Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32834 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32834

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19309-2020 proposto da:

A.E.D., elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato LUCCI MATTEO;

– ricorrente –

contro

GENERALI ITALIA SPA (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARDINAL DE LUCA

10, presso lo studio dell’avvocato PIEZZI FULVIO, che la rappresenta

e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3378/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 19/06/2019.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

con sentenza resa in data 19/6/2019, la Corte d’appello di Napoli ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado ha rigettato la domanda proposta da A.E.D. per la condanna delle Assicurazione Generali s.p.a. (successivamente Generali Italia s.p.a.), quale impresa designata per il fondo di garanzia delle vittime della strada, al risarcimento dei danni asseritamente subiti dall’attore a seguito di un sinistro stradale riconducibile all’integrale responsabilità di un autoveicolo rimasto ignoto;

a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato come il primo giudice avesse correttamente affermato la mancata acquisizione di alcuna prova certa in ordine all’effettiva verificazione del sinistro stradale così come dedotto dall’originario attore, con la conseguente impossibilità di imputare a un preteso autoveicolo rimasto ignoto la responsabilità del sinistro indicato dall’ A.;

avverso la sentenza d’appello A.E.D. propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi di impugnazione, illustrati da successiva memoria;

la Generali Italia s.p.a. resiste con controricorso;

nessun altro intimato ha svolto difese in questa sede;

a seguito della fissazione della camera di consiglio, la causa è stata trattenuta in decisione all’odierna adunanza camerale, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione della L. n. 990 del 1969, art. 19, per avere la corte territoriale erroneamente attribuito una rilevanza probatoria alle circostanze della tardiva proposizione della querela, da parte dell’attore, in relazione al fatto denunciato, nonché all’avvenuta mancata indicazione, da parte dell’ A., nella denuncia-querela presentata alla polizia, delle persone che avrebbero assistito al fatto (successivamente chiamate a testimoniare in sede giudiziale), attese, da un lato, le contrarie indicazioni desumibili, sul piano del ragionamento probatorio, dall’insegnamento della giurisprudenza di legittimità e, dall’altro, l’avvenuta proposizione della ridetta querela entro i termini previsti dall’art. 124 c.p. e la sostanziale irrilevanza dell’indicazione di testimoni nella denuncia presentata alle autorità di polizia;

con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per avere il giudice d’appello erroneamente attribuito rilevanza probatoria alla valutazione del comportamento dell’infortunato e alle indicazioni contenute nel certificato di pronto soccorso, e per avere, infine, erroneamente condotto il giudizio di attendibilità della prova testimoniale acquisita al giudizio sulla base di mere opinioni prive di riscontro negli atti processuali;

entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili per ragioni di connessione – sono inammissibili;

osserva, al riguardo, il Collegio come, attraverso le censure indicate (sotto entrambi i profili di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), il ricorrente si sia sostanzialmente spinto a sollecitare la corte di legittimità a procedere a una rilettura nel merito degli elementi di prova acquisiti nel corso del processo, in contrasto con i limiti del giudizio di cassazione e con gli stessi limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (nuovo testo) sul piano dei vizi rilevanti della motivazione;

in particolare, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente risulta aver prospettato le proprie doglianze attraverso la denuncia di un’errata ricognizione della fattispecie concreta, e non già della fattispecie astratta prevista dalle norme di legge richiamate (operazione come tale estranea al paradigma del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica del ricorrente, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sé incontroverso, insistendo propriamente l’ A. nella prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti di causa, rispetto a quanto operato dal giudice a quo;

osserva sul punto il Collegio come la combinata valutazione delle circostanze di fatto indicate dalla corte territoriale a fondamento del ragionamento probatorio in concreto eseguito (secondo il meccanismo presuntivo di cui all’art. 2729 c.c.) non può in alcun modo considerarsi fondata su indici privi, ictu oculi, di quella minima capacità rappresentativa suscettibile di giustificare l’apprezzamento ricostruttivo che il giudice del merito ha ritenuto di porre a fondamento del ragionamento probatorio argomentato in sentenza, con la conseguente oggettiva inidoneità della censura in esame a dedurre la violazione dell’art. 2729 c.c. nei termini analiticamente indicati da Cass., Sez. Un., n. 1785 del 2018 (v. in motivazione sub par. 4. e segg.);

nel caso di specie, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe dei motivi d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dall’odierno ricorrente deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti e dei fatti di causa;

si tratta, come appare manifesto, di un’argomentazione critica con evidenza diretta a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di una tipica censura diretta a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato;

ciò posto, i motivi d’impugnazione così formulati devono ritenersi inammissibili, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante, sul quale la sentenza doveva pronunciarsi, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti;

a tale ultimo riguardo è appena il caso di sottolineare come il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, possa ritenersi denunciabile per cassa-

zione, unicamente là dove attenga all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia);

sul punto, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. per tutte, Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831);

pertanto, dovendo dunque ritenersi definitivamente confermato il principio, già del tutto consolidato, secondo cui non è consentito richiamare la corte di legittimità al riesame del merito della causa, le odierne doglianze del ricorrente devono ritenersi inammissibili, siccome dirette a censurare, non già l’omissione rilevante ai fini dell’art. 360 c.p.c., n. 5, bensì la congruità del complessivo risultato della valutazione operata nella sentenza impugnata con riguardo all’intero materiale probatorio, (2)che, viceversa, il giudice a quo risulta aver elaborato in modo completo ed esauriente, sulla scorta di un discorso giustificativo dotato di adeguata coerenza logica e linearità argomentativa, senza incorrere in alcuno dei gravi vizi d’indole logico-giuridica unicamente rilevanti in questa sede;

con il terzo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 115 c.p.c., per avere la corte territoriale sostanzialmente omesso di rilevare la mancata contestazione, ad opera di controparte, dei fatti dedotti in giudizio dall’attore;

il motivo è inammissibile;

al riguardo – fermo l’assorbente rilievo dell’inadeguato assolvimento, da parte del ricorrente, degli oneri di allegazione e produzione imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6, non avendo lo stesso provveduto all’integrale allegazione e/o trascrizione degli atti processuali di controparte idonei a render conto dell’effettivo difetto di contestazione dedotto, nella misura e secondo il grado preteso – varrà considerare come del tutto correttamente la corte territoriale abbia trascurato l’influenza della pretesa mancata contestazione, da parte della convenuta, dei fatti riguardanti le modalità di verificazione del sinistro dedotto in giudizio, trattandosi di fatti da detta convenuta legittimamente ignorati (siccome riferibili alla sfera di esclusiva pertinenza dell’attore), con la conseguente decisiva incidenza, al riguardo, del consolidato principio della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale l’onere di contestazione – la cui inosservanza rende il fatto pacifico e non bisognoso di prova – sussiste soltanto per i fatti noti alla parte, non anche per quelli ad essa ignoti (cfr. Sez. L, Ordinanza n. 87 del 04/01/2019, Rv. 652044 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 14652 del 18/07/2016, Rv. 640518 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 3576 del 13/02/2013, Rv. 625006 – 01), avuto altresì riguardo alla mancata dimostrazione, da parte ricorrente, dell’effettiva e concreta conoscenza, in capo alla controparte, delle circostanze assunte come incontroverse;

sulla base di tali premesse, dev’essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al rimborso, in favore della società controricorrente, delle spese del presente giudizio secondo la liquidazione di cui al dispositivo, oltre all’attestazione della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 5.000,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, della Corte Suprema di Cassazione, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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