Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32932 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 08/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32932

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11899-2015 proposto da:

U.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA

SCROFA n. 64, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO CELLAMARE,

rappresentata e difesa dall’avvocato MAURO NICOLA FUSARO;

– ricorrente –

contro

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso

la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARCELLA LOIZZI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2534/2014 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 06/11/2014 R.G.N. 1213/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/06/2021 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA

Mario, visto il D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis,

convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha

depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte di Appello di Bari con la sentenza 2534 del 2014 ha rigettato l’appello proposto da U.R. nei confronti dell’Università degli Studi di Bari in relazione alla sentenza emessa tra le parti dal Tribunale del lavoro di Bari.

2. U.R. aveva adito il tribunale esponendo quanto segue.

La stessa era dipendente dell’Università degli Studi di Bari in qualità di tecnico di laboratorio clinici, area funzionale socio sanitaria.

Con nota del 4 febbraio 2005, l’Università l’aveva trasferita per improrogabili esigenze di servizio dal Dipartimento di scienze biomediche e oncologia umana al Dipartimento di biologia e patologia vegetale.

Il trasferimento era pretestuoso in mancanza di esigenze organizzative e produttive, e fonte di danno economico conseguente alla perdita dell’indennità di convenzionamento.

La ricorrente deduceva di essere stata inoltre demansionata, anche in vista della circostanza che nessun tipo di mansione, compito o ruolo veniva affidato alla medesima nella sede di nuova assegnazione.

Presso il Dipartimento di scienze biomediche si occupava: a) in qualità di responsabile del servizio relazioni con il pubblico e prestazioni assistenziali, di rapporti diretti e indiretti con l’utenza esterna, di comunicazione e diffusione delle informazioni, di prenotazione day-hospital e ambulatoriali, di gestione delle impegnative; b) in qualità di responsabile servizi gestione materiale, di acquisto e manutenzione strumentazione varia, di acquisto di reagenti e materiali di laboratorio, di acquisto materiale di consumo, di monitoraggio delle esigenze materiali della struttura, di gestione delle operazioni di manutenzione; e) in qualità di responsabile servizi di laboratorio, di assistenza alla ricerca, della raccolta ed elaborazione dei dati scientifici, della manutenzione e uso delle attrezzature speciali, della supervisione degli esami di laboratorio, dell’acquisto di materiale speciale, dei rapporti con aziende del settore.

Presso il Dipartimento di biologia, invece, era stata posta nella inattività più assoluta; non le era stato assegnato alcun compito. In tal modo la propria professionalità era stata illegittimamente e arbitrariamente vanificata.

Il disposto trasferimento aveva leso le proprie prospettive di crescita professionale, non potendo più svolgere mansioni tipiche del profilo professionale di appartenenza.

Inoltre, il trasferimento era avvenuto con modalità lesive della propria immagine e reputazione. Il trasferimento era illegittimo anche ai sensi dell’art. 20 del contratto di categoria, a mente del quale la mobilità del personale addetto presso le strutture dell’Azienda Ospedaliera erano consentite solo previo assenso dell’impiegato interessato.

La U. aveva quindi impugnato il trasferimento chiedendo che fosse dichiarato illegittimo, con la reintegra nel posto di provenienza e la condanna dell’Università al risarcimento del danno da dequalificazione professionale e biologico, nonché al pagamento delle somme non più corrisposte a titolo di convenzionamento a far data dal febbraio 2005.

3. Il Tribunale aveva rigettato la domanda.

4. La Corte d’Appello ha rigettato l’impugnazione affermando, in particolare, quanto segue.

Nella specie non era stato posto in essere un trasferimento in quanto l’assegnazione ad altro dipartimento costituiva un mero spostamento da un ufficio all’altro, e non un trasferimento.

Ricorrevano esigenze di servizio idonee all’adozione di un provvedimento di mobilità orizzontale, perché era incontestato che presso il Dipartimento di biologia e patologia vegetale non vi era più un tecnico di laboratorio, per avvenuto trasferimento del tecnico presente.

Il giudice di appello riteneva opportuno partire dall’esame delle deposizioni testimoniali di cui riportava alcuni stralci.

Quindi, ricordava che il teste S. aveva dichiarato, nella sua qualità di direttore del Dipartimento di biologia e patologia, che aveva assegnato alla U. specifici compiti e che la ricorrente si era rifiutata di eseguirli.

Tale deposizione non contrastava con quella del teste D.N.; entrambi i testi confermavano che la U. non svolgeva particolari funzioni; lo S. chiariva che ciò dipendeva dalla volontà della ricorrente che si era rifiutata di espletare i compiti assegnateli.

