Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32922 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. I, 09/11/2021, (ud. 29/09/2021, dep. 09/11/2021), n.32922

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 573/2021 R.G. proposto da:

U.E.I., elettivamente domiciliato in Roma, piazza

Cavour, presso la Cancelleria della Corte di Cassazione,

rappresentato e difeso dall’Avvocato Luigi Migliaccio, giusta

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1670/2020 della Corte d’appello di Napoli

depositata il 12/5/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/9/2021 dal cons. Dott. Alberto Pazzi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Napoli, con ordinanza ex art. 702-bis c.p.c. del 24 maggio 2017, rigettava il ricorso proposto da U.E.I., cittadino della (OMISSIS) proveniente da (OMISSIS) (il quale aveva riferito di essere dovuto fuggire dal suo paese di origine perché era ricercato dalla polizia a causa della sua dichiarata omosessualità), avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego di riconoscimento del suo status di rifugiato nonché del suo diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14 o a quella umanitaria ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6.

2. La Corte d’appello di Napoli, con sentenza pubblicata in data 12 maggio 2020, confermava tale statuizione, condividendo il giudizio di non credibilità delle dichiarazioni del migrante già espresso dal primo giudice.

La Corte distrettuale escludeva, inoltre, la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), non essendo stata riscontrata nella città di provenienza dell’appellante una situazione di violenza indiscriminata e di conflitto armato.

Ne’ sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, in mancanza di un effettivo inserimento lavorativo o circostanze familiari che legassero in modo significativo il migrante al territorio italiano.

3. Per la cassazione di questa decisione ha proposto ricorso U.E.I. prospettando tre motivi di doglianza.

Il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c. al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. e), artt. 3, 4, 5, art. 6, comma 2 e art. 14, lett. b), e D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, perché il giudizio di credibilità non è stato il frutto della procedimentalizzazione legalmente prevista per una simile decisione, dato che la Corte di merito ha enfatizzato dettagli secondari del narrato, non ha considerato il contesto generale di pericolo per la dignità e la sicurezza della persona derivante dal rischio di subire una condanna penale a causa del proprio orientamento sessuale e neppure ha disposto un’audizione del migrante per tentare di sciogliere i dubbi ritenuti rilevanti.

5. Il motivo risulta in parte infondato, in parte inammissibile.

5.1 La valutazione di affidabilità delle dichiarazioni del migrante è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici indicati all’interno del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di criteri generali di ordine presuntivo idonei a illuminare il giudice circa la veridicità delle dichiarazioni rese (Cass. 20580/2019).

La norma obbliga in particolare il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto a un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche a una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda (Cass. 21142/2019).

La Corte di merito si è ispirata a questi criteri laddove, all’esito dell’esame delle dichiarazioni rese dal migrante, ha rilevato in via principale che appariva singolare la rappresentazione di una condizione di omosessualità da parte di chi aveva nel contempo dichiarato di essere sposato con una donna con cui aveva avuto un figlio e, nel contempo, ha sottolineato come siffatta condizione non fosse stata adeguatamente illustrata, così come non era stato spiegato il percorso che aveva condotto il migrante a mutare le proprie inclinazioni sessuali.

Solo a contorno di queste osservazioni è stato aggiunto che la condizione di omosessualità non aveva trovato alcuna esplicazione nello Stato di accoglienza.

Con questi argomenti la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei criteri indicati dalla norma in discorso, rilevando che il racconto offerto dal richiedente asilo non risultava plausibile sotto il profilo della credibilità razionale della concreta vicenda narrata né era stato adeguatamente circostanziato.

In presenza di simili rilievi la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente asilo non può essere legata alla mera corrispondenza fra la sua narrazione e le condizioni generali del paese di provenienza, poiché tale contesto assume valore a riscontro delle condizioni soggettive di credibilità e non di per sé al fine di avvalorare un racconto che intrinsecamente delle stesse sia privo.

5.2. Questa Corte, in passato, ha già avuto occasione di spiegare che nel procedimento, in grado d’appello, relativo a una domanda di protezione internazionale, non era ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente, atteso che il rinvio – contenuto nel D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35, comma 13, – al precedente comma 10, che prevedeva l’obbligo di sentire le parti, non si configurava come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collegava il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza (Cass. 24544/2011).

Il principio vale a maggior ragione rispetto alle controversie, come quella in esame, che rimangono regolate dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19 dato che la norma, al pari dell’art. 702-quater c.p.c. al quale la stessa rinvia, non fa cenno ad alcun incombente istruttorio a cui la Corte d’appello sia comunque tenuta.

Il richiedente asilo non aveva dunque alcun diritto di essere sentito in interrogatorio personale in sede di appello, anche in considerazione del fatto che l’obbligo di audizione deve essere valutato – come è stato precisato dalla decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea, 26 luglio 2017, Moussa Sacko contro Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano – alla stregua dell’intera procedura di esame della domanda di protezione (par. 42) e sulla base del potere del giudice di esaminare la completa documentazione, che a suo giudizio può ritenere esaustiva (par. 44).

