Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32900 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 12/05/2021, dep. 09/11/2021), n.32900

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21610-2015 proposto da:

C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VITTORIA

COLONNA 27, presso lo studio dell’avvocato GIANNI MASSIGNANI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE MURITI;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI MONFALCONE, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE PARIOLI 180, presso lo

studio dell’avvocato MARIO SANINO, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GIUSEPPE SBISA’;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 179/2015 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 18/06/2015 R.G.N.; 53/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/05/2021 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA

Mario, visto il D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis,

convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha

depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Trieste ha rigettato il gravame proposto da C.P. avverso la sentenza del Tribunale di Gorizia con la quale era stata disattesa l’impugnativa di tre sanzioni disciplinari irrogate nei confronti del medesimo dal Comune di Monfalcone.

La Corte territoriale riteneva che non costituisse vizio della prima sanzione (sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per dieci giorni, in violazione, con l’aggravante della “particolare gravità”, della norma collettiva – art. 13 lett. f del Contratto Collettivo Regionale di Lavoro – secondo cui il dipendente deve “durante l’orario di lavoro, mantenere nei rapporti interpersonali e con gli utenti condotta uniformata a principi di correttezza”) il fatto che alla data della convocazione in sede disciplinare il lavoratore avesse inviato certificato di malattia e non fosse stato disposto rinvio, in quanto il C. non aveva chiesto tale rinvio per l’audizione. Quanto alla seconda sanzione, consistita nella multa d’importo pari a quattro giorni di retribuzione, la Corte territoriale ne riteneva la fondatezza, per essere risultato in sede di indagini penali, conseguite a denuncia per diffamazione sporta proprio dal C., che egli avesse detto, allorquando scoperto a riordinare francobolli sul posto di lavoro, che tanto non aveva nulla da fare e così implicitamente confermando il corrispondente addebito poi mosso nei suoi confronti.

Quanto al merito della prima e della terza sanzione, quest’ultima consistita nella sospensione dal servizio e privazione della retribuzione per un mese sempre per violazione dell’art. 13, lett. f cit., aggravata dalla “particolare gravità” e dalla recidiva, la Corte d’Appello riteneva che il disvalore, emerso dalle comunicazioni con e-mail, fosse da ravvisare nella non comune petulanza ed incontenibile predilezione alla polemica, oltre all’abuso del richiamo a denunce, esposti e querele ed all’impostazione indebita di un dialogo da pari a pari con superiori gerarchici e con lo stesso Sindaco; atteggiamento in sé tra l’altro neppure negato dal ricorrente, il quale si era difeso in appello sostenendo che i comportamenti perseguiti non violassero alcuna legge o disposto di contrattazione collettiva, senza contare che le iniziative, dal medesimo assunte o minacciate, non avevano avuto positivo seguito, a riprova del loro tradursi in un mero disturbo per l’azione amministrativa.

La Corte territoriale riteneva infine infondata la censura di incompatibilità del dirigente che aveva irrogato la prima delle sanzioni contestate, in quanto persona destinataria delle minacce ed offese con essa perpetrate, osservando che non vi era stata mai istanza di ricusazione o sollecito all’astensione, né risultando una reciproca inimicizia tra le parti.

2. C.P. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, resistiti da controricorso del Comune.

Il Pubblico Ministero ha depositato memoria ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8-bis, conv. con mod. in L. n. 176 del 2020, con la quale ha insistito per il rigetto del ricorso.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. E’ da escludere qualsiasi rilevanza alla questione in ordine alla validità della notifica telematica della sentenza impugnata, pur affrontata nelle difese delle parti.

Infatti, tale notifica è avvenuta il 18.6.2015 ed il termine di sessanta giorni ex art. 326 c.p.c., scadeva il 17.8.2015, data cui il notificante ha dato avvio, con la spedizione della raccomandata, alla notifica a mezzo posta del ricorso per cassazione, che è pertanto comunque tempestivo.

2. Il primo motivo di ricorso, genericamente rubricato come relativo a violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi nazionali collettivi di lavoro, si articola in due parti.

2.1 Nella prima parte il ricorrente sostiene la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, per non essere stato disposto rinvio dell’audizione nel procedimento di applicazione della prima sanzione disciplinare.

La Corte territoriale ha in proposito ritenuto che, nella mera trasmissione del certificato medico, non potesse ravvisarsi una richiesta di rinvio.

Il profilo è contestato dal ricorrente nel merito, in quanto egli sostiene che la richiesta doveva considerarsi implicita nella trasmissione di quel certificato.

Si deve tuttavia considerare, intanto, che l’art. 55-bis, comma 2, prevede un obbligo della P.A. di disporre il rinvio dell’audizione solo se richiesta. La norma prevede infatti che l’incolpato “può… in caso di grave ed oggettivo impedimento, formulare motivata istanza di rinvio del termine per l’esercizio della sua difesa”.

