Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32887 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. II, 09/11/2021, (ud. 03/11/2020, dep. 09/11/2021), n.32887

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23492/2019 proposto da:

C.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIETRO BORSIERI

12, presso lo studio dell’avvocato ANGELO AVERNI, rappresentato e

difeso dall’avvocato FEDERICO DONEGATTI, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

e contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2211/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 30/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/11/2020 dal Consigliere Dott. CHIARA BESSO MARCHEIS.

 

Fatto

PREMESSO

Che:

1. C.O., cittadino del Senegal (della regione di Casamance), appellava l’ordinanza del 24 aprile 2018 con cui il Tribunale di Venezia aveva respinto la sua domanda di riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, il diritto alla protezione c.d. sussidiaria o il diritto all’asilo ex art. 10 Cost., comma 3, o al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. A sostegno della domanda, aveva dichiarato di avere lasciato il proprio paese in quanto nel 2006 i ribelli del MFDC lo avevano costretto ad arruolarsi contro la sua volontà; fuggito a Dakar presso uno zio, ha saputo che erano stati uccisi il padre e lo zio e ha quindi deciso di lasciare il Senegal.

La Corte d’appello di Venezia, con la sentenza 30 maggio 2019, n. 221, ha rigettato il ricorso.

2. Avverso la sentenza C.O. propone ricorso per cassazione.

Il Ministero dell’interno resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

I. Il ricorso è articolato in quattro motivi.

1) Il primo e il secondo motivo sono tra loro strettamente connessi:

a) il primo motivo denuncia “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 32” in relazione al “rispetto dei criteri stabiliti per l’esame della credibilità del richiedente, al principio dell’onere attenuato della prova e del dovere di collaborazione dell’autorità amministrativa e giurisdizionale per avere la Corte d’appello ritenuto non attendibile la storia personale del richiedente”;

b) il secondo motivo fa valere “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2,D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1-bis, in quanto la Corte d’appello di Venezia ha escluso la sussistenza dei requisiti di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), per la concessione della protezione sussidiaria, senza allegare alcuna motivazione specifica, equiparando pertanto l’accertamento del fumus persecutionis con i requisiti richiesti per la protezione sussidiaria”, mentre era tenuta a verificare, utilizzando le c.d. COI e altre fonti di informazione, se la situazione potesse comunque integrare la responsabilità per la persecuzione o per il danno grave.

I motivi non possono essere accolti. In relazione al primo motivo, la Corte d’appello non ha violato i criteri stabiliti dall’art. 3 del D.Lgs., avendo fondato il giudizio di non credibilità sulle “plurime” contraddizioni e incongruenze riscontrate tra le dichiarazioni rese di fronte alla Commissione e quelle rese al Tribunale; va poi rilevato quanto al dovere di collaborazione che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, “in materia di protezione internazionale, una volta esclusa la credibilità intrinseca della narrazione offerta dal richiedente asilo alla luce di riscontrate contraddizioni, lacune e incongruenze, non deve procedersi al controllo della credibilità estrinseca – che attiene alla concordanza delle dichiarazioni con il quadro culturale, sociale, religioso e politico del Paese di provenienza, desumibile dalla consultazione di fonti internazionali meritevoli di credito – poiché tale controllo assolverebbe alla funzione meramente teorica di accreditare la mera possibilità astratta di eventi non provati riferiti in modo assolutamente non convincente dal richiedente” (n. 24575/2020). Quanto al secondo motivo, è vero che questa Corte distingue tra accertamento del fumus persecutionis al fine del riconoscimento dello status di rifugiato, rispetto all’accertamento dei requisiti necessari per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui del citato art. 14, lett. a) e b), ma ritiene comunque necessaria la prova del rischio effettivo in capo al richiedente, prova nel caso in esame esclusa dalla Corte d’appello.

3. Il terzo motivo denuncia “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2,D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1-bis, in quanto la Corte d’appello di Venezia ha escluso la sussistenza dei requisiti di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per la concessione della protezione sussidiaria”, ritenendo che in Casamance non vi sia violenza diffusa e indiscriminata contro la popolazione civile, andando così contro i principi affermati dalla Corte Europea di giustizia e applicati dalla Corte di cassazione.

Il motivo non può essere accolto. è vero che l’inserimento del Senegal nell’ambito dell’elenco dei cosiddetti “Paesi sicuri” di cui all’art. 1 del decreto del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale del 4 ottobre 2019, in disparte ogni considerazione circa l’applicabilità di detta normativa sopravvenuta ai giudizi in corso e alle domande già presentate, non “preclude la possibilità per il ricorrente di dedurre la propria provenienza da una specifica area del Paese stesso interessata a fenomeni di violenza e insicurezza generalizzata che, ancorché territorialmente circoscritti, possono essere rilevanti ai fini della concessione della protezione internazionale o umanitaria, né esclude il dovere del giudice, in presenza di detta allegazione, di procedere all’accertamento in concreto sulla pericolosità di detta zona e sulla rilevanza dei predetti fenomeni” (così Cass. 29914/2019). Nel caso in esame, però, tale accertamento è stato effettuato dalla Corte d’appello, che ha respinto la richiesta di protezione sussidiaria in quanto ha accertato – sulla base di informazioni aggiornate e attendibili (v. pp. 6 e 7 del provvedimento impugnato) – che Casamance, la regione dalla quale il ricorrente proviene, sia interessata da una situazione di violenza generalizzata e indiscriminata di particolare intensità.

4. Il quarto motivo contesta “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, nonché dell’art. 3 della convenzione di Ginevra sui rifugiati”: “considerato il quadro normativo di riferimento, tenuto conto dei fattori soggettivi di vulnerabilità ricollegabili al tragico vissuto personale e al suo percorso di integrazione nel nostro paese”, al ricorrente andava riconosciuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il motivo non può essere accolto perché generico: vi è un ampio svolgimento circa la situazione generale concernente il Senegal e la regione di provenienza, vengono citate e trascritte sentenze di merito e di legittimità, tuttavia il ricorrente si limita a parlare di un tragico vissuto personale e di un percorso di integrazione senza nulla specificare al riguardo, e questo a fronte della affermazione della Corte d’appello di non potere valorizzare l’allegato inserimento del richiedente in Italia e le allegate violenze subite in Libia.

II. Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore del controricorrente che liquida in Euro 2.100, oltre spese prenotate a debito.

Sussistono, del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale della Sezione Seconda Civile, il 3 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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