L’appellante invece, preso atto della valutazione di non credibilità soggettiva espressa dal giudice di primo grado, avrebbe potuto sollecitare il proprio interrogatorio personale all’interno dell’impugnazione al fine di offrire i chiarimenti che avesse ritenuto opportuni e la Corte territoriale, a fronte di una simile richiesta, avrebbe avuto l’onere di valutare se l’incombente fosse indispensabile ai fini della decisione, come previsto dall’art. 702-quater c.p.c..

Sul punto, tuttavia, il ricorrente si limita ad assumere che la propria richiesta di audizione sia rimasta inascoltata, ma non indica, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quali termini una simile istanza fosse stata presentata, risultando così la critica, sotto questo profilo, inammissibile.

5.3 La procedimentalizzazione legale della decisione in ordine all’affidabilità delle dichiarazioni del migrante non prevede neppure l’obbligo di una sua audizione in presenza di contraddizioni, incongruenze o assenza di dettagli all’interno del racconto e quale condizione per la valorizzazione di queste circostanze in termini di inattendibilità.

Al contrario il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, stabilisce che il giudice possa direttamente valutare l’affidabilità delle dichiarazioni del migrante tenendo conto della loro coerenza e plausibilità, della mancanza di contraddizioni con informazioni generali e specifiche pertinenti al caso che siano disponibili (lett. c) e dei riscontri effettuati (lett. e).

5.4 Una volta constatato come la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente asilo sia il risultato di una decisione compiuta alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, è sufficiente aggiungere che la stessa costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, censurabile in questa sede solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile.

Si deve, invece, escludere l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura e interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, nel senso proposto in ricorso, trattandosi di censura attinente al merito.

Censure di questo tipo si riducono infatti all’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, che però è estranea all’esatta interpretazione della norma e inerisce invece alla tipica valutazione del giudice di merito, la quale è sottratta al sindacato di legittimità (Cass. 3340/2019).

6. Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), perché la Corte di merito ha negato il ricorrere delle condizioni per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), senza far ricorso alla consultazione di informazioni internazionali sulla (OMISSIS).

7. Il motivo è inammissibile.

La Corte d’appello ha ritenuto che nella città di provenienza del migrante non vi fosse una situazione di violenza indiscriminata e di conflitto armato tale da giustificare il riconoscimento della forma di protezione in discorso.

E ciò sulla base di quanto “desumibile dalle accreditate fonti ufficiali”. Un simile rilievo intende “ribadir” (per dirla alla stessa maniera dei giudici distrettuali) le valutazioni del Tribunale in ordine al mancato ricorrere dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria alla luce delle informazioni evincibili dalle fonti internazionali già consultate in primo grado.

Ora, nei motivi di appello (riportati alle pagg. 16 e 17 del ricorso) non era contenuta alcuna contestazione in merito ad attendibilità, identificazione o aggiornamento delle fonti già consultate dal primo giudice in funzione del riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14 né si sosteneva che la situazione rilevante ai fini dell’accoglimento della domanda fosse mutata in epoca successiva.

Ne discende l’inammissibilità della critica sotto il profilo del corretto adempimento dell’obbligo di cooperazione istruttoria, in quanto la questione dell’inidoneità delle fonti internazionali esaminate dal Tribunale al fine di riconoscere la protezione sussidiaria esulava dai motivi di appello ed era oramai coperta dal giudicato interno, ai sensi dell’art. 324 c.p.c..

Non è neppure possibile sovvertire l’esito dell’esame dei rapporti internazionali, poiché l’accertamento del verificarsi di una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, costituisce un apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità (Cass. 32064/2018).

8. Il terzo motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di fatti decisivi ai fini dell’accertamento delle condizioni rilevanti per la concessione della protezione umanitaria (quali la compromissione dei diritti umani in (OMISSIS), la condizione di sfollato interno in cui il migrante verserebbe nel suo paese in virtù del lasso di tempo trascorso dall’espatrio e il periodo trascorso in Libia), il cui scrutinio sarebbe stato necessario al fine di verificare se un eventuale rimpatrio avrebbe potuto determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel paese di origine.

9. Il motivo è inammissibile.

In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia.

Questa valutazione comparativa deve essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano; situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia; per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno nel paese d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U.I, per riconoscere il permesso di soggiorno (Cass., Sez. U., 24413/2021).

I fatti asseritamente trascurati non comportano situazioni, specificamente riferibili al ricorrente, di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese d’origine, sicché gli stessi non valevano, in assenza di un apprezzabile livello di integrazione (che la Corte di merito ha espressamente escluso), a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria.

Pure l’allegazione di una permanenza in Libia, non accompagnata da indicazioni atte a evidenziare quale connessione vi fosse tra la stessa e il contenuto della domanda di protezione umanitaria, non assumeva alcun rilievo al fine di delineare una situazione di vulnerabilità in capo al migrante.

Ne discende l’inammissibilità del mezzo in esame, per mancanza di decisività dei fatti asseritamente trascurati.

10. In virtù delle ragioni sopra illustrate il ricorso deve essere rigettato.

La costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c. ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 29 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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