Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32739 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 13/10/2021, dep. 09/11/2021), n.32739

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8594-2021 proposto da:

P.D., rappresentato e difeso dall’avvocato MICHELE LIGUORI

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto n. 3618 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositato il 29/12/2020;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/10/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie del ricorrente.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

P.D., con ricorso del 15/6/2020 proposto innanzi alla Corte di Appello di Napoli, ha lamentato la violazione del diritto alla durata ragionevole del processo relativamente ad un giudizio di responsabilità civile scaturente da un incidente stradale a seguito del quale era deceduto il padre.

Evidenziava che in primo grado il giudizio era iniziato il 14/5/1992 ed era terminato il 2/10/1998; che in appello era iniziato il 5/11/1999 ed era terminato il 16/10/2002; che il giudizio di legittimità era iniziato il 24/3/2003 ed era terminato il di 8/6/2007; che il giudizio di rinvio era iniziato il 12/11/2007 ed era terminato il 13/1/2012; che il giudizio di revocazione ordinaria avverso la sentenza emessa in sede di rinvio era iniziato il 30/1/2013, ed era terminato il 3/10/2018, data di deposito della sentenza della Corte di Appello di Napoli.

Assumeva quindi che il processo si era protratto circa 23 anni, 4 mesi e 18 giorni e, pertanto, aveva avuto una durata irragionevole. Con decreto monocratico del 19 giugno 2020, la Corte d’Appello ha dichiarato inammissibile il ricorso ed in sede di opposizione avverso tale decreto la Corte d’appello in composizione collegiale con decreto n. 3618 del 29/12/2020, ha accolto la stessa, rilevando che il giudizio di revocazione ordinaria impedisce il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, con la conseguenza che, ai fini della decorrenza del termine di sei mesi per la proposizione della domanda di equa riparazione del processo presupposto, deve aversi riguardo al momento conclusivo del procedimento di revocazione e non a quello in cui è stato definito il giudizio di rinvio.

Pertanto, ha esaminato il merito della domanda, accogliendola ed ha condannato il Ministero della Giustizia a pagare in favore di P.D., in proprio, l’importo di 8.300,00 Euro, il tutto oltre interessi legali di cui all’art. 1284 c.c., comma 1, a decorrere dal 15 giugno 2020. Ha tuttavia dichiarato irripetibili le spese di lite.

Avverso tale decreto P.D. propone ricorso sulla base di un motivo con il quale denuncia la nullità del decreto e del procedimento; violazione e/o falsa applicazione – in relazione alla dichiarata irripetibilità delle spese della doppia fase del giudizio di merito – delle norme ex artt. 91 e 92 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4).

Il Ministero della Giustizia non ha svolto difese in questa fase.

Il ricorrente ha depositato memorie in prossimità dell’udienza.

Rileva il ricorrente che la decisione impugnata disattendendo la soluzione del giudice monocratico, che aveva invece rilevato l’autonomia del giudizio di cognizione dal successivo giudizio di revocazione, traendo da tale assunto la tardività e l’inammissibilità per intervenuta decadenza del ricorso L. 24 marzo 2001, n. 89, ex art. 3, ha rilevato che il giudizio di revocazione ordinaria impedisce il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, con la conseguenza che, ai fini della decorrenza del termine di sei mesi per la proposizione della domanda di equa riparazione del processo presupposto occorre attendere la definizione anche della revocazione, ma ha motivato la decisione di dichiarare irripetibili e, cioè, di compensare integralmente tra le parti le spese di lite della doppia fase del giudizio di merito, osservando che “Le competenze della duplice fase di giudizio vanno dichiarate irripetibili, alla luce del disposto dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nella versione risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 77/2018, tenuto conto del diverso orientamento espresso dal Giudice di legittimità sulla suindicata tematica oggetto di decisione, ipotesi questa riconducibile alla categoria del mutamento di giurisprudenza contemplata dalla menzionata disposizione”.

A detta del ricorrente trattasi di un’erronea applicazione della norma in tema di compensazione, frutto di un’erronea ricognizione del quadro giurisprudenziale relativo all’incidenza della revocazione ordinaria delle sentenze di merito sul termine di proponibilità della domanda di equo indennizzo.

Si deduce altresì che il mero dissenso del giudice di merito rispetto all’orientamento del giudice di legittimità, espresso in una pronuncia, nella specie risalente a circa due anni e mezzo prima dell’instaurazione del processo, non poteva concretizzare l’ipotesi di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, giustificatrice della disposta compensazione delle spese di lite.

Ne deriva che è ingiustificata la scelta di derogare al principio della soccombenza, non ricorrendo alcuna delle ipotesi che in base al testo applicabile ratione temporis dell’art. 92 c.p.c., permettono di compensare le spese (soccombenza reciproca, novità della questione trattata, mutamento della giurisprudenza).

La Corte Costituzionale, tuttavia, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del nuovo testo dell’art. 92 c.p.c., comma 2 “nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni” (Corte Cost. 19/4/18 n. 77), ragioni che la stessa Consulta, seppur a titolo esemplificativo, ha indicato nelle fattispecie “concernenti una “questione dirimente” al fine della decisione della controversia” quali il “sopravvenuto mutamento del quadro di riferimento della causa che altera i termini della lite senza che ciò sia ascrivibile alla condotta processuale delle parti”, “una norma di interpretazione autentica”, “uno ius superveniens, soprattutto se nella forma di norma con efficacia retroattiva”, “una pronuncia di questa Corte, in particolare se di illegittimità costituzionale”, “una decisione di una Corte Europea”, “una nuova regolamentazione nel diritto dell’Unione Europea”, “altre analoghe sopravvenienze”.

