Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32783 del 13/12/2019

Cassazione civile sez. III, 13/12/2019, (ud. 25/09/2019, dep. 13/12/2019), n.32783

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

TOP PRINT ARTI GRAFICHE SRL in persona dell’amministratore unico e

legale rappresentante p.t. M.B., elettivamente domiciliata

in ROMA, PIAZZA DELLA LIBERTA’ 20, presso lo studio dell’avvocato

SALVATORE SICA, rappresentata e difesa dagli avvocati RAFFAELE

SANTORO, BRUNO MEOLI;

– ricorrente –

contro

DIAGRAPH SRL, IN LIQUIDAZIONE in persona dell’amministratore unico e

legale rappresentante F.F., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DONATELLO, 23, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO

VILLA PIZZI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente

e contro

ICCREA BANCAIMPRESA SPA;

– intimata –

Nonchè da:

ICCREA BANCAIMPRESA SPA, nella sua qualità di mandataria che agisce

in persona del Procuratore Speciale Dott. C.A.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO POMA 4, presso lo

studio dell’avvocato MARCO BALIVA, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato SILVIA BALIVA;

– ricorrente incidentale –

contro

TOP PRINT ARTI GRAFICHE SRL, GIGRAPH SRL IN LIQUIDAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 6667/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/10/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/09/2019 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La società Top Print Arti Grafiche S.r.l. (d’ora in poi, “Top Print”) ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza n. 6667/17, del 20 ottobre 2017, della Corte di Appello di Roma, che respingendo il gravame esperito dall’odierna ricorrente avverso la sentenza n. 7472/12 del Tribunale di Roma – ha rigettato la domanda di risoluzione, per impossibilità sopravvenuta ovvero per inadempimento, del contratto di locazione finanziaria, avente ad oggetto un macchinario di stampa, intercorso tra predetta Top Print, in veste di utilizzatrice, e la società Agrileasing S.p.a., quale concedente.

2. Riferisce, in punto di fatto, l’odierna ricorrente di aver convenuto in giudizio, oltre alla società Agrileasing S.p.a. (poi divenuta ICCREA Bancalmpresa S.p.a.), anche la società Digraph S.p.a., fornitrice del bene, lamentando che il macchinario oggetto del contratto di leasing presentava notevoli e gravissime difformità ed anomalie, risultando non conforme alla normativa Europea in materia di sicurezza sul lavoro, tanto da dimostrarsi inidoneo all’uso, così come alla commercializzazione, stante la violazione di cogenti disposizioni di ordine pubblico. Su tali basi, dunque, l’allora attrice chiedeva accertarsi l’esistenza dei lamentati vizi e difformità e, per l’effetto, risolversi il contratto per impossibilità sopravvenuta, ovvero per inadempimento delle società fornitrice e concedente, o, comunque, dichiarare la nullità dello stesso.

Il Tribunale di Roma respingeva, tuttavia, le domande attoree, mentre, in accoglimento delle domande riconvenzionali formulate dalla Agrileasing, dichiarava la risoluzione del contratto per inadempimento dell’utilizzatrice, condannandola alla restituzione del macchinario, oltre al pagamento dei canoni rimasti insoluti.

Proponeva appello l’odierna ricorrente, lamentando che il giudice di prime cure aveva omesso di rilevare e dichiarare la nullità del contratto per violazione di norme imperative e, segnatamente, quella di cui al D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 23, (“Sono vietati la fabbricazione, la vendita, il noleggio e la concessione in uso di attrezzature di lavoro, dispositivi di protezione individuali ed impianti non rispondenti alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In caso di locazione finanziaria di beni assoggettati a procedure di attestazione alla conformità, gli stessi debbono essere accompagnati, a cura del concedente, dalla relativa documentazione”). Infatti, il contratto in questione non risultava essere corredato dalla documentazione richiesta dalla norma “de qua”, e ciò per due concorrenti ragioni: innanzitutto, perchè la dichiarazione di conformità alla direttiva 98/37/CE, prodotta a corredo del contratto, si riferiva ad una macchina individuata con riferimento ad un modello e un numero di matricola diversi da quelli indicati nel contratto di leasing e nella fattura; inoltre, perchè detta certificazione era stata rilasciata e sottoscritta da società avente sede in Stato extracomunitario, laddove, invece, la disposizione di cui al D.P.R. 24 luglio 1996, n. 459, art. 2, impone che la certificazione di conformità sia attestata da un produttore Europeo, ovvero da un suo mandatario che sia residente nell’Unione Europea.