Dalla regolazione del differimento come mera facoltà dell’incolpato, è evidente che non possa che derivare l’assenza, in mancanza di quell’istanza, di un obbligo per la P.A. di fissare altra data per l’audizione.

In tale quadro, l’assunto secondo cui dal mero invio della certificazione dovrebbe desumersi un’implicita richiesta di rinvio, in quanto a dire del ricorrente altrimenti non avrebbe alcun senso la comunicazione e giustificazione dell’impedimento, costituisce una possibile alternativa della lettura di merito di un’emergenza istruttoria, che però è inammissibile come tale in sede di legittimità (Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34476; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148) e che collide con un ragionamento – ovverosia che se si fosse voluto davvero il rinvio lo si sarebbe chiesto espressamente – in sé non implausibile.

1.2 Nella seconda parte il motivo, sempre riguardante la prima sanzione disciplinare, sostiene che le due sentenze di merito avrebbero erroneamente valutato il rilievo sull’incompatibilità del dirigente, in quanto persona offesa dalle comunicazioni incriminate.

Il procedimento disciplinare aveva infatti riguardato l’avere il C. tenuto un comportamento non uniformato a principi di correttezza nei rapporti interpersonali, durante l’orario di lavoro (art. 13, comma 3, lett. f del Contratto Regionale di Lavoro), contestato anche in riferimento a e-mail il cui contenuto era ritenuto irriverente, minaccioso e non corretto, proprio con riguardo al superiore che aveva poi condotto e definito il procedimento disciplinare.

Anche tale censura è infondata.

Nell’ambito dei procedimenti disciplinari nel pubblico impiego privatizzato è acquisito il principio per cui, escluso un requisito di imparzialità, che presupporrebbe l’attribuzione del potere disciplinare ad un soggetto del tutto estraneo alla P.A. (Cass. 1 giugno 2021, n. 15239; Cass. 24 gennaio 2017, n. 1753), rispetto alle sanzioni di maggiore rilevanza opera un principio di terzietà, che impone di escludere che l’ufficio procedimenti disciplinari possa essere composto dal solo dirigente della struttura di appartenenza del dipendente, potendo al massimo accadere che quest’ultimo sia membro di un collegio incaricato dei procedimenti disciplinari (così, Cass. 15239/2021, cit.)

Per le sanzioni minori, che ai tempi dei fatti di causa erano quelle inferiori alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per più di dieci giorni, e ora, in esito alla c.d. Riforma Madia (qui non applicabile ratione temporis) per il solo rimprovero verbale, l’art. 55-bis prevede la competenza del titolare della struttura di appartenenza. In tali casi, la terzietà è evidentemente molto più ridotta, in quanto il dirigente preposto alla struttura, in molti casi, può essere più o meno coinvolto dagli illeciti i quali, riguardando il rapporto di lavoro di un sottoposto, sovente interferiscono con l’attività dell’ufficio se non anche, come è nel caso di specie, con le persone e con lo stesso dirigente.

Non si può però dire che tale terzietà sia del tutto inesistente, perché essa è insita nel fatto che, comunque, il dirigente cui sia attribuito il potere disciplinare agisce pur sempre non in proprio, ma come organo della P.A. di appartenenza, nei cui riguardi ha rilievo l’offensività della condotta ed a cui si imputano gli esiti delle decisioni da assumere.

Rientra poi nella discrezionalità del legislatore, in funzione dei fini di cui all’art. 97 Cost., dosare il grado di terzietà richiesto per le diverse tipologie di sanzione da applicare ed il criterio prescelto, fondato sull’apprezzamento della gravità edittale delle sanzioni, non può dirsi irragionevole, tenuto conto del diverso impatto che le diverse misure hanno sull’incolpato.

Dal possibile coinvolgimento personale del dirigente della struttura non deriva dunque alcun automatismo in ordine alle illegittimità della sanzione, perché la disciplina sulla competenza, che, coerentemente con il basso grado di gravità delle infrazioni perseguite non prevede un regime di incompatibilità, non può dirsi violata; pertanto la sanzione sarà illegittima se essa risulti irregolarmente contestata o infondata nel merito, ma non per il fatto che ad irrogarla sia il dirigente, anche se in ipotesi coinvolto dai comportamenti scorretti addebitati.

2. Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 16 del Contratto Collettivo Regionale di Lavoro (di seguito CCRL) ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e con esso si contesta la fondatezza delle sanzioni.

