Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32889 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. II, 09/11/2021, (ud. 03/12/2020, dep. 09/11/2021), n.32889

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25132/2019 proposto da:

A.Z., rappresentato e difeso dall’avvocato Daniela

Gasparin, del foro di Milano ed elettivamente domiciliato agli

indirizzi PEC dei difensori iscritti nel REGINDE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato

e domiciliato sempre ex lege in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 5995/2019 del Tribunale di Milano, depositato

il 09/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/12/2020 dal Consigliere Dott.ssa Milena FALASCHI.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– con provvedimento notificato il 30.04.2018 la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano rigettava la domanda del ricorrente, volta all’ottenimento dello status di rifugiato, della protezione c.d. sussidiaria o in subordine di quella umanitaria;

– avverso tale provvedimento interponeva opposizione A.Z., che veniva respinta dal Tribunale di Milano con decreto n. 5995 pubblicato il 09.07.2019;

– la decisione evidenziava l’insussistenza dei requisiti previsti dalla normativa, tanto per il riconoscimento dello status di rifugiato quanto per la protezione sussidiaria e umanitaria, rilevando che anche a voler ritenere credibile il racconto del richiedente asilo secondo cui egli proveniva dal Pakistan, figlio di un esponente del partito (OMISSIS) in conflitto con un fratello appartenente al partito (OMISSIS), esposto al rischio di essere ucciso dal congiunto, che aveva già ucciso il padre ed il fratello, tuttavia la vicenda narrata era intrinsecamente contraddittoria per non essere stato l’interessato effettivo protagonista della lite endofamiliare descritta, il quale aveva voluto attribuire una impropria connotazione politica al narrato che non faceva che aumentarne la contraddittorietà, come la condizione dei terreni contesi, che nonostante lui si fosse allontanato era ancora appartenenti alla sua famiglia. Altro elemento di contraddittorietà era costituito dal lungo tempo trascorso dalla morte del padre, l’anno 2009, al momento del suo allontanamento, l’anno 2015, senza che fosse occorso alcunché, descritte le pressioni e le minacce subite senza un minimo di concretezza. Ne’ il richiedente spiegava le ragioni di familiarità con il connazionale, Ar.Mu., residente in (OMISSIS), presso il quale aveva trovato sistemazione, che dichiarava essere uno zio paterno, ma con il quale non condivideva il cognome. Tutto ciò osservato, rilevava il Tribunale che, pur attendibile il ricorrente quanto al fatto che fosse orfano di padre e che si fosse determinato per volontà della madre ad espatriare, non venivano ritenute credibili le ragioni della migrazione, anche perché il partito di appartenenza del ricorrente, il (OMISSIS), era allo stato al governo del Pakistan. Ne’ dalle COI acquisite, del maggio 2018, del settembre e del novembre 2018, emergeva che la regione di provenienza del richiedente asilo fosse interessata da una generalizzata situazione di violenza indiscriminata. Del pari veniva negata la ricorrenza dei presupposti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, giacché per quanto riguardava la vita trascorsa in Italia il ricorrente si era limitato ad allegare di convivere con un connazionale per quanto sopra esposto, e di avere trovato un lavoro a tempo determinato, elemento che di per sé non era sufficiente a dimostrare una effettiva integrazione sociale;

– propone ricorso per la cassazione di tale decisione – notificato in data 16.08.2019 – A.Z., affidato a tre motivi, cui il Ministero dell’interno resiste con controricorso.

Atteso che:

– con il primo motivo il ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione o la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6 e 7 e D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, nonché degli artt. 2 e 3 CEDU, oltre ad omesso esame di fatti decisivi e assenza di motivazione. In particolare il ricorrente si duole che il Tribunale non abbia esplicitato in udienza gli aspetti di contraddizione della sua narrazione, chiedendo chiarimenti, ciò che gli avrebbe consentito di prendere atto di una eventuale propria insufficiente narrazione cui avrebbe potuto porre rimedio completandola. Aggiunge che la circostanza nella specie sarebbe stata particolarmente utile dal momento che egli non era stato sentito dalla Commissione, con conseguente sacrificio del suo diritto di difesa. Aggiunge che la valutazione fatta dal giudice sulla situazione sociopolitica del Pakistan era del tutto svincolata, ma frutto di una personale interpretazione delle dichiarazioni rese. Anche quanto alle minacce subite il Tribunale avrebbe effettuato una lettura parziale.

