Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32859 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32859

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7586-2020 proposta: da:

D.N.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA F.

CORRIDONI 23, presso lo studio dell’avvocato MARIO FRANCHI,

rappresentato e difeso dall’avvocato PIERVITTORIO TIONE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in RON, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4369/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/06/2021, dal Consigliere Relatore Dott.

ANTONIETTA SCRIMA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

D.N.A. ha proposto ricorso per cassazione, basato su due motivi e illustrato da memoria, nei confronti del Ministero della Salute e avverso la sentenza n. 4369/2019, emessa dalla Corte di appello di Napoli e pubblicata il 10 settembre 2019, con la quale, in accoglimento dell’appello del Ministero e in riforma della sentenza di primo grado, è stata rigettata, per intervenuta prescrizione del diritto azionato, la domanda, avanzata dal D.N., di risarcimento danni subiti per la patologia (“epatopatia cronica attiva HCV correlata”) contratta a seguito di trasfusione di sangue infetto effettuata presso la struttura ospedaliera (OMISSIS) di Napoli nel 1978, pochi giorni dopo la sua nascita;

la Corte di merito ha ritenuto prescritto il diritto del ricorrente al risarcimento del danno, ancorando la decorrenza della prescrizione al momento in cui, nel 1997, lo stesso era risultato positivo per HCV con conferma al Ribatest, evidenziando, in particolare, che il 31 ottobre 1997 era stato dimesso dall’A.U.P. Università (OMISSIS) di Napoli con diagnosi di “epatite cronica anti-HCV positiva, HCV RNA positiva”; quella Corte ha fondato la sua decisione sul rilievo che era non condivisibile e non conforme ai criteri di logica “il ragionamento del primo Giudice secondo cui il D.N. nel 1997 – allorché gli era stata diagnosticata l’epatite cronica – non avesse le competenze e le conoscenze idonee e non si fosse assolutamente rappresentato il nesso eziologico fra la patologia e le emotrasfusioni e che, invece, dette conoscenze fossero maturate solo nel giugno 2004 quando dopo un periodo di circa quattro mesi di quiescenza si verificava nuova positivizzazione al virus”; ha ritenuto la Corte territoriale, invece, che, tenuto conto delle consulenze specialistiche richieste, delle indagini effettuate e delle terapie praticate nel corso degli anni e valutate le conoscenze scientifiche dell’epoca, debba escludersi che il D.N. abbia acquisito SOL) nel 2004 piena consapevolezza della malattia e della sua astratta riconducibilità causale alle trasfusioni ricevute nel 1978;

il Ministero ha resistito con controricorso;

la proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo il ricorrente denuncia, in sintesi (v. ricorso p. 2), la “violazione e falsa applicazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), degli artt. 2934, 2935 c.c., dell’art. 2947c.c., comma 1 e dell’art. 2043c.c. e degli art(t). 111 e 32 Cost.”, “in tema di corretta individuazione dell’inizio (exordium) della prescrizione del diritto del risarcimento negli illeciti extracontrattuali cd. lungo latenti (danni da epatite C derivante da trasfusione di sangue e/o emoderivati infetti), coincidente, alla luce della consolidata recente giurisprudenza di legittimità, con il momento della conoscenza/percezione e/o conoscibilità/percepibilità, da parte del danneggiato, della malattia epatica come danno ingiusto conseguente (nesso causale -riconducibilità) al comportamento doloso e/o colposo di un terzo (Ministero della Salute), da valutare adottando l’ordinaria diligenza, tenuto conto delle conoscenze scientifiche del soggetto contagiato, ma, soprattutto, avuto riguardo alle informazioni e indicazioni offerte, al malato (quisque de populo), dai sanitari e medici (personale qualificato) delle strutture consultate, cd. vizio di sussunzione”;

con il secondo motivo il D.N. deduce, in sintesi (v. ricorso p. 2-3), “violazione e falsa applicazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), dell’art. 2935 c.c., dell’art. 2947c.c., comma 1, degli artt. 2697,2727,2729 c.c.”, “in tema di corretto riparto degli oneri probatori, con particolare riferimento alla prova dell’acquisizione nel danneggiato di una percezione e/o percepibilità della malattia epatica come conseguenza della trasfusione (comportamento ingiusto del terzo), come fatto idoneo a far decorrere l’exordium praescription(i)s negli illeciti lungo latenti; criteri corretti di decorrenza della prescrizione; inesistenza di prove documentali e/o elementi anche presuntivi attestanti nel danneggiato il configurarsi dell’illecito extra-contrattuale, con particolare riferimento alla percezione e/o percepibilità del rapporto di causalità tra malattia e trasfusione; cd. vizio di sussunzione”;

i due motivi proposti – che ben possono essere trattati congiuntamente in quanto connessi -, sono fondati;

la Corte di appello si è discostata, dall’orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità in tema di exordium praescriptionis e secondo cui questo non può essere fatto decorrere da un momento antecedente a quello in cui possa ritenersi conseguita, o conseguibile con l’ordinaria diligenza in capo alla vittima, la riconducibilità causale della malattia alla sua causa scatenante, e quindi ai possibili responsabili (v. sul punto, recentemente, Cass., ord. 31/01/2019, n. 2789; Cass., ord., 21/12/2018, n. 33169; Cass., ord., 31/05/2018, n. 13745; Cass., ord., 22/09/20:7, n. 22045);

