Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32946 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32946

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14719-2019 proposto da:

P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, CIRCONVALLAZIONE

NOMENTANA 414, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO DE CIANTIS,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

ATAC S.P.A. – AZIENDA PER LA MOBILITA’ DI ROMA CAPITALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA PRENESTINA 45, presso lo studio dell’avvocato STEFANO

BIBBOLINO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1071/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 05/03/2019 R.G.N. 3558/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/06/2021 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

La Corte d’appello di Roma, in riforma della pronuncia resa dal Tribunale della stessa sede, rigettava le domande proposte da P.M. nei confronti della ATAC s.p.a. volte a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato in data 23/9/2016 per violazione dell’art. 6 codice disciplinare, alla cui stregua la destituzione dal servizio può essere applicata in relazione a quei comportamenti di gravità tale ” da compromettere gravemente il rapporto di lavoro con la società, e nel cui ambito andava ricompreso il caso – ricorrente nella fattispecie – di assenza ingiustificata per oltre cinque giorni nell’anno solare;

a fondamento del decisum la Corte distrettuale, in estrema sintesi, argomentava che l’atto di incolpazione aveva ad oggetto – in relazione al periodo giugno/luglio 2016 – due giorni di assenza ingiustificata per malattia, in ragione del mancato invio di certificazione medica, ed ulteriori cinque giorni di assenza per la fruizione di un permesso finalizzato all’accudimento del figlio in malattia, non giustificato, nonché ritardi ingiustificati fino a 22 minuti, riscontrati in relazione a quattro giorni lavorativi;

all’esito di un’ampia ricognizione delle acquisizioni probatorie, il giudice del gravame perveniva al convincimento della fondatezza degli addebiti oggetto di contestazione, risultati tutti effettivamente sussistenti; valutava la gravità delle mancanze ascritte al dipendente valorizzando, sotto il profilo soggettivo, la reiterazione dei medesimi comportamenti verificatisi negli anni 2011 e 2013, nella osservanza del precetto di cui alla L. n. 183 del 2010, comma 3, art. 30, in base al quale, nello scrutinare i motivi posti a base del licenziamento, il giudice deve tener conto delle tipizzazioni di giusta causa e giustificato motivo soggettivo presenti nei contratti collettivi di lavoro;

avverso tale decisione P.M. interpone ricorso per cassazione sostenuto da tre motivi ai quali resiste con controricorso la società intimata,

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo si denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

si prospetta la intrinseca contraddittorietà della pronuncia laddove ha acclarato, per almeno due certificazioni inerenti alla malattia del figlio del ricorrente, la manipolazione mediante fotomontaggi; si deduce che le certificazioni prodotte relative ai giorni 8, 6, 20 e 26 giugno 2016 avessero forma e contenuto non sovrapponibili; si prospetta che erroneamente il giudice di seconda istanza avrebbe esaminato la documentazione prodotta da ATAC; ci si duole altresì, della mancata escussione di taluni testimoni, addetti al sollecito della produzione della documentazione mancante, ribadendosi che la società, sulla quale gravava il relativo onere, non vi aveva provveduto;

2. con il secondo motivo si denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

si ribadisce che tutti i certificati prodotti in primo grado da parte ricorrente erano diversi ed autentici sicché il mancato scrutinio degli stessi da parte della Corte di merito si traduceva nella “omissione di motivazione sul punto decisivo della controversia”;

3. i primi due motivi, da trattarsi congiuntamente per connessione, palesano profili di inammissibilità, attenendo al sindacato sulla attività istruttoria riservato al giudice di merito;

anche prima della riformulazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, costituiva consolidato insegnamento essere sempre vietato invocare in sede di legittimità un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perché non ha la Corte di cassazione il potere di riesaminare’ e valutare il merito della causa, essendo la valutazione degli elementi probatori attività istituzionalmente riservata al giudice di merito (tra le molte, v. Cass. sez. un., 21/12/2009, n. 26825; Cass. 26/3/2010, n. 7394; Cass. 18/3/2011, n. 6288; Cass. 16/12/2011, n. 27197);

