ai fini della concessione della protezione sussidiaria (cfr. pag. 3 della decisione).

Inoltre, la Corte di seconda istanza ha aggiunto che il richiedente non aveva “… portato elemento dai quali desumere che, in caso di ritorno in patria, sarebbe ristretto in detenzione” (cfr. ancora pag. 3 della sentenza).

A fronte di questi diversi apprezzamenti di fatto il ricorrente non ha dedotto, nel motivo in esame, specifici elementi idonei a revocare in dubbio quanto ritenuto dalla Corte territoriale, onde la doglianza appare carente del richiesto livello di specificità. Nè si ravvisa alcun profilo di omesso esame di fatti o documenti poichè la Corte di merito ha, al contrario di quanto affermato dal M., ricostruito il suo livello di partecipazione alla vita politica del Paese di provenienza, escludendo in sostanza un suo diretto coinvolgimento nella politica attiva e negli scontri tra le opposte fazioni attive in Bangladesh. La circostanza che nella motivazione della sentenza impugnata la Corte di Appello non abbia specificamente indicato tutti o alcuni dei documenti allegati dal ricorrente non è d’altro canto rilevante, ai fini dell’omesso esame, poichè risulta comunque che il giudice di merito ha valutato la complessiva credibilità della storia riferita dal richiedente, ritenendola inidonea ai fini del riconoscimento della tutela da quegli invocata.

Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente denegato anche il riconoscimento della tutela umanitaria, omettendo di considerare la condizione di vulnerabilità del richiedente.

La censura è inammissibile.

La Corte territoriale ha infatti escluso la protezione umanitaria non ravvisando, in capo al M., la prevista condizione di vulnerabilità soggettiva. A fronte di tale affermazione il ricorrente non allega, nel motivo in esame, alcun elemento specifico idoneo a dimostrare l’esistenza di una personale condizione di vulnerabilità, ma si limita a richiamare ancora una volta la condizione del Paese di provenienza; dal che deriva una carenza di specificità della censura.

D’altro canto, non è sufficiente la sola allegazione, da parte del M., di aver intrapreso un percorso di integrazione nella società italiana, posto che egli elenca, a sostegno di tale affermazione, attività che possono al massimo rappresentare pre-requisiti di un percorso di integrazione (l’iscrizione all’anagrafe dei residenti e al Servizio Sanitario, l’ottenimento del codice fiscale) o che di per sè comunque non sono sufficienti ai fini della prova della stabile integrazione nella società italiana (la disponibilità di un’abitazione e di un lavoro stabile).

Da quanto sopra discende il rigetto del ricorso.

Nulla per le spese, in difetto di attività difensiva svolta dal Ministero dell’Interno intimato nel presente giudizio di legittimità.

Poichè il ricorrente è stato ammesso al beneficio del patrocinio a spese dello Stato, non sussistono presupposti processuali per dichiarare, ai sensi del Testo Unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, l’obbligo di versamento da parte del ricorrente medesimo dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto per la stessa impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2019

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