La censura è inammissibile, poiché deduce solo formalmente un’erronea ricognizione della fattispecie astratta recata da una norma di legge, nella sostanza allegando un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ciò che inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità, se non sotto il profilo motivazionale (Cass. n. 24155/2017; Cass. n. 22707/2017; Cass. n. 6587/2017; Cass. n. 195/2016).

Ne’ sono ravvisabili lacune nel provvedimento per motivazione apparente, posto che il Tribunale ha espresso le ragioni poste a fondamento del mancato riconoscimento della protezione sussidiaria. In particolare, il Tribunale – dopo avere giudicato il racconto del ricorrente poco credibile per intrinseca contraddittorietà della narrazione – richiamando le fonti internazionali consultate, ha evidenziato che il richiedente proviene dal Pakistan, regione del Gujrat, attualmente non caratterizzata da episodi di violenza generalizzata.

Il giudice di merito ha fatto specifico riferimento alle COI acquisite, Freedom Hause, Freedom in the World del maggio 2018 e del novembre 2018, oltre alla Radio Free Europe/Radio Liberty CPJ del settembre 2018 ed ha escluso che l’area di provenienza del richiedente fosse interessata da una situazione di violenza generalizzata di tale gravità e diffusione da mettere a repentaglio l’esistenza ed incolumità della persona; oltre ad avere affermato che il partito di appartenenza del richiedente, il (OMISSIS), è ora al governo del Paese.

A fronte di tale accertamento, il ricorrente neanche indica specifiche circostanze, limitandosi a riferire genericamente che il Tribunale non avrebbe chiesto chiarimenti e che non avrebbe esaminato adeguatamente le minacce subite dallo zio.

Questa Corte ha affermato, anche di recente, che, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato, interno o internazionale, dev’essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato o uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria (Cass., 2 ottobre 2019 n. 24647).

Ciò in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea secondo cui i rischi, cui è esposta in generale la popolazione di un paese o di una parte di essa di norma non costituiscono di per sé una minaccia individuale da definirsi come danno grave, potendo l’esistenza di un conflitto armato interno portare alla concessione della protezione sussidiaria solamente nella misura in cui si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 14, lett. c), della direttiva, a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia Europea (Corte di Giustizia, causa C-285/12, Diakite’, sentenza 30 gennaio 2014 e causa C-465/07, Elgafaji, sentenza 17 febbraio 2009).

Alla luce degli enunciati principi, la censura del ricorrente si risolve in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che richiede che il giudice di merito abbia esaminato la questione oggetto di doglianza, ma abbia totalmente pretermesso uno specifico fatto storico, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”, mentre resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. 13 agosto 2018 n. 20721).

I giudici di merito hanno, quindi, compiuto un accertamento in fatto, non più censurabile in sede di legittimità, in esito al quale hanno ritenuto non sussistente la violenza generalizzata nel paese di origine e tale statuizione è conforme a diritto;

– con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione dei parametri normativi relativi all’accertamento della credibilità delle dichiarazioni del richiedente, fissati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), venendo meno agli obblighi di cooperazione istruttoria incombenti sull’autorità giurisdizionale. Inoltre il Tribunale avrebbe omesso l’esame di fatti decisivi, con violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 14, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3 CEDU; nonché violazione dei parametri normativi per la definizione di un danno grave con violazione degli artt. 6 e 13 della Convenzione EDU, dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dell’art. 46 della direttiva Europea n. 2013/32.

