Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32920 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. I, 09/11/2021, (ud. 29/09/2021, dep. 09/11/2021), n.32920

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 29532/2020 R.G. proposto da:

E.N., elettivamente domiciliato in Roma, piazza Cavour,

presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’Avvocato Luigi Migliaccio, giusta procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1234/2020 della Corte d’appello di Napoli

depositata il 3/4/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/9/2021 dal cons. Dott. Alberto Pazzi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Napoli, con ordinanza ex art. 702-bis c.p.c. del 27 dicembre 2018, rigettava il ricorso proposto da E.N., cittadino della (OMISSIS), avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego di riconoscimento del suo status di rifugiato nonché del suo diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 2 e 14 o a quella umanitaria ai sensi del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 3, e D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6.

2. La Corte d’appello di Napoli, con sentenza pubblicata in data 3 aprile 2020, condivideva la statuizione del primo giudice, reputando che non esistessero situazioni di rischio nella regione di provenienza del migrante riconducibili ai presupposti della protezione sussidiaria. Ne’ sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, in ragione del carattere prettamente familiare del motivo di espatrio ed in assenza di una rilevante compromissione individuale dei diritti fondamentali nel paese di provenienza.

3. Per la cassazione di questa decisione ha proposto ricorso E.N. prospettando due motivi di doglianza.

Il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c. al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Il primo motivo di ricorso proposto denuncia la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 perché la Corte d’appello, pur a fronte delle plurime informative sulla situazione di sicurezza esistente in (OMISSIS) e nell'(OMISSIS), ha negato il riconoscimento della protezione sussidiaria mediante l’utilizzo di informazioni inidonee a ritenere assolto l’onere di cooperazione istruttoria, in ragione del loro carattere non attuale rispetto alla data di pubblicazione della sentenza.

5. Il motivo è inammissibile.

L’odierno ricorrente lamenta che l’esistenza di una condizione di conflitto armato sia stata esclusa all’esito dell’esame di una sola fonte (rapporto Amnesty Intenational 2015/2016), non più attuale perché riferita all’anno 2016, senza che la Corte di merito si sia preoccupata di esaminare al momento della decisione documentazione maggiormente aggiornata.

Una simile critica, innanzitutto, non è coerente con il contenuto della decisione impugnata, che al contrario, facendo riferimento alla “più recente posizione UNHCR sul non rimpatrio in (OMISSIS)” (e dunque consentendo così la sua individuazione), ha evidenziato non solo la localizzazione dei conflitti nelle zone circostanti il lago Ciad, ma ha anche escluso l’esistenza di situazioni di rischio nella regione di provenienza del richiedente asilo riconducibili ai presupposti della protezione sussidiaria (vale a dire generate da una situazione di conflitto armato interno di consistenza tale da determinare una situazione di violenza generalizzata capace di porre un civile in una condizione di minaccia grave alla sua vita o alla sua persona per la sua sola presenza nel territorio).

Peraltro, il motivo di ricorso per cassazione che miri a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, non può limitarsi a sostenere che le fonti consultate dal giudice di merito ed espressamente indicate non fossero aggiornate, ma deve evidenziare anche, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione erano superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate, sicché la loro consultazione non costituisce un puntuale adempimento del cd. dovere di collaborazione istruttoria (Cass. 4037/2020).

E ciò facendo riferimento a fonti internazionali che attestino l’esistenza non di problemi di sicurezza, ma di una situazione di conflitto armato, poiché non assumono alcuna rilevanza ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), situazioni che, per la loro intrinseca diversità dalla condizione tipizzata dalla norma, non sono ad essa riconducibili, dato che il rischio di danno grave cui si riferisce la norma è esclusivamente quello che deriva dalla violenza indiscriminata nella situazione di conflitto armato in corso nello Stato di provenienza (Cass. 14350/2020).

Nessuna indicazione in tal senso è stata fatta, di talché la doglianza risulta inammissibile.

6. Il secondo motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di fatti decisivi ai fini dell’accertamento delle condizioni rilevanti per la concessione della protezione umanitaria (quali la compromissione dei diritti umani in (OMISSIS), la condizione di sfollato interno in cui il migrante verserebbe nel suo paese in virtù del lasso di tempo trascorso dall’espatrio, le violenze subite nel paese di origine e il periodo trascorso in Libia), il cui scrutinio sarebbe stato necessario onde verificare se un eventuale rimpatrio avrebbe potuto determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel paese di origine.

7. In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia.

Questa valutazione comparativa deve essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano; situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia; per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno nel paese d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U.I, per riconoscere il permesso di soggiorno (Cass., Sez. U., 24413/2021).

I fatti asseritamente trascurati non comportavano situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese d’origine, sicché gli stessi non valevano, in assenza di un apprezzabile livello di integrazione (che non risulta essere mai stato specificamente dedotto e accertato), a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria.

Pure l’allegazione di una permanenza in Libia, non accompagnata da indicazioni atte a evidenziare quale connessione vi fosse tra il transito attraverso quel paese e il contenuto della domanda di protezione umanitaria, non assumeva alcun rilievo al fine di delineare una situazione di vulnerabilità in capo al migrante.

Ne discende l’inammissibilità del mezzo in esame, per mancanza di decisività dei fatti asseritamente trascurati.

8. In virtù delle ragioni sopra illustrate il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

La costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c. ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 29 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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