Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32907 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 05/10/2021, dep. 09/11/2021), n.32907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13876-2018 proposto da:

TELECOM ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio degli avvocati ARTURO MARESCA, ENZO MORRICO,

ROBERTO ROMEI, FRANCO RAIMONDO BOCCIA, che la rappresentano e

difendono;

– ricorrente –

contro

L.R.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO

VITTORIO EMANUELE II 209, presso lo studio dell’avvocato LUCA

SILVESTRI, rappresentato e difesa dall’avvocato ERNESTO MARIA

CIRILLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7952/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 06/12/2017 R.G.N. 3864/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/10/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LEO.

 

Fatto

RILEVATO

che Telecom Italia S.p.A. ha proposto appello, nei confronti di L.R.A.M., avverso la sentenza del Tribunale di Napoli n. 4032/2016, pubblicata il 5.5.2016, con la quale era stata respinta l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso dal medesimo Tribunale, in favore della lavoratrice, per il pagamento della somma di Euro 2.146,41 a titolo di retribuzione relativa al mese di ottobre 2013 – dovuto in virtù della sentenza n. 25884/2009 del Tribunale della stessa sede, con la quale, dichiarata “l’inefficacia della cessione di ramo di azienda intervenuta tra Telecom Italia S.p.A. e TNT Logistics Italia S.r.l. (ora Ceva Logistic Italia S.r.l.)”, era stata stabilita “la permanenza del rapporto di lavoro” tra la stessa L.R. e la Telecom Italia S.p.A. -, che quest’ultima non ha provveduto a corrispondere;

che la Corte territoriale di Napoli, con la pronunzia oggetto del presente giudizio, pubblicata il 6.12.2017, ha respinto il gravame e, per quanto ancora di rilievo in questa sede, ha sottolineato che “e’ agli atti la decisione che ha statuito il diritto della dipendente a vedersi ricostituito il rapporto di lavoro con la società Telecom Italia S.p.A., per cui sono sicuramente dovute le retribuzioni maturate, a nulla rilevando fatti estranei a questo rapporto di lavoro”; e che non risulta che la L.R. abbia percepito redditi da portare in detrazione rispetto a quanto dovuto dalla Telecom Italia S.p.A., a parte l’indennità di mobilità; che per la cassazione della sentenza ricorre Telecom Italia S.p.A., articolando un motivo, cui resiste con controricorso L.R.A.M.;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con l’unico motivo di ricorso, si censura, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1406 c.c., “nella parte in cui la sentenza ha ritenuto che gli atti estintivi del rapporto di lavoro posti in essere dalla L.R., nei confronti del cessionario del ramo d’azienda, siano irrilevanti per il presente giudizio, essendo il rapporto giuridico intercorso tra la lavoratrice ed il cessionario del ramo un distinto rapporto di lavoro rispetto a quello ricostituito per ordine del giudice con Telecom Italia S.p.A., in conseguenza dell’accertamento compiuto sulla nullità della cessione”;

che il motivo non è meritevole di accoglimento; al riguardo, è da premettere che, con la sentenza della Suprema Corte n. 18559/2014, era stato respinto il ricorso proposto da Telecom Italia S.p.A., avverso la pronunzia della Corte distrettuale di Napoli che, confermando la decisione di prima istanza n. 25884/2009, aveva dichiarato l’inefficacia del contratto di cessione del ramo di azienda costituito dalla c.d. Domestic Wireline, ai sensi dell’art. 2112 c.c., dalla Telecom Italia S.p.A. alla TNT Logistics Italia S.r.l. (ora Ceva Logistic Italia S.r.l.). Pertanto, come correttamente osservato dalla Corte di Appello, a seguito di tale decisione attinente alla ricostituzione del rapporto di lavoro tra Telecom Italia S.p.A. e L.R.A.M., a nulla rilevano fatti estranei – quali le vicende intercorse tra la lavoratrice e la cessionaria – a questo rapporto di lavoro, che, dunque, non può considerarsi trasferito dalla cedente Telecom Italia S.p.A. alla società cessionaria, essendo stato, appunto, accertato, con pronunzia passata in giudicato, che non sussistono le condizioni per applicare l’art. 2112 c.c. e che la L.R. non ha manifestato il proprio consenso alla cessione del contratto, secondo quanto previsto dall’art. 1406 c.c.;

che, quindi, il rapporto di lavoro instauratosi, di fatto, tra la società cessionaria e la lavoratrice è rimasto del tutto distinto rispetto a quello che quest’ultima aveva con Telecom Italia S.p.A., perché, se si ritenesse l’unicità del rapporto, come pretende la parte appellante, si giungerebbe alla conclusione di ritenere l’avvenuta modificazione soggettiva della persona del datore di lavoro, senza la sussistenza delle condizioni richieste dall’art. 2112 c.c. o dall’art. 1406 c.c. (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 5998/2019; 13617/2014; 13485/2014); né l’esercizio del diritto di opzione sostitutiva della reintegra (a seguito di licenziamento intimato dal cessionario e successivamente dichiarato illegittimo), da parte della lavoratrice ceduta in base ad una cessione legale illegittima, integra un comportamento concludente finalizzato alla risoluzione definitiva del rapporto di lavoro con la società cedente, poiché la riferibilità anche a quest’ultima dell’esercizio dell’opzione presuppone la legittimità ed il perfezionamento della vicenda traslativa legale, ex art. 2112 c.c., o negoziale, ex art. 1406 c.c. (v., tra le molte, Cass. nn. 17786/2019; 17785/2019; 17784/2019; 17736/2016; 13483/2014), che, nel caso di cui si tratta, per quanto osservato, non sussiste;

che, infine – e ad abundantiam -, alla stregua del recente orientamento della giurisprudenza di legittimità, che ha rivisitato il precedente indirizzo giurisprudenziale nella materia (v. Cass., SS.UU. n. 2990/2018 – relativa alla illecita interposizione di manodopera ed alla natura delle somme spettanti al lavoratore ai cui principi ispiratori è stato riconosciuto valore di “diritto vivente” dal Giudice delle leggi con la sentenza n. 29/2019; e cfr., altresì, Cass. nn. 17786/2019; 17785/2019; 17784/2019, che quei principi hanno recepito in tema di trasferimento di azienda, poi dichiarato invalido), qualora il datore di lavoro abbia operato un trasferimento di (ramo di) azienda dichiarato illegittimo ed abbia rifiutato il ripristino del rapporto senza una giustificazione, non sono detraibili dalle somme dovute al lavoratore dal datore cedente, quanto il lavoratore stesso abbia percepito, nello stesso periodo, anche a titolo di retribuzione, per l’attività prestata alle dipendenze dell’imprenditore già cessionario, ma non più tale, una volta dichiarata giudizialmente – come nella fattispecie – la non opponibilità della cessione al dipendente ceduto; e ciò, perché, in tale ipotesi, permane in capo allo stesso il diritto di ricevere le somme ad esso spettanti, da parte del datore cedente, a titolo di retribuzione e non di risarcimento (v., ancora, Cass. SS.UU. n. 2990/2018, cit.). Per la qual cosa, non trova applicazione il principio della compensatio lucri cum damno, su cui si fonda la detraibilità dell’aliunde perceptum dal risarcimento, poiché, appunto, è stato escluso che la richiesta di pagamento del lavoratore abbia titolo risarcitorio; che per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va respinto;

che, in considerazione del superamento del precedente orientamento giurisprudenziale nella materia, appare equo disporre la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 5 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA