Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32894 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. II, 09/11/2021, (ud. 28/01/2021, dep. 09/11/2021), n.32894

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rosanna – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24889-2019 proposto da:

W.X., rappresentata e difesa dall’avvocato Marco Lanzillo,

del foro di Roma e domiciliata in Roma, viale Angelico n. 38 presso

lo studio del difensore ovvero all’indirizzo PEC del difensore

iscritto nel REGINDE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato

e domiciliato sempre ex lege in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5097/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/01/2021 dal Consigliere Dott.ssa Milena FALASCHI.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– avverso il provvedimento della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Roma, che rigettava la domanda della ricorrente, volta all’ottenimento dello status di rifugiato, della protezione c.d. sussidiaria o in subordine di quella umanitaria, W.X. interponeva opposizione, che veniva respinta dal Tribunale di Roma con ordinanza del 19.11.2018;

– in virtù di appello proposto dalla medesima W.X., la Corte di appello di Roma, con sentenza n. 5097/2019, rigettava l’impugnazione;

– la decisione di secondo grado evidenziava l’insussistenza dei requisiti previsti dalla normativa, tanto per il riconoscimento dello status di rifugiato quanto per la protezione sussidiaria e umanitaria, esprimendo una valutazione di scarsa credibilità della vicenda narrata dalla richiedente per avere dichiarato di essere stata denunciata il 09.08.2015 per la pratica della fede religiosa e per attività di proselitismo e ricercata, per questo, dalle forze dell’ordine del proprio Paese che, secondo la sua stessa prospettazione, proprio per questa ragione l’avevano in più occasioni esplicitato il rischio di essere confinata in campi di lavoro e di essere poi riuscita ad oltrepassare le frontiere del suo Paese, utilizzando il proprio passaporto e, quindi, le proprie generalità. Ne’ era credibile la storia della sua conversione, che appariva genericamente ricondotta all’attraversamento di un periodo di crisi coniugale e all’incontro con una domma che le aveva “trasmesso il verbo”, senza alcun percorso spirituale. L’inattendibilità della storia personale comportava il rigetto della domanda diretta al riconoscimento dello status di rifugiato. Ne’ poteva essere riconosciuta la protezione sussidiaria e quella umanitaria entrambe fondate sull’unico profilo di fragilità personale legato alle allegazioni in punto di professione di fede;

– propone ricorso per la cassazione avverso tale decisione la W.X. affidato a tre motivi;

– il Ministero dell’Interno ha resistito con controricorso.

Atteso che:

– con il primo motivo la ricorrente lamenta – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione o la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 quanto alla valutazione della prova dedotta dalla W. in merito alla effettiva appartenenza ad associazione religiosa.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la mancata concessione della protezione sussidiaria cui la ricorrente aveva diritto ex lege in ragione delle attuali condizioni socio politiche del paese di origine, da collegarsi all’omesso esame delle fonti informative.

Con il terzo ed ultimo motivo è denunciato l’omesso esame delle circostanze rilevanti la protezione umanitaria, non potendo essere rifiutato il permesso di soggiorno allo straniero qualora ricorrano seri motivi di carattere umanitario.

Tanto premesso, va preliminarmente esaminata l’ammissibilità del ricorso.

La Corte deve, in limine, osservare come il proposto ricorso non rispetti la disposizione ex art. 366 c.p.c., n. 3, posto che nello stesso non risulta osservato in modo adeguato il requisito della prescritta sommaria esposizione dei fatti di causa (v. Cass., Sez. Un., n. 22575 del 2019; Cass. n. 1075 del 2005).

Secondo l’insegnamento di questa Corte, che questo Collegio condivide e intende qui ribadire (Cass. n. 21452 del 2020), nel ricorso per cassazione è essenziale la sussistenza del requisito, prescritto dall’art. 366 c.p.c., n. 3, dell’esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, da effettuarsi necessariamente in modo sintetico, con la conseguenza che la relativa mancanza determina l’inammissibilità del ricorso, essendo la suddetta esposizione funzionale alla comprensione dei motivi nonché alla verifica dell’ammissibilità, pertinenza e fondatezza delle censure proposte (Cass. n. 10072 del 2018; conf. Cass., Sez. Un., n. 11308 del 2014; ex plurimis Cass. n. 21452 del 2020; Cass. n. 4029 del 2020).

Nella fattispecie in esame, la ricorrente non ha ritenuto di far precedere ai motivi di ricorso tale parte espositiva, pur necessaria, che risulta carente anche nella incerta formulazione dei motivi stessi; circostanza, questa, che non ne consente la completa e necessaria comprensione e la verifica della loro ammissibilità.

Difatti nel ricorso ci si è limitati ad esporre che è nata e cresciuta in (OMISSIS) e di essere costretta a fuggire dal proprio Paese a causa della persecuzione di matrice religiosa subita, senza ricostruire la vicenda processuale sia rispetto al primo grado di giudizio sia nel successivo sviluppo (vale a dire le ragioni dell’appello proposto e gli argomenti offerti dalla Corte d’appello a tal proposito).

Sebbene il requisito della esposizione sommaria dei fatti può ritenersi soddisfatto laddove il contenuto del ricorso consenta al giudice di legittimità, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto dell’impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass., Sez. Un., n. 11653 del 2006; Cass. n. 17036 del 2018), siffatta circostanza che però non ricorre nella specie.

L’esposizione sommaria dei fatti, infatti, rispondendo non già ad una esigenza di mero formalismo, bensì alla finalità di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass., Sez. Un., n. 22860 del 2014; Cass., Sez. Un., n. 1772 del 2013), è requisito volto a garantire la regolare e completa instaurazione del contraddittorio e può ritenersi soddisfatto, allorquando il contenuto del ricorso consenta al giudice di legittimità, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto della impugnazione (Cass. n. 16103 del 2016), senza dovere ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass. n. 21137 del 2013).

In altri termini, l’esigenza sottesa alla esposizione sommaria è appunto quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, che non si concilia con il contenuto del tutto frammentario e disordinato dell’odierno ricorso, con cui risultano essere state trattate le situazioni prese in considerazione.

Infatti la ricorrente nulla riporta nella esposizione dei fatti di causa quanto alle doglianze formulate nell’atto di appello, riferendo di avere proposto “una serie di ragioni dirette a far conoscere sia la bontà della vicenda riferita dalla ricorrente e quindi il rischio cui sarebbe esposta in caso di rientro in (OMISSIS), sia per la grave condizione di violenza interna, generalizzata, sussistente in (OMISSIS) e la conseguente condizione di insicurezza in cui versa la popolazione”, senza però dare un reale contenuto alla sua vicenda, anche al fine di ritenerla veritiera, oltre ad un generico pericolo di danno grave alla persona in caso di rimpatrio, questioni sulle quali peraltro vengono ad innestarsi le ragioni giuridiche svolte con le cinque censure, che oltre a non essere enucleabili nella esposizione sommaria, nemmeno è dato ritrovare, in modo chiaro, esposte nel corpo delle ragioni di censura portate al provvedimento impugnato.

Il rilevato difetto risulta positivamente sanzionato con l’inammissibilità dall’art. 366 c.p.c., declaratoria che dunque questa Corte deve adottare nella specie.

In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite in favore dell’Amministrazione che liquida in complessivi Euro 2.000,00 oltre a spese prenotate e prenotande a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 28 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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