Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32877 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32877

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 14310-2020 proposto da:

M.C., elettivamente domiciliato in ROMA, al Lungotevere di

PIETRA PAPA, n. 21, presso lo studio dell’avvocato DANIEL DEL MONTE,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

V.R.M., elettivamente domiciliato in ROMA, alla

Circonvallazione CLODIA n. 36, rappresentato e difeso da sé

medesimo;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 23007/2019 del TRIBUNALE di ROMA, depositata

il 29/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. Valle

Cristiano, osserva quanto segue.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

E’ impugnata da M.C., nei confronti dell’avvocato V.R.M., con unico, complesso motivo, la sentenza del Tribunale di Roma n. 23007 del 29/11/2019, che ha ritenuto inammissibile l’impugnazione, avverso la sentenza del Giudice di Pace pronunciata secondo equità, per insussistente violazione dei principi regolatori della materia e comunque per insussistenza dei requisiti per l’appellabilità di cui all’art. 339 c.p.c., comma 3.

L’avvocato V., difeso in proprio, resiste con controricorso.

La causa è stata avviata alla trattazione secondo il rito camerale di cui all’art. 335 c.p.c..

La proposta del Consigliere relatore, di manifesta inammissibilità dell’impugnazione, è stata ritualmente comunicata alle parti.

Non sono state depositate memorie.

L’impugnazione di legittimità si fonda sulla violazione degli artt. 480 e 615 c.p.c..

Il Tribunale ha, nella specie, statuito quale giudice di appello su sentenza del Giudice di Pace ed ha dichiarato l’appello inammissibile, in quanto il valore della causa era inferiore ad Euro 1.100,00 e l’appello, in detta ipotesi, è ammesso per i soli motivi di cui all’art. 339 c.p.c., comma 3, ossia per violazione dei principi regolatori della materia, ovvero violazione di norme costituzionali o comunitarie o, infine, di norme sul procedimento, come anche di recente ribadito da questa Corte (quale espressione di un orientamento costante si veda, da ultimo, Cass. n. 14609 del 09/07/2020 Rv. 658481 – 01): “In tema di sentenze dei giudici di pace in controversie di valore non superiore ai millecento Euro (limite indicato dall’art. 113 c.p.c., comma 2, nel testo “ratione temporis” applicabile), la decisione della causa è solo secondo equità, essendo questo l’unico metro di giudizio adottabile dal giudice; ne consegue che le regole di equità devono ritenersi utilizzate indipendentemente dal fatto che il giudice di pace abbia invocato l’equità per la soluzione del caso singolo, oppure abbia risolto la controversia con richiamo a principi di diritto, atteso che anche in questo caso la lettura delle norme data dal giudice è compiuta in chiave equitativa e non può essere denunciata in cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione di legge.”.

Ciò posto la Corte ritiene il ricorso è inammissibile, non risultando in alcun modo dove e quando e quali siano i principi regolatori della materia, in tema di opposizione a precetto per spese giudiziali, che sarebbero stati violati dall’avvocato V..

In particolare le censure formulate avuto riferimento agli artt. 480 e 615 c.p.c. non individuano violazioni di norme sul procedimento o di principi regolatori della materia, limitandosi a individuare errori di calcolo nel precetto, che, tuttavia non hanno inciso sulla posizione sostanziale del precettato, in quanto questi, come rilevato dalla sentenza impugnata, ha comunque versato una somma minore, né il M. ha evidenziato nocumento alcuno derivantigli dai prospettati errori di calcolo.

Lo stesso è a dirsi con riferimento alla censura svolta avuto riguardo all’eccessiva somma liquidata a titolo di spese difensive, giacché anche in questa ipotesi non si tratta di violazione di norme sul procedimento o di violazione di principi regolatori della materia, come si desume dalla giurisprudenza di legittimità richiamata dal ricorrente, che individua nei parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014 dei “criteri di orientamento della liquidazione del compenso”.

In atto non vi e’, e comunque non è individuata alcuna violazione dei principi regolatori della materia, trattandosi di sentenza che per ragioni di valore deve ritenersi pronunciata secondo equità, né vi è violazione della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Nella specie il ricorso per cassazione proposto non individua in alcun modo, se non mediante un riferimento, alquanto specioso ed equivoco, i principi regolatori della materia.

Per le spese di questo giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo, valutata l’attività professionale espletata e il valore della controversia.

Il Collegio non ritiene sussistenti, allo stato, i presupposti per la condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, non rilevandosi una fattispecie di manifesta temerarietà dell’impugnazione (Cass. n. 21570 del 30/11/2012 Rv. 624393 – 01): “La condanna al pagamento della somma equitativamente determinata, ai sensi del temo comma dell’art. 96 c.p.c., aggiunto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, presuppone l’accertamento della mala fede o colpa grave della parte soccombente, non solo perché la relativa previsione è inserita nella disciplina della responsabilità aggravata, ma anche perché agire in giudizio per far valere una pretesa che si rivela infondata non è condotta di per sé rimproverabile.”).

Deve, inoltre, darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il cd. raddoppio del contributo unificato, se effettivamente dovuto (Sez. U n. 04315 del 20/02/ 2020 Rv. 657198 – 05).

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in Euro in Euro 900,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario al 15%, oltre IVA e CA per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di Cassazione, sezione VI civile 3, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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