Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32885 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 17/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32885

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 29891/2019 R.G. proposto da:

S.P., rappresentata e difesa dall’Avv. Vittorio Sellitti,

con domicilio eletto in Roma, Via Luigi Calamatta, n. 16, presso lo

studio dell’Avv. Rosario Criscuolo;

– ricorrente –

contro

doValue S.p.a., quale mandataria di Castello Finance S.r.l.,

rappresentata e difesa dall’Avv. Roberto Esposito, con domicilio

eletto in Roma, via Luigi Lilio, n. 95 presso lo studio dell’Avv.

Teodoro Carsillo;

– controricorrente –

e nei confronti di:

N.G.;

– intimato avverso la sentenza della Corte d’appello di Napoli, n.

3101/2019, depositata il 7 giugno 2019;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 17 giugno

2021 dal Consigliere Dott. Iannello Emilio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’inefficacia nei confronti della Castello Finance S.r.l. dell’atto di costituzione di fondo patrimoniale stipulato il 10 febbraio 2009 dai coniugi N.G. e S.P.;

quest’ultima propone ricorso per cassazione con unico mezzo, cui resiste doValue S.p.a., quale mandataria di Castello Finance S.r.l., depositando controricorso;

l’altro intimato non svolge difese;

essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con l’unico motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione degli artt. 170 e 2901 c.c., per avere la corte d’appello ritenuto sussistente il presupposto dell’eventus damni sul rilievo che l’atto in questione, facendo sorgere la possibilità per il debitore di proporre opposizione ex art. 615 c.p.c. nell’eventuale procedura esecutiva, avvalendosi limite ad essa posto dall’art. 170 c.c., rendesse sempre maggiormente difficoltosa ed incerta l’esazione coattiva, a prescindere dalla inerenza o meno ai bisogni della famiglia del credito per cui si agiva in revocatoria;

sostiene che a tal fine sarebbe stata invece preliminarmente necessaria l’indagine relativa all’inerenza o meno ai bisogni della famiglia del credito vantato dalla banca attrice, dal momento che, nella prima ipotesi, che essa afferma configurarsi nella specie, nessuna preclusione la creditrice avrebbe incontrato in sede esecutiva e i beni conferiti nel fondo non avrebbero potuto considerarsi sottratti alla garanzia del credito;

la censura è inammissibile e, comunque, infondata;

la tesi prospettata, se fosse fondata, dimostrerebbe troppo nella stessa prospettiva difensiva della ricorrente e, segnatamente, la sua carenza di interesse;

se fosse vero infatti che il credito per cui, nella specie, si agisce in revocatoria inerisce ai bisogni della famiglia e, in quanto tale, ben può essere soddisfatto anche sui beni costituiti in fondo patrimoniale, sarebbe con ciò stesso dimostrato che anche la ricorrente non ha interesse a impugnare la declaratoria di inefficacia dell’atto nei confronti della banca creditrice, dal momento che tale statuizione nulla aggiunge, sul piano pratico ma anche su quello teorico, a quel che la creditrice potrebbe già comunque fare e, per converso, la debitrice essere costretta a subire per l’eventuale soddisfazione coattiva del credito;

l’infondatezza della tesi può comunque predicarsi per le seguenti ragioni;

costituisce jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte che il presupposto oggettivo dell’azione revocatoria ordinaria (c.d. eventus damni) ricorre non solo nel caso in cui l’atto dispositivo comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando lo stesso atto determini una variazione quantitativa o anche soltanto qualitativa del patrimonio che comporti una maggiore incertezza o difficoltà nel soddisfacimento del credito, con la conseguenza che grava sul creditore l’onere di dimostrare tali modificazioni quantitative o qualitative della garanzia patrimoniale, mentre è onere del debitore, che voglia sottrarsi agli effetti di tale azione, provare che il suo patrimonio residuo sia tale da soddisfare ampiamente le ragioni del creditore (v. ex multis Cass. 18/06/2019, n. 16221);

secondo indirizzo altrettanto pacifico il negozio costitutivo del fondo patrimoniale, anche quando proviene da entrambi i coniugi, è atto a titolo gratuito, che può essere dichiarato inefficace nei confronti dei creditori a mezzo di azione revocatoria ordinaria, in quanto rende i beni conferiti aggredibili solo a determinate condizioni (art. 170 c.c.), così riducendo la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei costituenti (Cass. n. 4933 del 07/03/2005; n. 15310 del 07/07/2007);

coniugando i principi appresso esposti deve ritenersi che il creditore che agisca in revocatoria deve solo dimostrare l’esistenza dell’atto costitutivo di fondo patrimoniale e l’anteriorità del proprio credito, incombendo invece ai convenuti in revocatoria l’onere di dimostrare che tale atto, nel caso concreto, non sia in grado comunque di ridurre, anche solo qualitativamente, la garanzia del credito;

tale prova può bensì anche riguardare l’inerenza del credito ai bisogni della famiglia, dal momento che tale circostanza escluderebbe in radice la portata pregiudizievole dell’atto per il creditore che agisca in revocatoria;

si tratta però di fatto che, nello schema astratto della fattispecie legale delineato dalla esposta pacifica ricostruzione, non inerisce al fondamento della domanda (per la quale occorre solo dimostrare l’anteriorità del credito, ancorché non accertato giudizialmente, e la potenziale portata lesiva dell’atto dispositivo, in sé indiscutibile con riferimento all’atto costitutivo di fondo patrimoniale) ma costituisce piuttosto fatto diverso opposto al fine di paralizzarla;

l’onere dunque di allegare e dimostrare per tal via l'”innocuità” dell’atto rispetto alla garanzia del credito, spetta ai convenuti (art. 2697 c.c.);

tale onere non risulta assolto nel caso di specie, emergendo anzi dal ricorso che la questione sia stata dedotta, sia in primo grado che in appello, solo a mò di difesa, sul presupposto che spettasse alla banca istante dimostrare non solo l’esistenza e la natura dell’atto dispositivo, ma anche che il proprio credito fosse estraneo ai bisogni della famiglia e che di ciò la banca medesima fosse a conoscenza;

in tali termini deve ritenersi pertanto corretta la decisione impugnata, dovendosi escludere che ai fini dell’accoglimento dell’azione revocatoria con riferimento all’atto in questione, fosse onere dell’attore dedurre e dimostrare anche l’opponibilità di tale atto dispositivo quale ragione ostativa all’eventuale azione esecutiva;

si appalesa poi inammissibile la contestuale denuncia di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) non essendo in alcun modo indicato – tanto meno nel rispetto dell’onere di specificità imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 6 – il fatto storico, testuale o extratestuale, dal quale era in ipotesi possibile desumere la dedotta inerenza del credito ai bisogni della famiglia, né il dove, come e quando lo stesso sia stato oggetto di discussione tra le parti (cfr. Cass. 07/04/2014, nn. 8053-8054);

il ricorso deve essere pertanto rigettato con la conseguente condanna della ricorrente alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese processuali, liquidate come da dispositivo;

va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis.

PQM

rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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