Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32727 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2021, (ud. 13/10/2021, dep. 09/11/2021), n.32727

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13805-2020 proposto da:

F.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GOLAMETTO 4,

presso lo studio dell’avvocato FERDINANDO EMILIO ABBATE che,

unitamente all’avvocato MARCO ALUNNI, lo rappresenta e difende

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

avverso il decreto n. 2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato

il 16/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/10/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

F.R. proponeva opposizione avverso il decreto emesso dal Consigliere designato presso la Corte d’Appello di Roma, con il quale era stata accolta parzialmente la domanda di equo indennizzo in relazione alla durata irragionevole di un giudizio civile celebratosi dal marzo 2005 al gennaio 2018 dinanzi al Tribunale di Viterbo, sezione distaccata di Civitacastellana.

La Corte d’Appello in composizione collegiale con decreto n. 2015 del 16/9/2019 ha accolto l’opposizione, e revocando il decreto impugnato, ha liquidato in favore del ricorrente la somma di Euro 3.500,00 a titolo di equo indennizzo, oltre interessi legali a far data dal 14/1/2019, liquidando le spese di lite, da porre a carico del Ministero della Giustizia, in complessivi Euro 1.100 per compensi ed Euro 54,00 per spese, oltre accessori e spese generali.

Quanto alla censura che investiva la determinazione del tempo di durata irragionevole del processo, la Corte rilevava che i rinvii per trattative erano stati contenuti in tre mesi e che il calcolo andava arrestato al luglio 2017 (allorquando le parti avevano concluso un accordo transattivo), dovendosi reputare che la durata successiva del processo non avesse determinato alcun pregiudizio al ricorrente.

Pertanto, detratti tre anni di durata ragionevole, il periodo di tempo indennizzabile ammontava a nove anni.

Era del pari accolta la censura che concerneva il criterio indennitario, che il decreto opposto aveva fissato in Euro 400,00 per anno, ritendendosi congrua la somma di Euro 500,00 annui, atteso l’oggetto del giudizio presupposto.

Infine, liquidava le spese di lite, calcolando al minimo i valori tabellari, con un minimo aumento per le due fasi in cui si è articolato il giudizio unico.

Avverso tale decreto F.R. propone ricorso sulla base di due motivi.

L’Amministrazione non ha svolto difese in questa fase.

Il primo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 2-bis, nella parte in cui è stata liquidata una somma pari ad Euro 3.500,00 a fronte di una durata del processo ritenuta irragionevole calcolata in nove anni.

Si rileva che in tal modo, e sebbene fosse stato evidenziato in motivazione che occorreva riconoscere una somma di Euro 500,00 per ogni anno di ritardo, la somma liquidata attribuisce per ogni anno un importo di Euro 388,88 inferiore al parametro minimo prescritto dalla legge.

Il motivo è inammissibile in quanto denuncia in realtà un errore di calcolo suscettibile di essere emendato mediante il ricorso al procedimento di correzione di errore materiale.

Il decreto impugnato ha chiaramente riportato in motivazione i due fattori da utilizzare al fine di pervenire tramite la loro moltiplicazione, alla quantificazione dell’indennizzo dovuto, avendo per l’appunto, dapprima stabilito in nove anni il periodo di tempo eccedente la durata ragionevole del processo presupposto, e poi, determinato in Euro 500,00 la somma da riconoscere per ogni anno.

L’indicazione quale somma attribuita al ricorrente di Euro 3.500,00, anziché di Euro 4.500,00, come invece correttamente risultante in applicazione di elementari regole matematiche, concreta evidentemente un errore di calcolo al quale la parte può porre rimedio con il procedimento all’uopo predisposto dal legislatore.

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., art. 3, punto 5, della L. n. 89 del 2001, dell’art. 2233 c.c., comma 2, e delle previsioni di cui al D.M. n. 55 del 2014, e del D.M. n. 37 del 2018, in quanto la Corte di merito aveva liquidato il rimborso delle spese di lite in maniera unitaria sia per la fase monitoria che per quella di successiva opposizione, dovendo invece calcolare autonomamente i compensi per le due fasi in cui si articola il procedimento.

Inoltre, anche a considerare il solo giudizio di opposizione, la somma liquidate sarebbe al disotto del minimo legale.

Il motivo è parzialmente fondato.

Va disattesa la censura nella parte in cui il ricorrente pretende il riconoscimento delle spese di lite sulla base di una duplice liquidazione, riferita sia alla fase cd. monitoria che a quella successiva di opposizione.

La richiesta, tuttavia, risulta inaccoglibile alla luce della giurisprudenza di questa Corte che ha appunto escluso la possibilità di addivenire ad una liquidazione cumulativa delle competenze di lite.