pertanto, non può essere invocata una lettura delle risultanze probatorie difforme da quella operata dalla corte territoriale, essendo la valutazione delle stesse – al pari della scelta di quelle, tra esse, ritenute più idonee a sorreggere la motivazione – un tipico apprezzamento di fatto, riservato in via esclusiva al giudice del merito: il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente – non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza peraltro essere tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva (per tutte: Cass. 20/4/2012, n. 6260);

nel sistema l’intervento di modifica dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte, comporta un’ulteriore sensibile restrizione dell’ambito di controllo, in sede di legittimità, del controllo sulla motivazione di fattò Con esso si è invero avuta (Cass. Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053) la riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in questa sede è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di sufficienza, nella mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, nella motivazione apparente, nel contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili, nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile;

tanto comporta (Cass. Sez. Un., 22/9/2014, n. 19881) che l’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie; mentre in ogni caso, la parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso;

ne consegue che la ricostruzione del fatto operata dai giudici del merito è ormai sindacabile in sede di legittimità soltanto ove la motivazione al riguardo sia affetta da vizi giuridici, oppure se manchi del tutto, oppure se sia articolata. su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed ò immediatamente inconciliabili, oppure perplessi, oppure obiettivamente incomprensibili; mentre non si configura un omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, ove quest’ultimo sia stato comunque valutato dal giudice, sebbene la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie e quindi. anche di quel particolare fatto storico, se la motivazione resta scevra dai gravissimi vizi appena detti;

inoltre, deve rammentarsi che in seguito alla riformulazione dell’art. 360, comma 1, n. 5) è denunciabile in cassazione l’anomalia motivazionale che si concretizza nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, quale ipotesi che non rende percepibile l’iter logico seguito per la formazione del convincimento e, di conseguenza, non consente alcun effettivo controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento del giudice (vedi Cass. 17/5/2018 n. 12096, Cass. 17/8/2020 n. 17196);

orbene, dette violazioni non risultano riscontrabili nella specie, avendo proceduto la Corte di merito allo scrutinio delle acquisizioni probatorie con argomentazioni del tutto congrue, idonee a render conto della struttura logico-giuridica che innerva la pronuncia impugnata;

il giudice di seconda istanza ha infatti osservato come la tardività della contestazione lamentata dal P., che gli avrebbe impedito di rendere giustificazione nei termini previsti, fosse stata smentita dalle deposizioni testimoniali acquisite; come non fosse plausibile che, nonostante la contestazione dell’addebito formulata in data 11/8/2016, egli non avesse fatto menzione delle ragioni “delle assenze risalenti al mese di giugno né avesse presentato scritti difensivi o una richiesta di audizione orale volta alla esposizione delle stesse; come la circostanza, dedotta dal ricorrente, di aver depositato le certificazioni relative alla giustificazione delle assenze nelle apposite rastrelliere, e dello smarrimento in tutte le relative occasioni, delle certificazioni sanitarie idonee a sostenere le ragioni delle assenze, non fosse rispondente ad un giudizio di verosimiglianza; come, conclusivamente, mancasse la prova delle giustificazioni delle assenze in misura superiore ai cinque giorni previsti dalla disposizione codicistica applicabile, nonostante la riferibilità della accertata creazione artificiosa delle copie dei certificati, a solo due dei quattro documenti prodotti;

si tratta di un iter motivazionale congruo e completo, scevro dalle prospettate contraddizioni, Che resiste alle censure all’esame le quali eccedono dagli angusti limiti tracciati dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

4. il terzo motivo attiene alla violazione e falsa applicazione dell’art. 6 codice disciplinare per il personale dell’area servizi ausiliari per la mobilità in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.;

si rimarca che la disposizione contrattual-collettiva richiamata postula l’applicazione della sanzione della destituzione in caso di assenza ingiustificata che si protragga per oltre cinque giorni nell’anno solare;

si deduce che a causa della errata presunzione di manipolazione di due dei quattro certificati medici redatti dal Dott. B., la Corte territoriale giunge a ritenere validi die di essi, sicché i ritardi contestati non sarebbero superiori a cinque giorni secondo la disposizione pattizia richiamata;

