Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32911 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. I, 09/11/2021, (ud. 23/04/2021, dep. 09/11/2021), n.32911

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11502/2019 proposto da:

Z.C., Ze.Ca., Z.A., n. q. di

procuratore di Z.R., elettivamente domiciliati in Roma, Via

Barnaba Tortolini, 34 presso lo studio degli Avvocati Nicolò

Paoletti, Ginevra Paoletti, e Natalia Paoletti che li rappresentano

e difendono giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

Roma Capitale, in persona del Sindaco in carica, domiciliata in Roma

in Via del Tempio di Giove, 21 negli Uffici dell’Avvocatura

Capitolina e rappresentata e difesa dall’Avvocato Umberto Garofoli,

per procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

Prefettura di Roma, S.R., S.S.,

S.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1446/2018 della Corte di appello di Roma,

depositata il 06/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/04/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza in epigrafe indicata la Corte di appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del Tribunale capitolino, determinava l’ulteriore indennità di esproprio dovuta agli appellanti, Z.C., Ze.Ca. e Z.R., quest’ultimo rappresentato da Z.A., in qualità di eredi di F.S. ed in relazione al decreto di esproprio n. (OMISSIS), con riferimento al fabbricato insistente sul terreno espropriato, nella misura di Euro 118.788,55 oltre interessi legali dalla data del decreto di esproprio al saldo, respingendo la domanda di rivalutazione per maggior danno ai sensi dell’art. 1224 c.c., comma 2, nel rilevato difetto di ogni contestazione avverso la sentenza di primo grado e comunque di allegazione e di prova.

2. Z.C., Ze.Ca. e Z.R., quest’ultimo rappresentato da Z.A., ricorrono per la cassazione dell’indicata sentenza di appello con unico articolato motivo, illustrato da memoria, cui resiste con controricorso Roma Capitale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico articolato motivo i ricorrenti denunciano l’impugnata sentenza deducendo l’illegittimità del mancato riconoscimento automatico della rivalutazione monetaria sull’indennità di esproprio liquidata dai giudici di merito e degli interessi legali su detta indennità rivalutata anno per anno.

I ricorrenti fanno valere la violazione dell’art. 1 del Primo Protocollo Addizionale alla Convenzione Europea per la Salvaguardia de Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, ratificato dall’Italia con la L. 4 agosto 1955, n. 848, e la violazione degli artt. 32 e 37 T.U. Espropriazioni di cui al D.P.R. n. 327 del 2001, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto ai ricorrenti l’indennità di esproprio per il fabbricato insistente sul terreno, rispetto al quale identica posta era stata riconosciuta dal giudice di primo grado, somme maggiorate di interessi legali dalla data dell’esproprio al saldo, ma non aveva liquidato loro né la rivalutazione monetaria né gli interessi legali sulla indennità di esproprio (per terreno e fabbricato) rivalutata di anno in anno dal decreto al soddisfo.

La giurisprudenza di legittimità, richiamata dai giudici di merito nel rigetto delle indicate domande, per la quale l’indennità di esproprio costituisce un debito di valuta non suscettibile di rivalutazione automatica in relazione al deprezzamento della moneta, si è formata senza che si tenesse conto della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in relazione all’art. 1 del I Protocollo Addizionale, in ragione della quale la rivalutazione dell’indennità di esproprio deve essere riconosciuta automaticamente senza alcun onere per gli espropriati di allegazione e prova.

La Corte sovranazionale ha infatti stabilito che l’indennità di esproprio di un’area per pubblica utilità, quand’anche operata in maniera legittima è comunque oggetto di rivalutazione monetaria, non essendo sufficiente prevedere, quale importo della indennità di esproprio, il solo valore venale del bene all’epoca dell’espropriazione oltre interessi.

Tanto è stato stabilito nella sentenza della Corte Europea nel caso Chinnici c/Italia del 14 aprile 2015, analogo a quello dei signori Z. – che a distanza di oltre 45 anni non avevano ancora ottenuto l’indennità di espropriazione sia per, il terreno che per il fabbricato ivi edificato – in cui lo Stato italiano era stato condannato (come nelle sentenze Preite c/Italia del 6 ottobre 2009, in Zuccalà c/Italia del 19 gennaio 2010 e Preite c/Italia del 17 novembre 2015), per violazione dell’art. 1 del I Protocollo Addizionale alla CEDU, al pagamento di un indennizzo corrispondente alla rivalutazione per inflazione non ottenuta dai giudici nazionali oltre ai danni morali subiti dal privato.

La Corte EDU ha costantemente affermato che l’art. 1 del Protocollo citato esige, come regola generale, il pagamento di una indennità in caso di espropriazione per causa di pubblica utilità di una somma ragionevolmente correlata al valore venale del bene, mancando la quale “la privazione della proprietà costituisce una interferenza eccessiva che non è giustificata sulla base di tale disposizione”.

