Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3294 del 12/02/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 3294 Anno 2018
Presidente: ARMANO ULIANA
Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

ORDINANZA
sul ricorso 13820-2015 proposto da:
BORN RITA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OVIDIO n.26,
presso lo studio dell’avvocato ANTONIA LUCCHESI, rappresentata e
difesa dall’avvocato FILIPPO TORTORICI;
– ricorrente contro
LO VOI FERNANDO, BONANNO SANTA, AMODEO VINCENZO;
– intimati avverso la sentenza n. 1912/2014 della CORTE D’APPELLO di
PALERMO, depositata il 22/11/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 25/10/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA
SCRIMA.
FATTI DI CAUSA

Data pubblicazione: 12/02/2018

Rita Born convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Palermo,
Vincenzo Amodeo, Santa Bonanno e Fernando Lo Voi, per sentirli
condannare al risarcimento dei danni — quantificati in C 200.000,00 subiti a causa del comportamento negligente dei convenuti, che,
secondo le allegazioni dell’attrice, aveva determinato la “distruzione”

stessi convenuti. Rappresentò in particolare la Born che, a seguito di
intimazione di sfratto per morosità, richiesto dalla Bonanno nei suoi
confronti in relazione all’appartamento da lei condotto in locazione, in
virtù di contratto stipulato con l’Amodeo, sito nella via Alloro 3 di
Palermo e di cui era usufruttuaria la Bonanno, il Giudice aveva
emesso ordinanza provvisoria di rilascio dell’immobile in data 17
aprile 2001, a seguito della quale l’Ufficiale giudiziario aveva immesso
l’Amodeo e la Bonanno nel possesso del detto immobile, mediante
consegna delle chiavi all’avv. Fernando Lo Voi, che era stato
nominato custode dei beni di proprietà della Born esistenti
nell’appartamento, beni dei quali il Giudice dell’esecuzione, su istanza
del predetto legale, con provvedimento in data 18 ottobre 2001,
aveva autorizzato il trasferimento in un magazzino sito nella via
Gandolfo 39 di Palermo, che, a dire dello stesso avv. Lo Voi, era stato
affittato a tal fine dalla Bonanno. Tanto premesso, l’attrice chiese che
venisse affermata la responsabilità del custode ai sensi dell’art. 1780
cod. civ., per non aver lasciato terminare le operazioni di inventario
dei beni, per avere trasferito gli stessi in altro luogo senza informarne
preventivamente l’attrice e per avere distrutto i beni di questa, senza
dare alcuna comunicazione in proposito alla stessa attrice o al suo
difensore.
Il Giudice adito, con sentenza depositata il 30 settembre 2009
accolse l’eccezione di difetto di legittimazione passiva proposta dai
convenuti Bonanno e Amodeo e rigettò le domande proposte nei
confronti dei predetti convenuti e del Lo Voi.
Ric. 2015 n. 13820 sez. M3 – ud. 25-10-2017
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o, comunque, la perdita dei suoi beni mobili, affidati in custodia agli

Avverso la sentenza di primo grado la Born propose appello al
quale si opposero la Bonanno e il Lo Voi mentre l’Amodeo rimase
contumace.
La Corte di appello di Palermo, con sentenza depositata il 22
novembre 2014, rigettò il gravame e condannò l’appellante alle spese

Avverso la sentenza della Corte di merito Rita Born ha proposto
ricorso per cassazione basato su due motivi.
Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.
La proposta del relatore è stata comunicata alla parte costituita,
unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di
consiglio, ex art. 380 bis cod. proc. civ..
RAGIONI DELLA DECISIONE
1.

Il Collegio ha disposto la redazione dell’ordinanza con

motivazione semplificata.
2.

Con il primo motivo, deducendo «omessa insufficiente e

contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia»,
la ricorrente lamenta che la Corte di merito, «sul presupposto che
l’azione proposta dalla sig.ra Born tendesse esclusivamente ad
ottenere il risarcimento dei danni derivanti dall’asserito negligente
svolgimento dell’attività di custodia dei beni di sua proprietà e ciò, in
quanto, unico custode era l’Avv. Lo Voi», abbia ritenuto la carenza di
legittimazione passiva della Bonanno e dell’Amodeo in ordine alla
richiesta di risarcimento dei danni proposta dalla Born, con
“motivazione carente, errata e contraddittoria” e “senza tener conto
di quanto avvenuto in fatto”
2.1. Il motivo è inammissibile
Si evidenzia che, essendo la sentenza impugnata in questa sede
stata pubblicata in data 22 novembre 2014, nella specie trova
applicazione l’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., nella formulazione

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di quel grado in favore degli appellati costituiti.

