Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32779 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 09/11/2021), n.32779

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2975/2020 proposto da:

M.M., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato CHIARA BELLINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA – SEZIONE

DI VICENZA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e

difeso ex lege dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso cui

Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5377/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 29/11/2019 R.G.N. 2571/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/07/2021 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Venezia, con sentenza n. cronol. 5377/2019, depositata il 29/11/2019, ha confermato il provvedimento di primo grado che aveva respinto la richiesta di M.M., proveniente dal Gambia, di riconoscimento, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria o umanitaria. In particolare, i giudici di merito hanno ritenuto non credibile la vicenda narrata dal richiedente (il quale ha dichiarato di avere abbandonato il proprio paese perché accusato ingiustamente di furto, avvenuto una notte nel negozio dove lavorava come sarto, e di essere stato sottoposto a violenza fisica durante l’interrogatorio per indurlo a confessare, tanto da essere divenuto impotente a causa delle violenze subite), rilevando, inoltre, che detta vicenda aveva esclusivo rilievo penale, sicché comunque la misura di protezione non poteva risolversi in un mezzo per sottrarsi alle indagini della polizia. Quanto alla protezione sussidiaria, rilevava che nella zona di Brikama, ove il richiedente aveva vissuto, non sussisteva una situazione di violenza indiscriminata non controllabile dall’autorità statale.

3. Avverso la suddetta pronuncia M.M. proponeva ricorso per cassazione, affidato tre motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che dichiarava di costituirsi al solo fine di partecipare all’udienza pubblica di discussione).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione delle norme che disciplinano i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria: D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g, artt. 5, 7 e 14, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, lett. c-ter, osservando che i giudici avevano violato il potere-dovere di cooperazione istruttoria ufficiosa, pur essendo la vicenda puntualmente narrata e sussumibile sotto più profili nell’ambito delle tutele garantite dall’ordinamento.

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione, anche quale vizio di motivazione, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. a) e), in punto di onus probandi, cooperazione istruttoria e criteri normativi di valutazione degli elementi di prova e delle dichiarazioni resa di richiedenti.

3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione del principio del “non refoulement” di cui agli artt. 3 CEDU e 33 Convenzione di Ginevra, rilevando che lo straniero che, indipendentemente dall’origine della persecuzione, si trovasse, se respinto o espulso, nella condizione di subire la tortura o pene o trattamenti disumani o degradanti, ha un diritto intangibile in forza delle invocate norme a non essere espulso o respinto.

4. Il primo motivo di ricorso è fondato e va accolto, con assorbimento degli altri motivi. In base ad un consolidato e condiviso orientamento di questa Corte, infatti, la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente non può essere affidata alla mera opinione del giudice ma deve essere il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e tenendo conto “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente” (di cui all’art. 5, comma 3, lett. c), del D.Lgs. cit.), senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto (Cass. 14 novembre 2017, n. 26921; Cass. 25 luglio 2018, n. 19716; Cass. 7 febbraio 2020, n. 2956 e ivi ampi richiami di giurisprudenza); solo sulla base di un esame effettuato nel modo anzidetto, le dichiarazioni del richiedente possono essere considerate inattendibili e come tali non meritevoli di approfondimento istruttorio officioso.

3. Ne deriva che se tale valutazione non discende da un esame effettuato in conformità con i criteri stabiliti dalla legge, è denunciabile in cassazione – con riguardo all’esame medesimo – la violazione delle relative disposizioni (come accade nella specie), la cui sussistenza viene ad incidere “a monte” sulle premesse della valutazione di non credibilità, travolgendola non per ragioni di fatto ma di diritto (Cass. n. 14674 del 09/07/2020).

4. Nella specie i giudici di merito hanno escluso la credibilità soggettiva del ricorrente sottolineando che “il racconto è stato svolto in termini vaghi e inverosimili… in ogni caso esso riguarda una vicenda avente esclusivo rilievo penale, sicché comunque la misura di protezione non può risolversi in un mezzo per sottrarsi alle indagini della polizia”.

5. La suddetta valutazione di non credibilità soggettiva del richiedente risulta fondata su un esame delle dichiarazioni effettuato in modo difforme da come previsto dalla legge e, in particolare, dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in quanto privo di alcun approfondimento istruttorio e di considerazione di tutti gli aspetti significativi esposti nella domanda, mentre l’indicazione della rilevanza solo penale dei fatti narrati contenuta a pg. 5 della sentenza resta priva di rilevanza in difetto di indagine in ordine ai metodi giudiziari e al sistema carcerario del paese di provenienza, a fronte delle violenze subite come narrate dal ricorrente.

6. Conseguentemente la sentenza deve essere cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, che effettuerà l’indagine secondo i parametri indicati, provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA