Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32912 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. I, 09/11/2021, (ud. 03/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32912

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 15034/2020 proposto da:

A.P., elett.te domic. presso la cancelleria della Corte di

Cassazione, rappres. e difeso dall’avv. Giulio Marabini, con procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato in Roma, in via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato che lo rappresenta e difende;

– intimato –

avverso il decreto n. 1390/2020 del TRIBUNALE di BOLOGNA, depositato

il 29/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/06/2021 dal Cons., Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

A.P., cittadino della (OMISSIS), propose opposizione al provvedimento della Commissione territoriale che aveva rigettato la sua domanda di protezione internazionale ed umanitaria, per l’inattendibilità delle dichiarazioni del ricorrente e per l’insussistenza di gravi motivi di carattere umanitario.

Con decreto del 29.2.20, il Tribunale di Bologna ha rigettato il ricorso osservando che: il ricorso non riguardava lo status di rifugiato; dalle fonti esaminate non si desumeva una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato nella regione di provenienza dell’istante, ai fini della protezione sussidiaria sub D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c); non ricorrevano i presupposti della protezione umanitaria per la mancata prova dell’integrazione sociale e lavorativa, non essendo a tal fine sufficiente l’attività lavorativa svolta e di volontariato.

A.P. ricorre in cassazione con due motivi.

Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

RITENUTO

CHE:

Il primo motivo denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 2, lett. e), 4, 9, 15 20 direttiva 2004/83, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. g), art. 14, nonché omesso esame di fatto decisivo, avendo il Tribunale negato la protezione sussidiaria, erroneamente escludendo che in (OMISSIS) vi fosse una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, considerando che il predetto art. 14 non aveva recepito il disposto dell’art. 8 della suddetta direttiva circa il riferimento alla regione d’origine, sicché il Tribunale avrebbe dovuto accertare la situazione di violenza sull’intero territorio nazionale, nonché nelle altre regioni indicate.

Il secondo motivo denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19, per aver il Tribunale negato il riconoscimento della protezione umanitaria, omettendo di considerare l’avvenuta integrazione sociale, attraverso l’attività lavorativa svolta nell’ultimo anno, prima saltuariamente e poi continuativamente da agosto 2019 per un’impresa forlivese.

Il primo motivo è inammissibile poiché diretto al riesame dei fatti relativi alla protezione sussidiaria, ex art. 14, lett. c), e generico, avendo il Tribunale esaminato varie fonti; inoltre, non appare condivisibile la doglianza afferente all’omesso esame della situazione di violenza indiscriminata sull’intero territorio della (OMISSIS), essendo sufficiente che il Tribunale abbia verificato la situazione nella regione di provenienza del ricorrente – limitando la pericolosità solo ad alcune regioni – essendo a tale fine irrilevante che il citato art. 14 non abbia recepito il contenuto del citato art. 8. Al riguardo, è stato osservato che non sussistono i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), nel caso in cui il pericolo di minaccia grave, derivante da violenza indiscriminata non sia presente nella regione di provenienza del richiedente, essendo tale ipotesi diversa da quella prevista dall’art. 8 della direttiva 2004/83/CE, non recepita nel nostro ordinamento, in cui il pericolo di persecuzione sussiste nel territorio di provenienza, ma potrebbe tuttavia essere evitato con il trasferimento in altra parte del territorio del medesimo paese ((v. Cass., n. 29621 e 8230/20).

Il secondo motivo è parimenti inammissibile, in quanto diretto al riesame dei fatti inerenti ai presupposti del permesso umanitario. Al riguardo, il ricorrente lamenta che il Tribunale non abbia tenuto conto dell’integrazione sociale del ricorrente, considerata l’attività lavorativa documentata, e la sua conoscenza della lingua italiana, senza però chiarire se si tratti di contratto a tempo indeterminato. Sulla questione, il Tribunale ha escluso che tali fatti integrassero una forma d’integrazione sociale, o una condizione personale di vulnerabilità, con argomentazioni incensurabili in questa sede.

Nulla per le spese, atteso che il Ministero non ha depositato il controricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 3 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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