inoltre, quanto alla questione della consegna dei certificati medici mediante deposito nella rastrelliera, si lamenta che i giudici del gravame non abbiano tenuto conto del frequente smarrimento di detti certificati – essendo la stanza in cui erano collocati, accessibile a tutto il personale né della deposizione resa da un testimone, il quale aveva riferito di aver visto il padre del ricorrente provvedere a tale deposito; viene ribadita altresì la doglianza già formulata nel giudizio di merito, circa la mancanza di prova dell’invio in forma scritta, di una diffida della società anteriormente alla contestazione disciplinare del giorno 11/6/2016;

si critica, infine, la statuizione relativa alla accertata proporzionalità della sanzione alla mancanza addebitata, per la omessa applicazione da parte del giudicante, della sanzione conservativa in luogo di quella espulsiva, ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 42, una volta accertato il numero di assenze ingiustificate inferiore a quello previsto dall’art. 6 codice disciplinare applicabile ratione temporis.

5. la censura non può essere condivisa per plurime concorrenti ragioni;

deve innanzitutto rimarcarsi che, diversamente da quanto argomentato da parte ricorrente, il giudice del gravame è pervenuto alla conclusione che pur se la creazione artificiosa delle copie dei certificati era riferibile con certezza a due dei quattro documenti prodotti – la mancata giustificazione era certamente riconducibile a sei giorni addebitati; si osserva infatti che anche al di là di ogni considerazione in ordine alla accertata alterazione delle due certificazioni mediche, “la ritenuta inverosimiglianza delle giustificazioni rese dal dipendente è fondata anche sulla base di elementi probatori diversi ed ulteriori rispetto all’accertamento di detta creazione artificiosa”;

elementi che sono tutti essenzialmente riconducibili alla mancata dimostrazione, anche alla stregua di elementi di natura indiziaria, di circostanze idonee a suffragare la versione dei fatti prospettata dal lavoratore in relazione alla avvenuta consegna dei certificati di assenza per malattia del figlio;

la Corte di merito ha, al riguardo, ampiamente argomentato in ordine alla scarsa credibilità dei motivi addotti dal P. a giustificazione della mancata consegna degli altri certificati; sotto altro versante, ha riscontrato la positiva dimostrazione della comunicazione da parte datoriale, circa la mancata consegna dei certificati, fondata sulle dichiarazioni rese dal teste Ascenzi e sulla documentazione prodotta a sua firma, in cui si dava atto dei molteplici solleciti inoltrati al lavoratore il quale, rientrato in servizio, non si era peritato di produrli;

si tratta di accertamenti del tutto congrui, non inficiati dalla ricordata censura ed insuscettibili di rivisitazione in questa sede di legittimità per tutte le considerazioni già in precedenza esposte;

ciò induce a ritenere pienamente realizzata la fattispecie disciplinata dall’art. 6 codice disciplinare;

in tale prospettiva è bene precisare che la Corte ha comunque esplicato un iter argomentativo da cui si evince la gravità della mancanza addebitata, di per sé idonea a giustificare l’irrogazione della massima sanzione disciplinare, integrata congruamente ai sensi dell’art. 30 collegato lavoro, alla scala valoriale indicata nel codice disciplinare;

deve, quindi, conclusivamente rimarcarsi come nello specifico la Corte di merito si sia attenuta ai suenunciati principi giurisprudenziali, procedendo ad una ricognizione approfondita delle acquisizioni probatorie; qualificando in termini di gravità la condotta del lavoratore il quale aveva arrecato un vulnus alle obbligazioni che scandivano la prestazione lavorativa; operando una corretta sussunzione dei fatti nell’ambito della categoria dell’inadempimento grave, – rubricato all’art. 2119 c.c. ed in tale prospettiva, validamente richiamandosi anche alla “scala valoriale” enunciata dal codice disciplinare di settore (vedi Cass. 19/8/2020 n. 17321);

in definitiva, alla luce delle sinora esposte considerazioni, deve ritenersi che la Corte distrettuale non sia incorsa in alcuna delle violazioni oggetto delle critiche formulate;

il ricorso e’, pertanto, respinto;

la regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata;

trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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