Anche la seconda censura è inammissibile prima che infondata.

Il Tribunale, per quanto esposto con riferimento al primo mezzo, ha espresso le ragioni poste a fondamento del mancato riconoscimento di ogni forma di protezione. In particolare, il Tribunale ha giudicato il racconto del ricorrente inattendibile, poco credibile, contraddittorio e privo di una logica unitaria, soprattutto per la mancanza corrispondenza di quanto riferito alle informazioni acquisite da fonti ufficiali circa la presenza al governo del (OMISSIS), proprio il partito di cui il padre del richiedente e lui stesso erano seguaci; ha, inoltre, rilevato che ove veritiera la circostanza delle minacce dello zio, esse si riferivano ad una vicenda del tutto privata e personale, che peraltro non aveva più neanche ragione di riattivarsi con il rientro del ricorrente in Pakistan, per essere lo zio sostenitore del partito di opposizione e che nulla aveva fatto alla madre del ricorrente pure in assenza dello stesso. Per questo il giudice di merito ha escluso che le vicende narrate fossero idonee ad integrare una persecuzione rilevante ai fini del riconoscimento della protezione internazionale e valutando nel merito la vicenda narrata ha in ogni caso ritenuto che la stessa esulasse dall’ambito di applicazione del riconoscimento della protezione internazionale in quanto il racconto del ricorrente aveva ad oggetto vicende che non integrano il c.d. timore persecutorio, in mancanza di atti persecutori diretti e personali.

Tale statuizione è conforme a diritto.

Del resto in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona. Qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3,, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. n. 16925/2018).

Secondo l’indirizzo espresso da questa Corte, in tema di protezione internazionale, del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, oltre a sancire un onere del richiedente consistente nell’allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, pone a carico dell’autorità decidente un più incisivo dovere di cooperazione istruttoria a carico dell’ufficio di informarsi in modo adeguato e pertinente alla richiesta, soprattutto con riferimento alle condizioni generali del Paese d’origine, allorquando le informazioni fornite dal richiedente siano deficitarie o mancanti.

Ciò posto, l’attivazione del suddetto potere di cooperazione istruttoria, che in questa materia deroga al principio dispositivo del processo civile, postula che ricorrano i presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, ed in particolare che il ricorrente abbia circostanziato la domanda, abbia fornito un’idonea motivazione della mancanza di altri elementi significativi, ed appaia attendibile dai riscontri effettuati.

Nel caso di specie il Tribunale ha escluso che siffatti presupposti sussistessero, ritenendo pertanto che non fosse necessaria l’attivazione del potere d’indagine suppletiva d’ufficio, non avendo il ricorrente giustificato in alcun modo la veridicità dei fatti narrati.

Il giudice di merito ha, quindi, compiuto un accertamento in fatto, non più censurabile in sede di legittimità, in esito al quale ha ritenuto inattendibile la narrazione del richiedente, elemento questo di fondamentale importanza, poiché secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione “In materia di protezione internazionale, il richiedente è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo, soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5” (Cass. 12 giugno 2019 n. 15794).

Con la conseguenza che l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda e con l’ulteriore corollario che il giudice deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate.

Ciò nel rispetto dei principi affermati da questa stessa Corte sull’onere della prova in materia di protezione internazionale, materia che non si sottrae al principio dispositivo, pur nei limiti esposti in relazione al principio della cooperazione istruttoria del giudice, principio quest’ultimo che concerne il versante dell’allegazione e non quello della prova (Cass. 29 ottobre 2018 n. 27336).

