Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32857 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 08/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32857

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 353-2020 proposto da:

G.R., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato RAFFAELE FERRARA;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati MAURO

SFERRAZZA, MARIA PASSARELLI, VINCENZO TRIOLO, VINCENZO STUMPO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3256/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. DANIELA

CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di Napoli, con sentenza n. 3256/2019, ha accolto l’impugnazione proposta dall’INPS nei confronti di G.R. avverso la sentenza di primo grado di accoglimento della domanda della stessa tesa ad ottenere l’accertamento del proprio diritto alla erogazione dell’indennità di mobilità per il periodo compreso tra il 16 luglio 2009 ed il 30 giugno 2012;

la Corte d’appello, premesso che per ottenere l’indennità di mobilità è necessario (come per l’indennità di disoccupazione che La L. n. 223 del 1991, art. 7, comma 12, richiama) farne domanda e che da tale diritto si decade se l’interessato non la presenta entro 60 giorni dall’inizio del periodo di disoccupazione, ha osservato che, nel caso di specie, era accaduto che la G. aveva presentato una prima domanda diretta ad ottenere l’indennità di mobilità il 3 agosto 2009, rigettata dall’INPS per la mancanza di iscrizione nelle liste di mobilità, e già con riguardo a questa domanda era incorsa nella decadenza annuale di cui al D.P.R. n. 639 del 1970, art. 47, essendo il relativo termine scaduto 3 giugno 2011 mentre la domanda giudiziale era stata depositata solo il 17 febbraio 2016;

inoltre, anche a voler considerare la seconda domanda del 25 marzo 2015, anche per questa si sarebbe comunque determinata la decadenza prevista dal R.D.L. n. 1827 del 1835, art. 129, comma 5, essendo il licenziamento, dies a quo del calcolo del termine, avvenuto il 16.7.2009; la Corte territoriale ha, in particolare, chiarito che erroneamente il Tribunale aveva ritenuto implicito nell’accertamento del diritto all’iscrizione nelle liste di mobilità, cui l’INPS era rimasto estraneo, anche il diritto alla relativa indennità;

avverso tale sentenza ricorre G.R. sulla base di due motivi, successivamente illustrata da memoria con la quale ha sollecitato la trattazione in pubblica udienza;

resiste l’INPS con controricorso;

la proposta del relatore, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale non partecipata, è stata ritualmente comunicata alle parti.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e o falsa applicazione del R.D.L. n. 1827 del 1835, art. 129, comma 5, in relazione agli artt. 2964 e 2969 c.c. nonché violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 639 del 1970, art. 47, della L. n. 533 del 1973, art. 7, della L. n. 88 del 1989, art. 46, commi 5 e 6, e della L. n. 223 del 1991, art. 6, posto che il licenziamento, relativo al lavoro non regolarizzato, era avvenuto il 16 luglio 2009 e la domanda per l’indennità di mobilità era stata presentata il 3 agosto 2009 e dopo tale adempimento era stato proposto un giudizio per fare accertare l’obbligo di iscrizione nelle liste di mobilità, per cui non veniva per nulla in gioco l’applicabilità dell’istituto della decadenza ex art. 47 cit.;

con il secondo motivo si denuncia la violazione e o falsa applicazione del R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 129, anche in relazione all’art. 3 Cost., nonché degli artt. 1362 e ss. c.c. e degli artt. 1,12 e 14 preleggi in relazione all’art. 129 R.D.L. n. 1827 del 1935 ed agli artt. 2964,2968 e 2969 c.c., posto che il citato tessuto normativo non potrebbe essere interpretato nel senso irragionevolmente considerato dalla sentenza impugnata che non rispecchierebbe la realtà economica attuale caratterizzata, come nel caso di specie, da rapporti di lavoro irregolari e di difficile emersione;

i due motivi di ricorso, connessi e quindi da trattare congiuntamente, sono infondati;

e’ opportuno chiarire che la sentenza impugnata poggia sulla corretta scansione del procedimento amministrativo relativo al riconoscimento dell’indennità di mobilità, nel senso che l’iscrizione nelle liste di mobilità di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 6, funge da presupposto della previsione della stessa legge, art. 7, come viene testualmente indicato da tale disposizione al comma 1;