Il motivo ripercorre varie delle e-mail da cui sono scaturite la prima e la terza sanzione disciplinare, proponendo per ciascuna ragioni difensive da cui si dovrebbe trarre l’infondatezza degli addebiti. Nel motivo, tra gli altri rilievi di dettaglio, si afferma in sintesi che la manifestazione dell’intento di spiccare denunce o esposti riguarderebbe atti leciti o che l’esercizio del diritto di critica e di espressione non potrebbe tradursi in comportamento perseguibile o ancora che l’uso di toni irriguardosi non potrebbe costituire, anche al di là dell’opinabilità della valutazione ed in assenza di offese all’onore o alla reputazione, violazione di insussistenti obblighi del dipendente. Tanto meno poi, afferma il ricorrente, si potrebbe sostenere la particolare gravità, ritenuta sussistente dalla P.A. al solo fine di applicare sanzioni maggiori.

Si deve in proposito considerare come la Corte territoriale abbia apprezzato unitariamente il complesso delle e-mail per desumerne non senza richiamare in dettaglio alcuni passaggi ritenuti significativi e non senza segnalare l’assenza di positivi riscontri alle varie iniziative di denuncia, vere o minacciate, del C. – il manifestarsi, come si è già detto nello storico di lite, di una non comune petulanza ed incontenibile predilezione alla polemica, oltre all’abuso del richiamo a denunce, esposti e querele ed all’impostazione indebita di un dialogo da pari a pari con gli interlocutori, anche se superiori.

Non è intanto vero che i dati valorizzati in via di sintesi nella sentenza impugnata ricadano nell’irrilevanza disciplinare, perché anche i menzionati atteggiamenti soggettivi, se tenuti in ambito lavorativo e mediante ripetute comunicazioni scritte, ben possono oltrepassare quanto disciplinarmente lecito, per tradursi in interferenze rispetto alla equilibrata conduzione dei rapporti interpersonali e quindi in concreto manifestarsi come scorretti.

Ciò posto in astratto, il giudizio sull’effettivo superamento dei limiti di quanto lecito sotto il profilo della correttezza nei rapporti lavorativi è giudizio propriamente di merito, che la Corte territoriale ha sviluppato con valutazione di sintesi non implausibile e che sfugge ad un sindacato attraverso una critica che si traduce in realtà ancora una volta nella proposizione di un diverso apprezzamento dei dati istruttori, come tale certamente estraneo al giudizio di legittimità (Cass., S.U., 34476/2019; Cass., S.U., 24148/2013, citt.).

3. Il terzo motivo è rubricato come violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti, con riferimento all’art. 2697 c.c. ed all’art. 16 CCRL (art. 360 c.p.c., n. 3).

3.1 Esso, nella prima parte e con riferimento al secondo procedimento disciplinare, sostiene che indebitamente si fosse ritenuto che a comprovare l’addebito (riordino dei francobolli durante l’orario di lavoro) potesse bastare l’ordinanza di archiviazione della querela sporta dal C. nei confronti del superiore che aveva effettuato la segnalazione dell’accaduto, in quanto solo la sentenza irrevocabile pronunciata a seguito di dibattimento poteva dispiegare effetto nei procedimenti civili e amministrativi ai sensi dell’art. 654 c.p.p. ed inoltre l’archiviazione si era basata su una insufficiente conoscenza genericamente acquisita de relato da una collega, ascoltata come informatore.

3.2 Il motivo va disatteso.

La Corte territoriale non ha infatti valorizzato gli effetti giuridici dell’archiviazione, quanto alcuni elementi istruttori riferiti nel corrispondente provvedimento, come certamente è consentito di fare nel libero apprezzamento di materiale istruttorio acquisito regolarmente in causa.

D’altra parte, la Corte territoriale parla di una testimone oculare menzionata dal Pubblico Ministero nella richiesta di archiviazione, rilievo ad inficiare il quale non basta certo l’affermazione contenuta nel motivo in ordine ad una sommaria informatrice, a conoscenza dei fatti solo de relato, valorizzata dal G.I.P. nell’ordinanza di archiviazione (che è in sé provvedimento diverso) e che avrebbe avuto contezza dei fatti solo dai colleghi.

Il motivo è dunque incoerente con quanto affermato nella sentenza e del tutto generico, supponendo soltanto l’insufficienza di quel dato istruttorio de relato, senza neanche riportarlo nel suo contenuto, così traducendosi in una inammissibile, oltre che evanescente, ipotesi ricostruttiva del merito.

Tutto ciò rende tale motivo inadeguato a costituire efficace censura in qualunque modo se ne ipotizzi la qualificazione impugnatoria rispetto ai motivi tipici del ricorso in cassazione – rispetto all’apprezzamento fattuale svolto dal giudice del merito.

3.3 Nell’ultima parte, il motivo esprime dissenso rispetto alla valutazione di gravità e proporzionalità sia con riferimento alla seconda sanzione, sia con riferimento alle altre, ma si tratta di difese ancora generiche ed inammissibili in quanto riferite ad un profilo di pertinenza del giudice del merito, in assenza di patenti irrazionalità o di violazioni di regole rigide o strettamente vincolanti.

4. La regolazione delle spese del giudizio di legittimità segue la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controparte delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali in misura del 15 % ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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