Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32918 del 13/12/2019

Cassazione civile sez. I, 13/12/2019, (ud. 19/09/2019, dep. 13/12/2019), n.32918

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10758/2018 proposto da:

S.L., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Angelico n.

38, presso lo studio dell’avvocato Maiorana Roberto che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6082/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 29/09/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/09/2019 dal cons. Dott. ACIERNO MARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

La Corte d’Appello di Roma, confermando la pronuncia di primo grado, ha respinto la domanda di protezione internazionale proposta da S.L., cittadino gambiano.

A sostegno della decisione ha affermato che anche a voler prescindere dalle contraddizioni nelle dichiarazioni rese dal ricorrente davanti la Commissione ed in Tribunale le informazioni rinvenibili dai siti internet del Ministero degli Esteri e di Amnesty International non consentono di ritenere che la situazione in Gambia sia allo stato tale da potersi configurare di conflitto o violenza generalizzata e che non sia garantito il diritto alla libertà religiosa. Deve pertanto escludersi il riconoscimento della protezione internazionale. Non può neanche essere riconosciuta la protezione sussidiaria atteso che tale misura è consentita esclusivamente in presenza di danno grave ricorrente nelle ipotesi tassativamente indicate nel D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 14 che sono tutte da escludere nella fattispecie, non ricorrendo, peraltro, le condizioni di violenza indiscriminata da conflitto in corso previste nel citato art. 14, lett. c. Non ricorrono infine, motivi di carattere umanitario nè con riferimento alla situazione soggettiva dell’appellante che a quella del paese di origine.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il cittadino gambiano. Ha resistito con controricorso il Ministero dell’Interno.

Nel primo motivo viene dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo consistente nella situazione di pericolosità e violenza generalizzata in Gambia, in relazione al rigetto della protezione sussidiaria o quanto meno umanitaria. Nel paese la situazione è di grave instabilità come da fonti riprodotte nel motivo aggiornate al luglio 2017, mentre la motivazione al riguardo risulta incomprensibile.

La censura così come prospettata non supera il vaglio di ammissibilità. Le fonti informative riprodotte nella censura evidenziano situazioni di persecuzione e privazioni di diritti umani di particolari categorie di persone. La censura, tuttavia, non fornisce indicazioni sulla appartenenza del ricorrente ad alcuna delle categorie indicate. Ne consegue che le protezioni fondate su una condizione individualizzante o soggettivamente peculiari, non possono essere esaminate alla luce della mera riproduzione di fonti senza alcun riferimento specifico alla condizione soggettiva del ricorrente alla quale poter ancorare il dedotto omesso esame di fatti decisivi. La medesima genericità si riscontra in relazione alla prospettata situazione di violenza generalizzata tale da giustificare la protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c). Le fonti citate si riferiscono ad aree specifiche del paese (il Sahel, attraversato dal terrorismo) e ad una situazione d’instabilità e di potenziale insicurezza. Esse risultano pertanto inidonee a colpire la motivazione di rigetto della Corte d’Appello ancorchè estremamente sintetica, non essendo neanche precisata l’area di provenienza del ricorrente.

Nel secondo motivo viene censurato l’omesso esame delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione della condizione personale del ricorrente, senza tuttavia, fornire alcuna specificazione in relazione al contenuto delle dichiarazioni e delle allegazioni. Il motivo è, pertanto, inammissibile per difetto di specificità, attesi i limiti del sindacato di legittimità della Corte di Cassazione in relazione all’accertamento dei fatti.

Nel terzo motivo viene dedotta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 in relazione alle condizioni socio politiche del paese di origine. Il motivo è inammissibile perchè formulato in modo del tutto generico ed astratto essendo ripartito tra l’esame della giurisprudenza di merito e la riproposizione delle fonti già poste a base del primo motivo. Devono, di conseguenza, essere riproposte le valutazioni critiche già emerse nel primo e nel secondo motivo. Alla generalizzazione delle valutazioni contenute nella pronuncia impugnata si oppongono censure prive di specificità in relazione alla condizione soggettiva del ricorrente, alle caratteristiche della sua condizione riconducibili in concreto alle ipotesi di protezione internazionale ed umanitaria previste dalla legge ed unitariamente considerate dalla Corte d’Appello.

Nel quarto motivo viene censurato il mancato riconoscimento della protezione umanitaria con la formulazione di una censura che presenta le medesime criticità delle precedenti, essendo incentrata sulla enucleazione dei diritti astrattamente riconducibili a tale forma di protezione senza alcuna indicazione relativa alla riconduzione della vicenda personale del ricorrente alla lesione effettiva dei diritti elencati, così da evidenziarne la condizione di vulnerabilità. Nel ricorso è indicata soltanto l’età del ricorrente e le difficoltà ed i pericoli derivanti dalla decisione di lasciare il paese ma non viene neanche prospettata la sua effettiva condizione nel paese di origine nonchè quella attuale in relazione ad una (o più) situazioni specifiche di vulnerabilità. Anche il quarto motivo è, in conclusione, inammissibile.

Nel quinto motivo viene dedotta la violazione del principio di non refoulement ma anche la formulazione di quest’ultima censura è del tutto astratta, risolvendosi in una elencazione di norme internazionali, unionali ed interne.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con applicazione del principio della soccombenza in ordine alle spese processuali.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio da liquidarsi in E 2200 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Sussistono i presupposti processuali per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater in relazione al versamento, ove dovuto, da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2019

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