Ciò nonostante la Corte capitolina respingeva il gravame, sul rilievo che, sebbene l’certificati e libretti di istruzione fossero riferiti a macchinario differente da quello consegnato, la società utilizzatrice avrebbe ben potuto richiederli essa stessa al fornitore, ed inoltre, perchè il diverso numero di matricola, rilevato sul macchinario rispetto a quello indicato nel certificato di conformità e nella fattura, non costituirebbe elemento sufficiente a provare che lo stesso non rispetti le normative antinfortunistiche, trattandosi di difformità conseguente ad un mero refuso. Infine, il giudice di appello si richiamava ai principii dell’affidamento e dell’autoresponsabilità, in applicazione dei quali l’utilizzatrice non potrebbe invocare la nullità o la risoluzione del contratto, avendo sottoscritto il verbale di consegna senza contestare l’incompletezza dei certificati che lo accompagnavano.

3. Avverso la sentenza della Corte di Appello capitolina ha proposto ricorso per cassazione la Top Print, sulla base di tre motivi.

3.1. Il primo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – ipotizza violazione e falsa applicazione degli artt. 1418,1343 e 1346 c.c., oltre che dal D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 23.

Si censura la sentenza impugnata in quanto essa, pur dando atto della difformità esistente fra le certificazioni consegnate alla utilizzatrice e il modello e la matricola della macchina, ha ritenuto, tuttavia, che tale circostanza non fosse idonea a giustificare la declaratoria di nullità del contratto. Esito, questo, al quale la Corte capitolina è pervenuta sul – triplice – rilievo che sarebbe stato onere dell’utilizzatrice medesima richiedere, direttamente al fornitore, il certificato o i libretti di istruzione, non senza evidenziare, comunque, che tali errori di individuazione del numero di matricola e del modello costituirebbero “meri refusi”, senza, infine, tacere del fatto che, una volta sottoscritto il verbale di avvenuta consegna, la società utilizzatrice avrebbe determinato, nella concedente, un legittimo affidamento sulla regolarità della certificazione.

Deduce la ricorrente l’erroneità di ciascuna di tali affermazioni, giacchè la nullità non può dipendere, nè essere scongiurata, dal contegno tenuto da una delle parti contrattuali, data l’indisponibilità della sanzione prevista dall’art. 1418 c.c., in caso di contratti contrari a norme di legge inderogabili a o principi di ordine pubblico. Si evidenzia, inoltre, che, non potendo dipendere l’accertamento della nullità del contratto da una verifica in ordine all’effettiva conformità della macchina alle disposizioni in materia di sicurezza sul lavoro, un ruolo fondamentale, al riguardo, viene assolto dalla certificazione, la quale costituisce l’unico parametro in base al quale verificare la regolarità del contratto. Di conseguenza, conclude sul punto la ricorrente, la mancanza di certificazione riferita alla specifica macchina determina, di per sè, una violazione della norma e, con essa, la nullità del contratto.

3.2. Il secondo motivo – anch’esso proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4), – ipotizza violazione e falsa applicazione degli artt. 1418,1343 e 1346 c.c., oltre che dal D.P.R. 24 luglio 1996, n. 459, art. 2.

Ribadisce la ricorrente di aver chiesto al giudice d’appello di dichiarare la nullità del contratto di leasing anche perchè la certificazione di conformità CE era stata redatta da una società che, appartenendo a Paese estraneo all’Unione Europea, non risultava legittimata ad emetterlo. Di qui, dunque, la violazione, da parte della Corte capitolina, della disciplina legislativa suddetta, laddove si è ritenuto che gli errori individuati nelle certificazioni fossero imputabili a meri refusi, in quanto tale affermazione non considera che la certificazione in sè, poichè di provenienza da soggetto non legittimato ad emetterla, non poteva essere apprezzata ai fini dell’accertamento dell’osservanza del disposto del D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 23, comma 2.

3.3. Il terzo motivo, infine, ipotizza “vizio assoluto di motivazione e/o omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione”.

