Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32948 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 17/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32948

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13421-2019 proposto da:

R.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SALARIA N. 292,

presso lo studio dell’avvocato MASSIMO CLEMENTE, che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

ATAC S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PRENESTINA 45, presso lo

studio dell’avvocato SIMONA FLAMMENT, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3502/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/10/2018 R.G.N. 2284/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/06/2021 dal Consigliere Dott. PAGETTA ANTONELLA;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE

ALBERTO;

visto il D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8 bis,

convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha

depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 3502/2018, la Corte di appello di Roma, pronunziando in sede di rinvio dalla sentenza di cassazione n. 9393/2017, ha respinto la domanda di R.C. intesa alla declaratoria di annullamento del provvedimento di destituzione del 21 gennaio 2000 adottato dalla datrice di lavoro ATAC s.p.a. ai sensi del Regolamento di cui all’allegato A al R.D. n. 148 del 1931 ed alla condanna della società datrice di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro, al risarcimento del danno commisurato alla retribuzione globale di fatto dal 1.2.2000 ed al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

2. La sentenza rescindente, dando continuità al consolidato indirizzo interpretativo secondo il quale la disciplina del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri costituisce un “corpus compiuto ed organico, onde il ricorso alla normativa generale è possibile solo ove si riscontrino in essa lacune tali che non siano superabili neanche attraverso l’interpretazione estensiva o analogica di altre disposizioni appartenenti allo stesso corpus o relative a materie analoghe o secondo i principi generali dell’ordinamento”, ha cassato la decisione di appello sul rilievo che la correttezza dell’iter procedimentale disciplinare, dalla fase della contestazione a quella del cd. opinamento fino a quella eventuale della decisione definitiva, avrebbe dovuto essere accertata dalla Corte territoriale sulla base delle norme del R.D. n. 148 del 1931, configuranti una disciplina maggiormente garantista per il lavoratore, e non facendo esclusivo riferimento alla L. n. 300 del 1970, art. 7, come, invece, avvenuto; la natura di fonte primaria dell’allegato A al R.D. n. 148 del 1931 nonché la permanente specificità, sia pure residuale, del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri, implicavano che la speciale regolamentazione di tale impiego potesse essere modificata unicamente mediante specifici interventi legislativi (Cass. 22.5.2009 n. 11929 e Corte Cost. n. 301 del 2004): la L. n. 300 del 1970, art. 7, relativo al rapporto di lavoro subordinato privato, in quanto norma generale non aveva implicitamente abrogato le disposizioni della disciplina speciale. Sulla scorta di tali argomentazioni la sentenza rescindente ha demandato al giudice del rinvio di procedere ad una nuova valutazione dei fatti rilevanti nel giudizio avendo riguardo alle disposizioni di cui al R.D. n. 148 del 1931, eventualmente interpretate in modo adeguato secondo i canoni di cui all’art. 12 preleggi e tenendo, altresì, conto di tutte le ulteriori eccezioni e deduzioni della società riguardante l’esame della documentazione in atti relativa al procedimento disciplinare de quo.

3. La Corte territoriale, quale giudice del rinvio, ricostruita la complessiva vicenda processuale, ha premesso che le sentenze dei gradi precedenti avevano fondato la declaratoria di illegittimità della destituzione sul contenuto generico della contestazione disciplinare, soluzione ritenuta errata dalla S.C., e che il R., nel costituirsi in sede di rinvio, aveva espressamente rinunziato a tale eccezione dando atto della legittimità e correttezza del procedimento esperito in quanto conforme alla normativa speciale; ha quindi dichiarato di convenire sul carattere specifico della contestazione disciplinare e ritenuto provate le condotte addebitate sulla scorta di quanto emergente dalla documentazione prodotta dall’ATAC, non specificamente contestata dal lavoratore, ulteriormente osservando che la originaria domanda del R. non conteneva una chiara negazione degli addebiti ascritti essendo piuttosto incentrata sull’asserita non corrispondenza dei fatti contestati con quelli posti a base dell’opinamento; ciò sul presupposto della inapplicabilità alla fattispecie delle previsioni di cui ai nn. 6 e 9 dell’art. 45 Regolamento cit. Secondo la Corte di merito, al contrario di quanto sostenuto dal lavoratore, gli inadempimenti accertati integravano senz’altro la ipotesi di cui al n. 9, di per sé sola giustificativa del provvedimento espulsivo; la condotta complessiva si configurava inoltre come sicuramente non meritevole di stima ai sensi dell’ipotesi di cui al n. 6 art. 45, Regolamento cit..

4. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso R.C. sulla base di un unico motivo, articolato in più profili; la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso.

5. Il Procuratore Generale ha depositato ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, conv. in L. n. 176 del 2020 requisitoria scritta con la quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

6. Parte ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso parte ricorrente deduce violazione dell’art. 416 c.p.c., comma 3, e dell’art. 115 c.p.c., comma 1. Sotto il primo profilo si duole che il giudice del rinvio non avesse rilevato che l’ATAC, nel costituirsi nel giudizio instaurato dal R. ai sensi dell’art. 700 c.p.c., pur producendo la documentazione poi esaminata dalla Corte territoriale, si era limitata ad eccepire il difetto di giurisdizione del giudice ordinario senza nulla allegare e argomentare in ordine all’oggetto delle doglianze di controparte ed ai fatti posti alla base della destituzione; parimenti generica era stata la difesa della parte datoriale nel giudizio riassunto dinanzi al Tribunale all’esito della sentenza della Corte territoriale che aveva affermato la giurisdizione del giudice ordinario negata in prime cure; la sentenza impugnata aveva errato nel ritenere, in sintesi, che il mero insistere da parte dell’ATAC sulla legittimità e fondatezza del provvedimento espulsivo non era sufficiente ad integrare il requisito prescritto dall’art. 416 c.p.c., comma 3, in tema di onere del convenuto di prendere specifica posizione in ordine ai fatti allegati da controparte. Sotto il secondo profilo deduce che il vaglio dei documenti prodotti da ATAC, in difetto di specifica allegazione dei fatti dei quali avrebbero dovuto costituire il supporto, si poneva in contrasto con il principio secondo il quale il giudice deve giudicare iuxta alligata et probata.

2. Il motivo è inammissibile.

2.1. La sentenza impugnata, sulla premessa che il ricorso introduttivo depositato dal R. nel dicembre 2000 non conteneva una chiara negazione degli addebiti, “lamentando piuttosto un’asserita non corrispondenza dei fatti contestati con quelli posti a base dell’opinamento e ciò sul presupposto dell’inapplicabilità alla fattispecie delle previsioni di cui ai nn. 6 e 9 dell’art. 45” (sentenza, pag. 7), ha osservato che in quella sede l’ATAC, dopo avere proposto l’eccezione di difetto di giurisdizione, ha insistito sulla legittimità e fondatezza della sanzione applicata producendo tutta la documentazione relativa al procedimento disciplinare e tutti gli atti di accertamento posti a base dello stesso; ha evidenziato che gli addebiti documentati negli allegati alla relazione non erano mai stati puntualmente contestati dal R., né in sede disciplinare, come sin da subito eccepito dalla società, né in sede giudiziaria (v. sentenza pag. 7).

2.2. Da tanto si evince che il giudice del rinvio ha implicitamente vagliato la memoria di costituzione di ATAC ritenendola idonea, anche sotto il profilo della conformità al precetto di cui all’art. 416 c.p.c., comma 1, n. 3, a sorreggere le ragioni di resistenza al ricorso avversario. In particolare, ha dimostrato di correlare l’onere di specificità imposto dall’art. 416 c.p.c., comma 3, con il tenore delle allegazioni formulate in ricorso dal lavoratore, ricorso che non conteneva una chiara negazione degli addebiti alla base della sanzione espulsiva.

2.3. Tale complessiva valutazione di idoneità della memoria di costituzione della società e di conformità della stessa alle prescrizioni dell’art. 416 c.p.c., n. 3, non è validamente censurata dall’odierno ricorrente.

2.4. Occorre premettere che la denunzia di violazione e falsa applicazione dell’art. 416 c.p.c., comma 3 e dell’art. 115 c.p.c., pur formalmente ricondotta in rubrica all’ambito del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, non risulta incentrata sul significato e sulla portata applicativa delle previsioni in oggetto, come prescritto ai fini della valida deduzione del mezzo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (v. tra le altre, Cass. Sez. Un. 28/10/2020, n. 23745; Cass. 21/08/2020, n. 17570; Cass. 26/06/2013, n. 16038; Cass. 28/02/ 2012, n. 3010; Cass. 28/11/ 2007, n. 24756; Cass. 31/05/ 2006, n. 12984;) ma è intesa in realtà a far valere il vizio di attività del giudice del rinvio per l’omesso rilievo della inidoneità delle deduzioni difensive contenute nella memoria di costituzione di ATAC s.p.a. a configurare specifica contestazione dei fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda, come prescritto dall’art. 416 c.p.c., comma 3, in tema di oneri a carico della parte convenuta. Ed invero il convenuto, a norma dell’art. 416 c.p.c., nel rito del lavoro (e, non diversamente, a norma dell’art. 167 c.p.c., nella nuova formulazione, nel rito ordinario), nella memoria di costituzione in primo grado “deve prendere posizione, in maniera precisa e non limitata a una generica contestazione, circa i fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda, proponendo tutte le sue difese in fatto e in diritto…” con la conseguenza che nel caso in cui il convenuto nulla abbia eccepito in relazione a tali fatti, gli stessi devono considerarsi come pacifici sicché l’attore è esonerato da qualsiasi prova al riguardo ed è inammissibile la contestazione dei medesimi fatti in sede di legittimità (Cass. 03/07/2008, n. 18202;, Cass. 13/03/2012, n. 3974).

2.5. Alla luce della riqualificazione quale error in procedendo del vizio in concreto denunziato dall’odierno ricorrente, vizio per il quale la Corte di legittimità è giudice anche del fatto processuale essendo investita del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, occorreva che la relativa deduzione fosse proposta in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito ed oggi quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (cfr. tra le altre, Cass. Sez. Un. 22/05/2012 n. 8077; Cass. 28/11/2014 n. 25308; Cass. 21/04/2016 n. 8069). Era quindi necessaria la trascrizione o comunque l’esposizione in riassunto del contenuto della memoria di costituzione di ATAC s.p.a. e, prima ancora, delle allegazioni in fatto formulate nell’atto introduttivo dal R.; come chiarito dal giudice di legittimità, infatti, l’onere di puntuale contestazione del convenuto si coordina con quello di allegazione dei fatti di causa che incombe sull’attore, sicché la mancata allegazione puntuale dei fatti costitutivi, modificativi o estintivi rispetto ai quali opera il principio di non contestazione esonera il convenuto, che abbia genericamente negato il fatto altrettanto genericamente allegato, dall’onere di compiere una contestazione circostanziata (Cass. 26/11/2020, n. 26908; Cass. 06/10/2015, n. 19896). La trascrizione del contenuto del ricorso introduttivo risultava vieppiù necessaria a fronte dell’affermazione della Corte di merito che la originaria domanda del R. non conteneva una chiara negazione degli addebiti ascritti essendo piuttosto incentrata sull’asserita non corrispondenza dei fatti contestati con quelli posti a base dell’opinamento.

2.6. Parte ricorrente non ha osservato tale onere posto che la tecnica di redazione utilizzata nella illustrazione del motivo, caratterizzata dalla trascrizione solo parziale di alcuni brani del ricorso ex art. 700 c.p.c., promosso dal R. e da una trascrizione altrettanto parziale, limitata ad alcune frasi, della memoria di costituzione di ATAC s.p.a., trascrizioni estrapolate dal complessivo contesto argomentativo di riferimento e alternate a considerazioni meramente valutative del ricorrente in ordine al contenuto di tali atti, non consente al giudice di legittimità il compiuto esercizio del potere – dovere di esame diretto degli atti in oggetto; per costante giurisprudenza di questa Corte, la verifica delle censure formulate deve, infatti, poter avvenire sulla base del solo esame del ricorso per cassazione senza necessità di utilizzazione di fonti integrative non essendo la Corte di cassazione tenuta a ricercare, al di fuori del contesto del ricorso, le ragioni che dovrebbero sostenerlo (Cass.07/03/2006, n. 4840; Cass.20/08/2004, n. 16360; Cass. Sez. Un. 20/02/2003 n. 2602).

2.7. In base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

3. Le spese di lite sono regolate secondo soccombenza.

4. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 5.250,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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