va in particolare richiamato il principio di diritto espresso da Cass. n. 13745 del 2018, secondo cui “Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto per contagio da emotrasfusioni una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre dal giorno in cui tale malattia venga percepita – o possa essere percepita usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche – quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo. Incorre, pertanto, in un errore di sussunzione e, dunque, nella falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., il giudice di merito che, ai fini della determinazione della decorrenza del termine di prescrizione, ritenga tale conoscenza conseguita o, comunque, conseguibile, da parte del paziente, pur in difetto di informazioni idonee a consentirgli di collegare causalmente la propria patologia alla trasfusione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la dichiarazione anamnestica con la quale il paziente privo di conoscenze mediche – rispondendo ad una non meglio identificata interrogazione del sanitario et” in mancanza di specifiche indicazioni nel referto circa la causa della malattia epatica diagnosticatagli aveva fatto riferimento ad una trasfusione a cui si era sottoposto quindici anni prima, non integrasse il presupposto, rilevante ai fini della decorrenza del termine di prescrizione, della percezione, da parte dello stesso paziente; della riconducibilità causale della patologia alla trasfusione)” (v. in senso conforme Cass., ord., 27/09/2019, n. 24164);

alla luce di tali principi il “fatto”, per come ricostruito dalla Corte territoriale, deve essere ricossi ulto in termini di percezione ed anche solo della percepibilità da parte del D.N. – in occasione della diagnosi di “epatite cronica anti-HCV positiva, HCV RNA positiva”, del 1997 – della riconducibilità sul piano causale della malattia diagnosticatagli alla trasfusione alla quale si era dovuto sottoporre, nel 1978, pochi giorni dopo la nascita, e, dunque, ad un evento che poteva consentirgli di individuare come responsabile il Ministero;

come questa Corte ha già avuto modo di rilevare (v. Cass., ord., 24164/2019, cit.), se è ben vero che il dies a quo della prescrizione non può essere identificato, unitariamente e per tutti i soggetti che hanno subito il contagio, nel giorno della presentazione della domanda per la corresponsione dell’indennizzo, in quanto esso costituisce solo il momento ultimo di decorrenza inziale del termine di prescrizione, in corrispondenza del quale è ragionevole attendersi che il soggetto contagiato, proprio perché si è attivato a richiedere l’indennizzo, disponga delle necessarie informazioni per ricondurre causalmente il contagio verificatosi all’evento scatenante, d’altro canto è errato equiparare la mera diagnosi (nel nostro caso, di epatite cronica anti-HCV positiva, HCV RNA positiva) alla consapevolezza in capo alla vittima della riferibilità di essa alla trasfusione, in mancanza di altri certi e specifici elementi e senza alcun ulteriore approfondimento riguardo al fatto se, in occasione della predetta diagnosi, la vittima fosse stata in qualche modo messa sull’avviso circa una qualche importanza, se non della rilevanza, della pregressa trasfusione, in relazione alla condizione diagnosticatagli (v. anche Cass., ord., 9/07/2020, n. 14430);

nulla, infatti, è dato sapere dalla sentenza impugnata, una volta comunicata la diagnosi, riguardo alla percepibilità da parte del D.N. della ascrivibilità della malattia diagnosticatagli alla trasfusione; il che sarebbe potuto accadere solo se fossero state fornite dal sanitario nel referto informazioni atte a consentire all’interessato il collegamento con la causa della patologia o se lo stesso fosse stato messo in condizione di assumere tali conoscenze; in difetto di tali informazioni ha errato in iure la Corte territoriale a desumere dal dato della predetta diagnosi, facendo peraltro genericamente riferimento a “consulenze specialistiche richieste,… indagini effettuate e… terapie praticate nel corso degli anni… e… conoscenze scientifiche dell’epoca”, l’acquisizione da parte della vittima della consapevolezza; detta acquisizione, pur in mancanza di tali informazioni, sarebbe stata configurabile solo se il D.N. avesse avuto e si fosse dimostrato che avesse un livello di conoscenze mediche tali da porlo in condizione di ricollegare la malattia diagnosticatagli alla trasfusione, né a tanto valgono i generici riferimenti fatti dalla Corte territoriale alle consulenze specialistiche richieste, alle indagini effettuate e alle terapie praticate nonché alle conoscenze scientifiche dell’epoca;

deve, quindi, ribadirsi che la consapevolezza idonea a far decorrere il termine di prescrizione è da apprezzarsi tenendo conto che per il quivis de populo il naturale mediatore della conoscibilità della riconducibilità (nella specie, della malattia alla trasfusione), allorquando non si dimostri una sua particolare attitudine ad acquisirla, non può che essere l’indicazione del medico e, pertanto, di norma, deve ritenersi che occorra che il collegamento sia frutto di tale specifica indicazione; deve, pertanto, accertarsi se siano state fornite informazioni atte a consentire all’interessato il collegamento con la causa della patologia o se lo stesso sia stato quanto meno posto in condizione di assumere tali conoscenze;

del tutto centrata sulla peculiarietà del caso concreto e, pertanto, non contrastante è Cass., ord. 13/07/2018, n. 18521;

alla luce di quanto sopra evidenziato, il ricorso va accolto; la sentenza impugnata va cassata e la causa va rinviata alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità, affinché si uniformi al principio di diritto sopra enunciato;

stante l’accoglimento del ricorso, va dato atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – della Corte Suprema di Cassazione, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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