questa Corte di cassazione (vd. SS.UU. n. 11326 del 2005) ha infatti precisato che ” (…) l’art. 7, comma 1), identifica come titolari del diritto all’indennità di mobilità (non le aziende, bensì) “i lavoratori collocati in mobilità… -“, attuando, quindi un modello di attribuzione della prestazione condizionato nell’an, nonché proporzionato nel quantum, alla “debolezza” sul mercato del lavoro del lavoratore licenziato, che, al tempo stesso, sollecita, attraverso incentivi di varia natura, ad attivarsi nella ricerca di una nuova occupazione, non senza prescrivere a suo carico anche una serie di doveri proprio in questa direzione (art. 9, comma 1, lett. a-c). (…) Significative di una tale opzione legislativa di fondo sono, come meglio si vedrà, non solo quelle disposizioni che fissano dei limiti massimi di durata della indennità di mobilità, o che prevedono il venir meno del trattamento qualora il lavoratore si renda indisponibile ad accettare le occasioni di riqualificazione professionale o le stesse possibilità di reimpiego adeguato previste a suo favore, ma, altresì, quelle che dispongono la progressiva riduzione della entità della prestazione inizialmente percepita in considerazione del prolungarsi dell’intervento previdenziale”;

dunque, si è precisato che la L. n. 223 del 1991, art. 7, necessariamente presuppone – perché insorga il diritto alla erogazione della indennità – (non già e non solo il mero stato di sopravvenuta disoccupazione, bensì) l’iscrizione del lavoratore nelle liste di mobilità all’esito della procedura di consultazione sindacale di cui alla stessa legge, art. 4; iscrizione che – lungi dal costituire un adempimento meramente formale – comporta uno status per il lavoratore da cui discendono plurime conseguenze strettamente legate alla percezione del trattamento indennitario (in questi termini, Corte Cost. sent. 27 luglio 1995 n. 413);

pertanto, dall’accertamento del diritto alla iscrizione nelle liste di mobilità non può scaturire implicitamente il diritto a percepire l’indennità di mobilità che necessita, come per tutte le prestazioni previdenziali, della presentazione di apposita domanda amministrativa (vd. Cass. n. 18528/2011; SS.UU. 17382/2002); si e’, in tali occasioni, precisato che l’indennità di mobilità, di cui alla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 7, costituisce un trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella legge, ma non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo, come tutti i trattamenti previdenziali, la presentazione di una domanda all’INPS – che non potrebbe altrimenti attivarsi non conoscendo le relative condizioni – entro i termini di decadenza stabiliti dalla normativa in materia di disoccupazione involontaria, applicabile per l’indennità di mobilità in virtù dello specifico richiamo operato nel cit. art. 7, comma 12 (sì che tale normativa deve considerarsi inserita a tutti gli effetti formali e sostanziali nella nuova norma istitutiva dell’indennità di mobilità);

correttamente, dunque, la Corte d’appello ha ritenuto dirimente la circostanza che alla data di presentazione della domanda di indennità di mobilità fosse decorso, ai sensi del R.D.L. citato, art. 129, il termine di decadenza di sessantotto giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro, essendo irrilevante che lo stesso sia regolare o irregolare (cd. in nero) e se la sua causa di estinzione si sia prodotta in modo formale o meno;

come affermato da Cass. n. 7521 del 2017, infatti la giurisprudenza consolidata è nel senso che anche per l’indennità di mobilità sia necessaria la domanda dell’interessato da presentare nei termini previsti per indennità di disoccupazione;

secondo quanto risulta dalla sentenza impugnata e confermato in ricorso, la medesima lavoratrice ricorrente aveva sostenuto nel ricorso introduttivo che il suo rapporto di lavoro fosse cessato il 16 luglio 2009;

dunque, a prescindere dal fatto che si trattasse di un rapporto regolare o irregolare, ella avrebbe dovuto inoltrare tempestiva istanza all’INPS per ottenere l’indennità di mobilità, a decorrere dallo stesso dies a quo sopraindicato come data di cessazione del rapporto (se del caso, in uno con la denuncia di irregolarità del rapporto), Non rilevando a tal fine la natura regolare o meno del rapporto e neppure il modo (formale o meno) attraverso cui si fosse prodotta la fattispecie estintiva del rapporto: una volta assodato (per ammissione della stessa lavoratrice) che il rapporto di lavoro fosse cessato il 16.7.2009;

pertanto, a nulla rileva che il rapporto di lavoro sia stato riconosciuto giudizialmente in data successiva e solo dopo che la ricorrente sia stata iscritta nelle liste di mobilità;

le considerazioni sin qui svolte impongono dunque di rigettare il ricorso e di condannare la ricorrente, rimasta soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3000 per compensi professionali, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% e spese accessorie di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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