A sostegno della forzata e non volontaria inattività, l’appellante aveva richiamato il contenuto di due documenti che il Tribunale non avrebbe valutato.

In proposito. la Corte d’Appello rilevava che dalla lettera inviata dal prof. S. al prof. C. emergeva che, nonostante il lungo tempo trascorso, la lavoratrice non si era inserita nell’attività di ricerca del Dipartimento. Ma ciò, osservava la Corte d’Appello non contrastava con la circostanza che la ricorrente si era rifiutata di svolgere le mansioni cui era adibita.

Nella stessa ottica andava interpretato il contenuto del verbale n. 7 del 2008 del Consiglio di Dipartimento, in cui si faceva riferimento al trovare analogie e omologie tra i due Dipartimenti, e quindi al voler assicurare alla lavoratrice funzioni quanto più vicine a quelle svolte in precedenza.

La Corte d’Appello quindi ha affermato di aver accertato che lo scarso impiego della U. era stato determinato dalla volontà della stessa di rifiutarsi di espletare i compiti a lei assegnati, e quindi non dalla decisione datoriale di tenerla inattiva, come allegato nel ricorso introduttivo. Occorreva, comunque, verificare se il passaggio dell’appellante da un Dipartimento all’altro fosse stato legittimo e se il rifiuto opposto dalla dipendente fosse o meno giustificato.

Dopo aver richiamato il contenuto dell’art. 78, e dell’art. 24, comma 2, del CCNL del Comparto, la Corte di Appello ha affermato che se si tiene conto delle funzioni di tecnico di laboratorio svolte dalla U. presso il Dipartimento di provenienza, come ridimensionate, rispetto a quelle descritte nel ricorso, dal Direttore della struttura accettazione campioni biologici, indagini di laboratorio – emerge evidente che alla ricorrente erano stati assegnati compiti niente affatto minori come rilievo, e che parevano addirittura più qualificanti.

D’altra parte, in nessuna delle lettere inviate all’Amministrazione dopo il trasferimento la U. si era doluta di essere stata adibita a mansioni inferiori.

Quindi la Corte d’Appello, esclusa ogni ipotesi di forzata inattività o di demansionamento, e dovendo stabilire se le nuove mansioni fossero equivalenti a quelli precedenti dal punto di vista della professionalità, ha rilevato che, sotto questo profilo, il ricorso era carente.

La U. aveva solo rappresentato che la sua area di provenienza era diversa, ma la norma contrattuale faceva riferimento alle professionalità comunque acquisite non all’area di appartenenza. Per quali ragioni il bagaglio professionale acquisito non fosse utilizzabile nelle nuove mansioni, la ricorrente non aveva specificato.

ln conclusione la non equivalenza delle nuove mansioni a quelle precedentemente svolte non era stata completamente allegata dalla U., né era stata provata.

5. Per la cassazione della sentenza d’appello ricorre la U., prospettando due motivi di ricorso che tratta congiuntamente.

6. Resiste con controricorso l’Università degli Studi di (OMISSIS).

7. Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte con cui ha chiesto il rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ricorrente prospetta i seguenti motivi di ricorso:

1. Violazione e falsa applicazione dell’art. 2103, c.c., del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 e dell’art. 24 del CCNL Comparto Università (art. 360 c.p.c., n. 3); 2. Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto in discussione tra le parti, con riferimento al demansionamento e alla inattività della dipendente (art. 360 c.p.c., n. 5).

2. La ricorrente tratta insieme i due motivi di ricorso, rilevando che le risultanze istruttore avevano fatto emergere in modo chiaro che la U. era stata trasferita illegittimamente da una area funzionale ad un’altra area funzionale, al fine sostituire un collega inquadrato in una categoria inferiore rispetto a quella appartenenza.

La Corte d’Appello aveva aderito acriticamente alla ricostruzione operata dal Tribunale, pretermettendo gli esiti delle risultanze istruttorie ed asserendo che si trattava di una mera assegnazione ad altro posto del medesimo ufficio.

In tal modo non aveva tenuto conto del previsto obbligo di motivazione del datore di lavoro.

Erroneamente, la Corte si era limitata a richiamare il contenuto dell’art. 2103 c.c., affermando che non vi era violazione dello stesso per non essersi verificato il mutamento definitivo del luogo geografico di esecuzione della prestazione. Nella specie, invece, assumeva rilievo il trasferimento da un’area funzionale ad un’altra, da un dipartimento ad un altro, da un plesso ad un altro, e dunque da un’unità produttiva ad un’altra.

Era stato leso l’art. 24, del CCNL, nell’aver ritenere non ravvisabile la violazione delle previsioni pattizie in materia di mansioni del lavoratore.