Il richiamo operato dalla Corte d’Appello di Roma all’art. 1224 c.c., comma 2, ed alla necessità di allegare e provare il danno, come già ritenuto dal giudice di primo grado, è costruzione in diritto incompatibile con il diverso sistema definito dai richiamati principi della Corte EDU, secondo i quali anche la rivalutazione monetaria fa parte del credito da indennità.

L’esigenza di dare soddisfazione al privato del pregiudizio subito determina la necessità che il credito indennitaria sia rivalutato automaticamente in relazione al deprezzamento della moneta e maggiorato di interessi legali sul capitale, rivalutato di anno in anno, poiché la corresponsione dei soli interessi legali non compensa l’espropriato del lungo lasso di tempo trascorso dallo spossessamento del terreno, per l’art. 1 del Primo Protocollo Addizionale CEDU.

2. Il motivo è infondato e finanche inammissibile.

2.1. Per la proposta censura viene in valutazione il tema, complesso, della definizione del sistema giuridico nel quale devono trovare confronto e, in prospettiva, composizione per un dialogo tra giudici nazionali e Corte Edu, le norme interne degli Stati membri, nell’interpretazione datane dai giudici nazionali, e quelle della Convenzione EDU, su cui pronunciano i giudici della Corte di Strasburgo.

Il raccordo avviene in forza del coordinato disposto dell’art. 101 Cost., comma 2 e art. 117 Cost., comma 1, in forza del quale il giudice nazionale è tenuto ad uniformarsi alla giurisprudenza Europea consolidatasi sulla norma conferente (Corte Cost. n. 236 del 2011 e n. 311 del 2009), in modo da rispettare la sostanza di quella giurisprudenza (Corte Cost. n. 311 del 2009; Corte Cost. n. 303 del 2011), fermo il margine di apprezzamento che compete allo Stato membro (Corte Cost. n. 15 del 2012 e n. 317 del 2009), nell’applicazione ed interpretazione del sistema di norme in prima battuta attribuito al giudice comune (Corte Cost. n. 349 del 2007).

Sulle indicate premesse, di contenuto e metodo, il giudice interno è tenuto a porre a fondamento del proprio processo interpretativo un “diritto consolidato” prodotto dalla giurisprudenza Europea là dove nessun obbligo esiste in tal senso, a fronte di pronunce che non siano espressive di un orientamento oramai divenuto definitivo.

L’individuazione del “diritto consolidato” corre lungo una serie di indicatori che, individuati dal giudice nazionale delle leggi, danno conto: della creatività del principio affermato; dei punti di distinguo o di contrasto rispetto ad altre pronunce della Corte di Strasburgo; della presenza di opinioni dissenzienti là dove sostenute da robuste deduzioni; della provenienza della decisione da una sezione semplice e non dalla Grande Camera; il dubbio che nella stima del caso di specie, il giudice della Corte Edu non sia stato postò in condizione di apprezzare i tratti propri dell’ordinamento giuridico nazionale, estendendo criteri di giudizio che elaborati rispetto ad altri Stati siano invece poco confacenti al caso italiano.

Quando tutti o alcuni di questi indizi si manifestano non vi sono ragioni per le quali il giudice comune resti obbligato a condividere l’interpretazione della Corte Edu per decidere una singola controversia, salvo che non si tratti di una “sentenza pilota” in senso stretto.

Ciò posto, si ha che il tema, definito per i sopra cennati termini, resta del tutto estraneo al proposto ricorso in cui si deduce sull’esistenza di quattro sentenze adottate dalla Corte Edu nei confronti dello Stato italiano per vicende di ò esproprio non satisfattive, negli esiti, delle ragioni del privato (Chinnici c/Italia; Perinati c/Italia; Zuccalà c/Italia; Preite c/Italia) senza che risulti per siffatti contenuti neppure delineato il percorso sulle fonti, nazionali e convenzionali, ed il rapporto tra le stesse, invece, di assoluta pregnante rilevanza.

Evoca infatti il motivo nella sua non puntuale formulazione l’esistenza di un obbligo tout court del giudice nazionale di uniformarsi alle sentenze della Corte Edu per una implicita disapplicazione della norma interna confliggente e quindi per un rimedio nel rapporto tra Corte sovranazionale e giudice interno non previsto dal sistema o che comunque mediato dall’intervento della Corte costituzionale per proposizione di una questione di legittimità costituzionale non trova contenuto nel proposto mezzo.

Il sistema convenzionale è caratterizzato da un trattato internazionale multilaterale che, anche se peculiare, non crea un ordinamento giuridico sovranazionale e non produce norme direttamente applicabii negli Stati contraenti (Cass. ord. interlocutoria, 21/01/2015, n. 950; Cass. 27/10/2014, n. 22772, Cass. 04/12/2013, n. 27102; Cass., 19/02/2013, n. 4049; Cass. 04/12/2013, n. 27102).