Si censura, in questo caso, l’affermazione della Corte territoriale secondo cui il diverso numero di matricola rilevato sul macchinario, rispetto a quello indicato nel certificato di conformità e nella fattura, non sarebbe elemento sufficiente a provare che il macchinario stesso non rispettasse le norme antinfortunistiche.

Così pronunciandosi, tuttavia, il giudice di appello non avrebbe affatto motivato la sua decisione con riferimento alla prospettata questione della radicale invalidità della certificazione, a cagione della sua provenienza da soggetto non legittimato ad emetterla, donde il vizio di cui in rubrica.

4. Ha resistito all’avversaria impugnazione, con controricorso, la società ICCREA Bancimpresa, chiedendone il rigetto, ed esperendo, altresì, ricorso incidentale condizionato, sulla base di un unico motivo.

4.1. In via preliminare, la controricorrente evidenzia come entrambi i contratti collegati, attraverso i quali il macchinario venne messo a disposizione della Top Print (ovvero, quello di acquisto del bene dalla società Digraph, nonchè quello di locazione finanziaria) prevedessero che la loro efficacia fosse condizionata alla sottoscrizione del verbale di consegna e collaudo del bene. Orbene poichè detti verbali prevedevano, tra le altre verifiche ed accettazioni, anche l’accertamento della regolarità del macchinario sotto il profilo della marchiatura CE, oltre che della regolarità e conformità alle direttive comunitarie in materia, una volta sottoscritto il relativo verbale, ed acquisita così efficacia da entrambi i rapporti negoziali collegati, la società concedente sarebbe stata espressamente esonerata – a norma dell’art. 10 del contratto di leasing – da qualsiasi responsabilità per vizi, anche se sopravvenuti, e difetti di funzionamento, o comunque tali da impedire o ridurre l’utilizzazione del bene oggetto della locazione finanziaria.

Su tali basi, pertanto, la controricorrente, con specifico riferimento al primo motivo di ricorso, osserva che nessuna violazione del D.P.R. n. 459 del 1996, art. 23, comma 2, sarebbe ipotizzabile nel caso di specie, avendo essa “curato” la consegna della documentazione di cui alla norma “de qua”. Di ciò, del resto, sussisterebbe piena prova, dal momento che tale circostanza risulta certificata e asseverata – attraverso la sottoscrizione dei verbali di consegna e collaudo – proprio da chi, nel presente giudizio, ha invece lamentato la mancata esecuzione di tale obbligazione.

Quanto, invece, al secondo motivo di ricorso, la controricorrente sottolinea come la sottoscrizione dei verbali di consegna e collaudo del macchinario, secondo quanto evidenziato dalla sentenza impugnata, assumerebbe una valenza confessoria in ordine all’integrale rispetto della normativa antinfortunistica.

Nè, infine, la sentenza impugnata sarebbe incorsa in alcuna omissione o difetto motivazionale, donde la non fondatezza anche del terzo motivo di ricorso.

4.2. Con ricorso incidentale condizionato, esperito per l’ipotesi in cui questa Corte dovesse ravvisare l’eccepita nullità del contratto, la controricorrente torna a riproporre la domanda ritenuta assorbita dal giudice d’appello.

Poichè, infatti, per effetto della sottoscrizione dei verbali di consegna e collaudo, la società concedente è risultata tenuta ad acquistare e pagare il bene nei confronti di Digraph, essa, nella denegata ipotesi di declaratoria di nullità del contratto di leasing, avrebbe diritto a vedersi restituire le somme anticipate a tale scopo, giacchè – in applicazione dell’art. 20 del contratto di leasing – Top Print sarebbe tenuta a restituire alla concedente l’importo della fornitura, avendola indotta al pagamento della stessa senza la dovuta diligenza.

5. Ha resistito all’avversaria impugnazione anche la società Digraph, chiedendone il rigetto sulla scorta di considerazioni analoghe a quella dell’altra controricorrente.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

6. Il ricorso principale va rigettato.

6.1. Il primo motivo non è fondato.

6.1.1. La questione relativa all’ipotizzata nullità – ex art. 1418 c.c., comma 1, prima parte, – per violazione della norma (asseritamente imperativa) di cui al D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 23, deve essere risolta alla luce di un precedente arresto di questa Corte (Cass. Sez. 3, sent. 19 febbraio 2008, n. 4235, Rv. 601855-01.