Non si può, quindi, dire omessa alcuna attività da parte del giudice di merito in quanto non è stato indicato il contenuto delle allegazioni da verificare, quand’anche in via ufficiosa. E quanto all’attuale situazione del Pakistan, il Tribunale ha svolto un accertamento di merito sulla base di COI di fonte istituzionale;

– con il terzo ed ultimo motivo il ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, oltre a motivazione apparente per non avere il Tribunale riconosciuto la sussistenza dei motivi umanitari per la concessione della relativa tutela e alla valutazione di assenza di specifica vulnerabilità; violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 4, 7,14,16 e 17, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,10 e 32 e dell’art. 10 Cost., oltre a nullità del provvedimento impugnato per violazione degli artt. 112,132 c.p.c. e art. 156 c.p.c., comma 2 e dell’art. 111 Cost., comma 6. In particolare, ad avviso del ricorrente non sarebbero stati valutati tutti i profili di vulnerabilità: la sua convivenza a (OMISSIS) con la famiglia dello zio e il rapporto di lavoro che a far data dal marzo 2019 è divenuto a tempo indeterminato.

E’ da ritenere inammissibile anche siffatta censura.

Questa Corte, infatti, ha già avuto occasione di chiarire, nella recente sentenza 23/02/2018, n. 4455, invocata dallo stesso ricorrente, che, “se assunti isolatamente, né il livello di integrazione dello straniero in Italia né il contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani nel paese di provenienza integrano, di per sé soli e astrattamente considerati, i seri motivi di carattere umanitario, o derivanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui la legge subordina il riconoscimento del diritto” alla protezione umanitaria, in quanto “il diritto al rispetto della vita privata – tutelato dall’art. 8 CEDU (…) – può soffrire ingerenze legittime da parte dei pubblici poteri per il perseguimento di interessi statuali contrapposti, quali, tra gli altri, l’applicazione e il rispetto delle leggi in materia di immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero (…) non goda di uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che venga definita la sua domanda di determinazione dello status di protezione internazionale (Corte EDU, sent. 08.04.2008, ric. 21878/06 caso Nnyanzi c/ Regno Unito, par. 72 ss.)”.

Il Tribunale ha motivatamente respinto l’istanza di protezione umanitaria (v. pag. 17 del decreto impugnato) effettuando la valutazione comparativa richiesta dalla giurisprudenza, in quanto ha escluso la ricorrenza di una condizione di vulnerabilità specifica, sia per la carenza di attendibili informazioni circa la personale condizione di vita nel Paese di origine, stante la non credibilità del ricorrente, sia perché le condizioni personali dedotte, convivenza con un presunto zio paterno, di cui però non condivide neanche il cognome, circostanze che non integravano i presupposti della protezione richiesta. Quanto all’attività lavorativa definita con contratto a tempo indeterminato, che da sola non integra prova dell’integrazione, per quanto sopra esposto, risulta peraltro circostanza dedotta per la prima volta avanti al giudice di legittimità e comunque occorsa dopo la pronuncia del giudice di merito.

La decisione allora appare in linea con i principi enunciati da Cass. S.U. 29459 del 2019 e da Cass. n. 4455 del 23/2/2018: a fronte di ciò, il ricorrente da un lato propone una pura e semplice critica di merito riguardante l’accertamento di fatto della insussistenza dei presupposti richiesti dalla normativa, e dall’altro non illustra se e quando la situazione del paese di origine sulla quale incentra la doglianza fosse stata dedotta, nel giudizio di merito, a fondamento della domanda di protezione umanitaria.

La generica doglianza proposta integra perciò una inammissibile richiesta di rivisitazione del merito (Cass. n. 16056/2016; Cass. n. 29404/2017; Cass. n. 9547/2017; Cass. n. 27072/2019; Cass. n. 6939/2020; Cass. n. 7192/2020).

Solo per completezza argomentativa si osserva che la circostanza che il richiedente non sarebbe stato ascoltato dalla Commissione territoriale, circostanza che peraltro sarebbe riferibile alla scelta del ricorrente di non rendersi reperibile al momento in cui si è allontanato dal centro di assistenza, non ha inficiato in alcun modo il suo diritto di difesa essendo stata l’audizione effettuata direttamente dal Tribunale.

Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità che vengono liquidate in complessivi Euro 2.100,00 oltre alle spese prenotate e prenotande a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 3 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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