Inoltre, la sentenza era errata anche sotto il profilo del demansionamento, laddove la Corte d’Appello non aveva considerato lo stesso sussistente.

Le risultanze istruttore confermavano quanto esposto da essa ricorrente, e cioè che a seguito del trasferimento la stessa era stata posta nella più completa inattività, e non per indisponibilità della medesima.

3. I motivi sono in parte in parte inammissibili e in parte non fondati.

3.1. Con riguardo alle censure di violazione di legge, il ricorso per un verso è inammissibile, in quanto il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione della fattispecie astratta recata dalla norma di legge e pone, quindi, un problema interpretativo della stessa o coinvolge il giudizio di sussunzione.

Nella specie, invece, viene allegata un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, e ciò inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito sottratta al sindacato di legittimità.

Il giudizio inerente allo svolgimento di funzioni professionalmente equivalente ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 a sua volta richiede un apprezzamento di merito, non sindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Occorre considerare che è applicabile alla fattispecie l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo modificato dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11.8.2012), di conversione del D.L. 22 giugno 2012 n. 83, che consente di denunciare in sede di legittimità unicamente l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti, da intendersi riferito a un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico, come tale non ricomprendente questioni o argomentazioni, come prospettate nella specie, sicché sono inammissibili le censure che, irritualmente, estendano il paradigma normativo a quest’ultimo profilo (Cass., n. 22397 del 2019).

Hanno osservato le Sezioni Unite di questa Corte (Cass., S.U. 22.9.2014 n. 19881 e Cass., S.U. 7.4.2014 n. 8053) che la ratio dell’intervento normativo è ben espressa dai lavori parlamentari lì dove si afferma che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 ha la finalità di evitare l’abuso dei ricorsi per cassazione basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali, e, quindi, di supportare la funzione nomofilattica propria della Corte di cassazione, quale giudice dello ius constitutionis e non dello ius litigatoris, se non nei limiti della violazione di legge.

Il vizio di motivazione, quindi, rileva solo allorquando l’anomalia si tramuta in violazione della legge costituzionale, “in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di `sufficienzà della motivazione”.

Con apprezzamento di merito, non adeguatamente censurato secondo i principi sopra richiamati, la Corte d’Appello in ragione delle risultanze probatorie, ricostruite attraverso la motivata disamina delle prove per testi e dei documenti, ha ritenuto non raggiunta la prova del prospettato demansionamento.

3.2. Con riguardo all’art. 2103 c.c., la sentenza di appello correttamente ne ha escluso l’applicazione atteso che la nozione di trasferimento del lavoratore implica il mutamento definitivo del luogo geografico di esecuzione della prestazione (cfr., Cass., n. 17246 del 2018), non ravvisabile nella specie, di talché la relativa censura della ricorrente non è fondata.

Ed infatti, come affermato dalla Corte d’Appello, nel richiamare il D.P.R. n. 382 del 1980, art. 83 e la L. n. 240 del 2010, art. 2, il Dipartimento, è uno dei settori di cui si compone l’Ateneo, ed è un’articolazione dello stesso. Erroneamente, la ricorrente aveva fatto riferimento all’art. 24 del CCNL, che si occupava del mutamento delle mansioni, mentre la fattispecie era regolata dall’art. 57 del CCNL, che nel disciplinare la materia dei trasferimenti non si riferisce allo spostamento del lavoratore da un Dipartimento ad un altro.

3.3. La censura proposta con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, è inammissibile in ragione dei principi affermati dalle Sezioni Unite della Corte sopra richiamati.

Ed infatti, la censura contesta la valutazione delle risultanze probatorie effettuata dalla Corte d’Appello e si sostanzia nella richiesta di una rivalutazione dei fatti e delle prove acquisite e, dunque, in un sindacato circa il percorso argomentativo della Corte di merito, che esula dall’ambito del vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, secondo i principi sopra ricordati.

Inoltre, come questa Corte ha, altresì, già affermato, il vizio specifico di omesso esame denunciabile per cassazione, è relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, e che deve avere carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr., Cass., n. 28887 del 2019).

Nella specie il giudice di appello ha esaminato i fatti di causa e le risultanze istruttorie e ha escluso in modo argomentato ogni ipotesi di forzata inattività o di demansionamento, rilevando peraltro, con statuizione non adeguatamente contestata, una carenza allegativa sulla prospettata mancanza di equivalenza delle nuove mansioni rispetto a quelle precedenti dal punto di vista della professionalità.

Di talché la censura esorbita dall’ambito del vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5.

4. Il ricorso deve essere rigettato.

5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

6. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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