Senza che siffatta impostazione risulti mutata a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che, all’art. 6, ha previsto l’adesione dell’UE alla Cedu.

Il giudice delle leggi si è espresso rilevando che tale innovazione non ha comportato una modifica della collocazione delle disposizioni della Cedu nel sistema delle fonti, tale da rendere ormai inattuale la concezione delle norme interposte.

In ragione della clausola di equivalenza sancita dall’art. 52, par. 3, non si è verificata una “trattatizzazione” indiretta e piena della Cedu, la quale è predicabile solo per le ipotesi nelle quali la fattispecie sia disciplinata dal diritto Europeo e non già da norme nazionali prive di alcun legame con il diritto dell’Unione (Cass. SU 13/06/2012, n. 9595; in termini: Cass. 30/01/2018, n. 2286).

2.2. In ogni caso il motivo è infondato, esclusa, anche, la praticabilità di interpretazioni della norma nazionale conformi a quelle della Convenzione Edu.

La censura proposta è intesa a tutelare, in un sistema integrato dalle sentenze della Corte EDU e dall’art. 1 del Protocollo Addizionale n. 1 alla CEDU dalle prime interpretato, il privato che sia stato espropriato della proprietà per ragioni di pubblica utilità, riconoscendogli un mezzo adeguato e sufficiente alla perdita subita, esigenza che si vuole non soddisfatta, secondo il diritto interno, dal riconoscimento di una indennità là dove questa sia pari al solo valore venale del bene all’epoca dell’esproprio oltre agli interessi legali.

L’esigenza di riconoscere al privato espropriato il ristoro del pregiudizio subito, con carattere interamente satisfattivo, che si vuole in ricorso non integrato dal riconoscimento dell’indennità nei termini indicati dal diritto interno, varrebbe, per: deduzione dei ricorrenti, a riscrivere, anche, la normativa nazionale attribuendo più pieno significato al criterio del “valore venale” del bene ablato cui si rapporta la quantificazione stessa dell’indennità di esproprio (D.P.R. n. 327 del 2001, art. 32).

Le condanne riportate dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in vicende analoghe a quella condotta all’esame di questa Corte, contrassegnate dal rilevante arco temporale intercorrente tra esproprio e pagamento del dovuto, ne sarebbero il portato.

Le ragioni sono infondate.

2.3. Questa Corte si è già confrontata (Cass. 10/01/2017, n. 278, p. 7 e ss., in motivazione) con le esigenze di più ampia tutela e di rilievo convenzionale da accordarsi al privato espropriato rimarcando, nella natura di debito di valuta dell’indennità di esproprio, in quanto espressa ab origine in valori monetari (Cass. n. 3274 del 2021; Cass. n. 17786 del 2015; Cass. n. 22923 del 2103; Cass. n. 3738 del 2012; Cass. n. 13456 del 2011; Cass. n. 719 del 2011), che il rimedio previsto dal diritto interno all’art. 1224 c.c., comma 2, è efficace per ovviare agli effetti negativi connessi al ritardo nell’adempimento delle obbligazioni pecuniarie.

Lo stesso risulta infatti idoneo ad assicurare un risarcimento anche superiore (là dove pari agli interessi passivi versati alla banca in ipotesi di ricorso al credito) a quello riferito agli effetti dell’inflazione, sempre che vi sia stata in giudizio la formulazione della relativa domanda, nel rilievo che il creditore di una obbligazione di valuta, il quale intenda ottenere il ristoro del pregiudizio da svalutazione monetaria, ha l’onere di domandare il risarcimento del “maggior danno” ai sensi dell’art. 1224 c.c., comma 2, e non può limitarsi a chiedere semplicemente la condanna del debitore al pagamento del capitale e della rivalutazione, non essendo quest’ultima conseguenza automatica del ritardato adempimento delle obbligazioni di valuta (Cass. SU n. 5743 del 2015).

L’obbligazione nominale di valuta riceve nel sistema interno disciplina attraverso il riconoscimento degli interessi legali sul valore venale del bene determinato all’epoca dell’esproprio su cui l’indennità da perdita del bene si rapporta, per poi aprirsi al riconoscimento dell’ulteriore voce della rivalutazione solo all’esito della proposizione di una specifica domanda di parte.

L’esigenza del pieno ristoro della perdita della proprietà del bene espropriato a cui si accompagni per un rilevante lasso di tempo il mancato conseguimento dell’indennità, si realizza all’esito dell’allegazione e la prova di un diverso pregiudizio, sia esso segnato da automatismo là dove valga per il privato il riconoscimento degli interessi sui titoli di Stato, che registrano per il periodo in valutazione una maggiore consistenza rispetto agli interessi legali, sia esso integrato dall’allegazione di un diverso e più consistente esborso da parte del medesimo privato che abbia fatto ricorso al credito bancario.

3. Il ricorso è in via conclusiva infondato e va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come indicato in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese di lite in favore di Roma Capitale che liquida in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 23 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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