novellata dal comma 1, lett. b), dell’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012,
n. 83, convertito con modifiche nella legge 7 agosto 2012, n. 134.
Alla luce del nuovo testo della richiamata norma del codice di rito,
non è più configurabile il vizio di insufficiente e/o contraddittoria
motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce

sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure
ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come
ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art.
360 c.p.c. (Cass., ord., 6/07/2015, n. 13928; v. pure Cass., ord.,
16/07/2014, n. 16300) e va, inoltre, esclusa qualunque rilevanza del
semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., ord.,
8/10/2014, n. 21257). E ciò in conformità al principio affermato dalle
Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 8053 del 7/04/2014,
secondo cui la già richiamata riformulazione dell’art. 360, primo
comma, n. 5, c.p.c., deve essere interpretata, alla luce dei canoni
ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al
“minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione.
Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale
che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in
quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio
risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto
con le risultanze processuali. Tale anomalia — nella specie all’esame
non sussistente — si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi
sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”,
nel contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella
“motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa
qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della
motivazione.
Le Sezioni Unite, con la richiamata pronuncia, hanno pure
precisato che l’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c., così come da
Ric. 2015 n. 13820 sez. M3 – ud. 25-10-2017
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rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che

ultimo riformulato, introduce nell’ordinamento un vizio specifico
denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto
storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della
sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di
discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se

Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt.
366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cp.c., il
ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato
omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti
esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di
discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo
restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per
sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto
storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in
considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato
conto di tutte le risultanze probatorie.
Nella specie, con le censure formulate nell’illustrazione del motivo
all’esame, la ricorrente, lungi dal proporre delle doglianze che
rispettano il paradigma legale di cui al novellato n. 5 dell’art. 360 del
codice di rito, ripropone, come peraltro chiaramente indicato già nella
rubrica del motivo all’esame, inammissibilmente lo stesso schema
censorio del n. 5 nella sua precedente formulazione, inapplicabile
ratione temporis.
3. Con il secondo motivo, rubricato «Violazione degli artt. 1766,
1768 e 1780 cod. civ.; omessa insufficiente e contraddittoria
motivazione su un punto decisivo della controversia, la ricorrente
sostiene che la motivazione della sentenza impugnata si baserebbe
sull’erroneo presupposto che i suoi beni fossero stati spostati
dall’appartamento da lei condotto in locazione a seguito di un
provvedimento di sfratto per morosità laddove, invece, l’unico

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esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

provvedimento che giustificava il rilascio dell’immobile locato era
l’ordinanza del Tribunale di Palermo del 26 giugno 2001 che aveva
disposto il rilascio temporaneo, da parte della Born,
dell’appartamento di via Alloro n. 3 per consentire l’esecuzione dei
necessari lavori di ristrutturazione, sicché l’incarico conferito all’avv.

giudiziario completasse l’inventario dei beni dell’attuale ricorrente i
quali, terminati i lavori, avrebbero dovuto essere restituiti a
quest’ultima. Assume la Bonn che, nella specie, il comportamento del
Lo Voi, quale custode dei beni della ricorrente, non era stato
conforme alla diligenza richiesta ex art. 1768 cod. civ. ed anzi lo
stesso si era comportato come se il rilascio dell’immobile e dei beni
fosse dovuto in virtù di una procedura di sfratto per morosità, per cui
la vendita coattiva dei beni avrebbe dovuto coprire le mensilità
rimaste impagate, ben sapendo, invece, che lo sfratto per morosità
era stato annullato dalla sentenza n. 1568/2005 della Corte di appello
Palermo, sicchè la Born aveva diritto al risarcimento del danno, diritto
ingiustamente negatole.
3.1. Il motivo, con riferimento ai lamentati vizi motivazionali, è
inammissibile per le medesime ragioni già evidenziate in relazione al
primo motivo di ricorso.
3.2. Parimenti inammissibili sono le denunce di violazione di
legge, non essendo esse state formulate in conformità a quanto
indicato dalla giurisprudenza di legittimità al riguardo.
Ed invero questa questa Corte ha già affermato il principio, che va
in questa sede ribadito, secondo cui il vizio della sentenza previsto
dall’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ., dev’essere dedotto, a
pena d’inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366,
n. 4, cod. proc. civ., non solo con l’indicazione delle norme che si
assumono violate ma anche, e soprattutto, mediante specifiche
argomentazioni intellegibili ed esaurienti, intese a motivatamente
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Lo Voi aveva natura temporanea e presupponeva che l’Ufficiale

dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute
nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con le
indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle
stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente
impedendo alla corte regolatrice di adempiere al suo compito

(Cass. 29/11/2016, n. 24298; Cass., ord., 15/01/2015 n. 635 Cass.
16/01/2007, n. 828).
A quanto precede va aggiunto che la ricorrente non ha
specificamente censurato la ratio decidendi della sentenza impugnata
(v. p. 4, 5 e 6 di tale sentenza).
5. infine, va rilevato che entrambi i motivi tendono, in sostanza,
ad una rivalutazione del merito, non consentita in questa sede
6. Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile.
7. Non vi è luogo a provvedere per le spese, non avendo le parti
intimate svolto attività difensiva in questa sede.
8.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il

versamento, da parte della ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1quater, d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1,
comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore
importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto
per il ricorso, a norma del comma

1-bis dello stesso art. 13,

evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è
collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto
integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del
gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).
P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi dell’art. 13,
comma

1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo

introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n.
228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da
Ric. 2015 n. 13820 sez. M3 – ud. 25-10-2017
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istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione.

parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis
dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sest
Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 25 ottobre 2017.

[j.

Il Presidente

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