Invero, come ricorda lo stesso ricorrente, il legislatore, dopo aver inizialmente stabilito – con il D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, art. 6, comma 2, – che sono “vietati la vendita, il noleggio, la concessione in uso e la locazione finanziaria di macchine, attrezzature di lavoro e di impianti non rispondenti alla legislazione vigente”, è intervenuto sul testo di tale norma (con il D.Lgs. 19 marzo 1996, n. 242, art. 4), stabilendo che chi “concede in locazione finanziaria beni assoggettati a forme di certificazione o di omologazione obbligatoria è tenuto a che gli stessi siano accompagnati dalle previste certificazioni o dagli altri documenti previsti dalla legge”.

Orbene, tale disposizione è stata sostanzialmente riprodotta nel citato D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 23, comma 2, (“In caso di locazione finanziaria di beni assoggettati a procedure di attestazione alla conformità, gli stessi debbono essere accompagnati, a cura del concedente, dalla relativa documentazione”).

Ciò detto, la sentenza di questa Corte sopra meglio identificata chiamata ad interpretare il testo del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 6, comma 2, come novellato dal D.Lgs. n. 242 del 1996, art. 4, ha espressamente escluso che la violazione, da parte del locatore finanziario, dell’obbligo di “assicurare” che i beni assoggettati a forme di certificazione o di omologazione obbligatoria siano accompagnati dalle previste certificazioni o dagli altri documenti stabiliti dalla legge sia sanzionabile con la nullità del contratto. Difatti, proprio alla stregua di un confronto tra l’originaria previsione normativa e quella frutto di modificazione, questa Corte ha ritenuto che il testo “novellato” di quella norma “non vieta più la locazione finanziaria di macchine, attrezzature di lavoro e di impianti non rispondenti alla legislazione vigente (come, invece, previsto prima della novella), ma si limita a stabilire che chiunque concede in locazione finanziaria beni assoggettati a forme di certificazione o di omologazione obbligatoria è tenuto a che gli stessi siano accompagnati dalle certificazioni o dagli altri documenti previsti dalla legge”.

Su tali basi, pertanto, questa Corte ha riformato, sul punto, la decisione (allora) impugnata che aveva rilevato, “ex officio”, la nullità del contratto.

Orbene, tale principio va riconfermato con riferimento alla nuova norma (il D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 23, comma 2), modellata totalmente sulla stessa falsariga di quella precedente.

In nessun caso, dunque, la mancata consegna della certificazione poteva determinare la nullità del contratto, ciò che rende irrilevante ogni questione circa la difformità – nello stesso – dell’indicazione del modello e del numero di matricola del macchinario, rispetto a quello effettivamente consegnato.

6.2. Il secondo motivo è, invece, inammissibile.

6.2.1. Invero, il ricorrente deduce di aver proposto motivo di gravame volto a far di dichiarare la nullità del contratto di leasing anche perchè la certificazione di conformità CE era stata redatta da una società che, appartenendo a Paese estraneo all’Unione Europea, non risultava legittimata ad emetterlo.

Di tale motivo di gravame non vi è però traccia nella sentenza impugnata, nè il ricorrente risulta aver rispettato, nel formulare il presente motivo di ricorso, le condizioni previste dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

Invero, va richiamato, sul punto, il principio secondo cui, “ove una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga detta questione in sede di legittimità ha l’onere, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegarne l’avvenuta deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente vi abbia provveduto, onde dare modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare nel merito la questione stessa” (Cass. Sez. 2, ord. 24 gennaio 2019, n. 2038, Rv. 652251-02).

Nel caso di specie, il ricorso (tra l’altro, nell’illustrazione non del presente motivo, ma di quello che segue), si limita a riportare uno stralcio della pagina 12 dell’atto di appello, nel quale si legge “L’attestazione di conformità è stata sottoscritta dalla Società Sakurai – e cioè da una società con sede in un Paese extracomunitario – e dunque in violazione della disposizione di cuì al D.P.R. 24 luglio 1996, n. 459, che, al suo art. 2, impone che la certificazione di conformità sia attestata dal produttore Europeo ovvero dal suo mandatario che sia residente nell’Unione Europea”. Nulla di più è dato sapere, ed in particolare se (e come) tale rilievo si sia tradotto in un motivo, autonomo, di gravame, donde l’inammissibilità dell’odierno motivo di ricorso.