Ad avviso del giudice di merito la compensazione troverebbe la sua giustificazione nell’avere disatteso un presunto orientamento contrario del giudice di legittimità, ma tale conclusione è erronea, sia perché il mutamento deve provenire da parte del giudice cui è attribuita la funzione nomofilattica, essendo poi necessario che il mutamento avvenga nel corso del processo.

Nella fattispecie non vi era alcun overruling della Corte di cassazione ma si era verificato che il giudice di merito aveva inteso non aderire al principio affermato da Cass. 11/1/17 n. 552, che risaliva a circa due anni e mezzo prima del deposito del ricorso (15/6/2020).

Inoltre, il precedente rispetto al quale si dichiarava di voler dissentire (Cass. n. 552 del 2017), non deve ritenersi espressivo di un orientamento contrario a quello poi sposato dalla Corte d’Appello.

Il motivo è fondato, dovendosi effettivamente ritenere che non vi fosse un contrario orientamento di questa Corte, quanto alla incidenza sul termine di proposizione della domanda di equo indennizzo, nel caso in cui ad essere interessata dalla revocazione ordinaria sia la sentenza di merito, e ciò diversamente da quanto invece accade per la revocazione, anche ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, della pronuncia del giudice di legittimità.

Depone in tal senso la qualificazione della revocazione per i motivi di cui ai nn. 4 e 5 c.p.c., quale ipotesi di revocazione ordinaria, suscettibile di proposizione nel medesimo termine previsto per il ricorso per cassazione, sicché la proposizione per tali motivi risulta impeditivi del passaggio in giudicato, e determina il differimento della decorrenza del termine per la richiesta di equo indennizzo alla definizione del giudizio di revocazione.

A diversa conclusione deve invece pervenirsi per quanto attiene alla revocazione avverso le decisioni del giudice di legittimità.

Ed, infatti, come anche di recente precisato, in tema di equa riparazione da irragionevole durata di un processo civile conclusosi innanzi alla Corte di cassazione con una decisione di rigetto del ricorso o di inammissibilità o di decisione nel merito, ai fini della decorrenza del termine di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4 – il cui “dies a quo” è segnato dalla definitività del provvedimento conclusivo del procedimento nell’ambito del quale si assume verificata la violazione – occorre avere riguardo alla data di deposito della decisione della Corte, quale momento che determina il passaggio in giudicato della sentenza, a ciò non ostando la pendenza del termine per la revocazione, ex art. 391-bis c.p.c. (Cass. n. 11737 del 2019; Cass. n. 63 del 2017), senza che su tale esito possa incidere la diversa soluzione offerta ai fini della proposizione della domanda di responsabilità civile ai sensi della L. n. 117 del 1988 (cfr. Cass. S.U. n. 26672 del 2020).

Come correttamente evidenziato dalla difesa del ricorrente, il precedente di questa Corte n. 552/2017, aveva ad oggetto un’ipotesi in cui la sentenza di merito era stata impugnata con revocazione straordinaria, il che, essendo tale impugnazione svincolata dal rispetto dei termini ordinari, rende evidente come non impedisca il passaggio in giudicato della sentenza, e quindi la decorrenza del termine di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4.

Ne’ depongono in senso contrario i precedenti a sua volta richiamati da Cass. n. 552 del 2017 (Cass. n. 14970 del 2012; Cass. n. 24358 del 2006), trattandosi di ipotesi nelle quali la revocazione era stata avanzata avverso pronuncia della Suprema Corte ovvero di revocazione delle pronunce del giudice contabile oltre il termine semestrale (cfr. per un’analoga ipotesi, Cass. n. 25179 del 2015 che, risolvendo il contrasto preesistente, ha affermato che sussiste unicità di giudizio tra il giudizio di appello in materia pensionistica del giudice contabile e quello di revocazione, sempre che il secondo sia instaurato nel termine di sei mesi dalla pronuncia della sentenza che ha definito il primo).

Poiché nella fattispecie si verte in un’ipotesi di revocazione ordinaria, proposta nel rispetto del termine di cui all’art. 327 c.p.c., avverso la sentenza emessa in sede di rinvio, correttamente il decreto impugnato ha escluso che la domanda fosse incorsa nella decadenza per la sua presentazione oltre il termine semestrale, ma ha invece errato nel ritenere che tale soluzione determinasse il superamento di un contrario orientamento del giudice di legittimità.

Risulta quindi erroneamente rilevata una delle ipotesi cui la legge, a seguito della riforma, annette la possibilità di compensare le spese, pur a fronte di un esito vittorioso della lite, e per l’effetto, la sentenza impugnata deve essere cassata.

Ritenuto che non appaiono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ponendo le spese del giudizio di opposizione (e ciò alla luce del principio secondo cui l’opposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5-ter, non introduce un autonomo giudizio di impugnazione del decreto che ha deciso sulla domanda, ma realizza una fase a contraddittorio pieno di un unico procedimento, avente ad oggetto la medesima pretesa fatta valere con il ricorso introduttivo; sennonché, ove detta opposizione sia proposta dalla parte privata rimasta insoddisfatta dall’esito della fase monitoria e, dunque, abbia carattere pretensivo, le spese di giudizio vanno liquidate in base al criterio della soccombenza, a misura dell’intera vicenda processuale, in caso di suo accoglimento; Cass. n. 26851 del 2016; Cass. n. 9728 del 2020), e quelle del presente giudizio a carico del Ministero, come liquidate in dispositivo, e con attribuzione all’avv. Michele Liguori dichiaratosene anticipatario.

PQM

Accoglie il ricorso principale, cassa il provvedimento impugnato in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al rimborso in favore del ricorrente delle spese del giudizio di opposizione, che liquida in complessivi Euro 1.700,00, e del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 1.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali, pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge, con attribuzione all’avv. Michele Liguori dichiaratosene anticipatario.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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