Nè, d’altra parte, ad escludere tale esito potrebbe valere il rilievo che, nella sostanza, quello dedotto dal ricorrente (sebbene rubricato come un vizio di violazione di legge, o meglio come “error in iudicando”) sia, nella sostanza, un vizio processuale, rispetto ai quali questa Corte è anche giudice del “fatto processuale”, con possibilità di accesso diretto agli atti del giudizio (da ultimo, Cass. Sez.6- 5, ord. 12 marzo 2018, n. 5971, Rv. 647366-01).

Se è vero, infatti, che – in questi casi – “il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda”, resta, nondimeno, inteso che l’ammissibilità del sindacato demandato a questa Corte è comunque subordinata alla condizione che “la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito (ed oggi quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4”, (Cass. Sez. Un., sent. 22 maggio 2012, n. 8077, Rv. 622361-01). Ancora di recente, infatti, è stato affermato da questa Corte che la “deduzione con il ricorso per cassazione di “errores in procedendo”, in relazione ai quali la Corte è anche giudice del fatto, potendo accedere direttamente all’esame degli atti processuali del fascicolo di merito, non esclude che preliminare ad ogni altro esame sia quello concernente l’ammissibilità del motivo in relazione ai termini in cui è stato esposto, con la conseguenza che, solo quando ne sia stata positivamente accertata l’ammissibilità diventa possibile valutare la fondatezza del motivo medesimo e, dunque, esclusivamente nell’ambito di quest’ultima valutazione, la Corte di Cassazione può e deve procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 13 marzo 2018, n. 6014, Rv. 648411-01).

6.3. Anche il terzo motivo è inammissibile.

6.3.1. A prescindere dalla constatazione che valgono, per esso (almeno con riferimento alla dedotta “omessa motivazione”, trattandosi di vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), gli stessi rilievi di cui sopra, deve rilevarsi, con riferimento all’omesso esame di fatto decisivo, quanto segue.

La ricorrente lamenta, infatti, che la Corte territoriale avrebbe omesso di esaminare la “questione” relativa “alla radicale nullità della certificazione a cagione della sua provenienza da soggetto non legittimato ad emetterlo”.

Così intesa, dunque, la censura non appare idonea ad integrare, neppure astrattamente, il vizio suscettibile di riconduzione al novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)

Il vizio “de quo”, infatti è ipotizzabile quando l’omissione investa “non una “questione” o un “punto” della sentenza” (come avvenuto, invece, nel presente caso), “ma un fatto vero e proprio, e quindi un fatto principale, ex art. 2697 c.c.”, e “cioè, un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo”, oppure un fatto secondario, “cioè, dedotto in funzione di prova di un fatto principale” (cfr., da ultimo, in motivazione Cass. Sez. 1, sent. 8 settembre 2016, n. 17761, R. 641174-01; in senso analogo, ovvero sulla necessità che l’omesso esame investa sempre un “fatto storico, principale o secondario”, si veda anche Cass. Sez. 6-5, ord. 4 ottobre 2017, n. 23238, Rv. 646308-01) e “non deduzioni difensive” (così Cass. Sez. 2, sent. 14 giugno 2017, n. 14802, Rv. 644485-01).

In altri termini, l’omesso esame deve sempre investire “un preciso accadimento, ovvero una precisa circostanza da intendersi in senso storico-naturalistico” (Cass. Sez. 5, sent. 8 ottobre 2014, n. 21152, Rv. 632989-01; Cass. Sez. Un., sent. 23 marzo 2015, n. 5745), ovvero “un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante, e le relative ricadute di esso in termini di diritto” (Cass. Sez. 1, ord. 5 marzo 2014, n. 5133, Rv. 629647-01).

7. Il ricorso incidentale resta assorbito dal rigetto del principale.

8. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo.

9. A carico della ricorrente principale sussiste l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale, condannando la società Top Print Arti Grafiche S.r.l. a rifondere alle società ICCREA Bancalmpresa S.p.a. e Digraph S.p.a. le spese del presente giudizio, che liquida, per ognuna, in Euro 6.200,00, più Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 25 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2019

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