Infatti, l’opposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5-ter, non introduce un autonomo giudizio di impugnazione del decreto che ha deciso sulla domanda, ma realizza una fase a contraddittorio pieno di un unico procedimento, avente ad oggetto la medesima pretesa fatta valere con il ricorso introduttivo; sennonché, ove detta opposizione sia proposta dalla parte privata rimasta insoddisfatta dall’esito della fase monitoria e, dunque, abbia carattere pretensivo, le spese di giudizio vanno liquidate in base al criterio della soccombenza, a misura dell’intera vicenda processuale, solo in caso di suo accoglimento, mentre, ove essa venga rigettata, fatta salva l’ipotesi di opposizione incidentale da parte dell’amministrazione, le spese vanno regolate in maniera del tutto autonoma e poste, pertanto, anche a carico integrale della parte privata opponente, ancorché essa abbia diritto a ripetere quelle liquidate nel decreto, in quanto il Ministero opposto, avendo prestato acquiescenza al decreto medesimo, affronta un giudizio che non aveva interesse a provocare e del quale, se vittorioso, non può sopportare le spese (Cass. n. 9728 del 2020; Cass. n. 26851 del 2016; Cass. n. 18200 del 2015).

Avendo la Corte in composizione collegiale accolto l’opposizione avanzata, evidentemente con funzione pretensiva, da parte dello stesso ricorrente, ciò ha determinato la revoca del provvedimento opposto, revoca che travolge anche la statuizione in punto di spese di lite, ed ha imposto una nuova liquidazione ma in chiave complessiva ed unitaria.

Correttamente la decisione impugnata ha quindi proceduto ad un’unica liquidazione.

Tuttavia, la censura risulta fondata quanto alla dedotta violazione, ancorché per la liquidazione unitaria delle spese all’esito del giudizio di opposizione, dei minimi tariffari.

Come già rilevato da questa Corte, e proprio con specifico riferimento alla liquidazione delle spese di lite nelle procedure di cui alla L. n. 89 del 2001 (Cass. n. 1018 del 2018), l’opinione secondo la quale il D.M. Giustizia 10 marzo 2014, n. 55, nella parte in cui stabilisce un limite minimo ai compensi tabellarmente previsti (art. 4) non può considerarsi derogativo del Decreto n. 140, emesso dallo stesso Ministero il 20 luglio 2012, il quale, stabilendo in via generale i compensi di tutte le professioni vigilate dal Ministero della Giustizia, al suo art. 1, comma 7, dispone che “In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa”, non è condivisibile in quanto il D.M. n. 140, risulta essere stato emanato allo scopo di favorire la liberalizzazione della concorrenza e del mercato, adempiendo alle indicazioni della UE, a tal fine rimuovendo i limiti massimi e minimi, così da lasciare le parti contraenti (nella specie, l’avvocato e il suo assistito) libere di pattuire il compenso per l’incarico professionale.

Viceversa, il giudice resta tenuto ad effettuare la liquidazione giudiziale nel rispetto dei parametri previsti dal D.M. n. 55, il quale non prevale sul D.M. n. 140, per ragioni di mera successione temporale, bensì nel rispetto del principio di specialità, poiché, diversamente da quanto affermato dall’Amministrazione resistente, non è il D.M. n. 140 – evidentemente generalista e rivolto a regolare la materia dei compensi tra professionista e cliente a prevalere, ma il D.M. n. 55, il quale detta i criteri ai quali il giudice si deve attenere nel regolare le spese di causa.

Tornando al caso in esame la liquidazione effettuata dalla Corte locale in complessivi Euro 1.100,00 si pone al di sotto dei limiti imposti dal D.M. n. 55, tenuto conto del valore della causa (da Euro 1.100,00 a Euro 5.200,00) e pur applicata la riduzione massima, in ragione della speciale semplicità dell’affare (citato art. 4).

Il provvedimento impugnato deve essere cassato e, sussistendone le condizioni, la causa può essere decisa nel merito, potendo il complessivo compenso essere liquidato in Euro 1.198,50 (Euro 255,00 per la fase di studio, Euro 255,00 per la fase introduttiva, Euro 283,50 per la fase istruttoria, Euro 405,00 per la fase decisionale), oltre IVA e contributo L. n. 576 del 1980, ex art. 11, con distrazione in favore degli avv. Ferdinando Emilio Abbate e Marco Alunni, che ne ha fatto richiesta, dichiarandosi antistatari.

Quanto invece alle spese del presente giudizio, avuto riguardo all’inammissibilità del primo motivo ed al solo parziale fondamento del secondo motivo, si ritiene che possano essere compensate.

P.Q.M.

accoglie nei limiti di cui in motivazione il secondo motivo di ricorso, e dichiarato inammissibile il primo motivo, cassa la decisione impugnata e, decidendo nel merito, liquida a titolo di spese, ponendo la somma a carico del Ministero della Giustizia, per il giudizio di merito svoltosi innanzi alla Corte d’appello di Roma, l’importo complessivo di Euro 1.198,50, oltre spese generali ed accessori, distratto in favore dell’avv.to Ferdinando Emilio Abbate e Marco Alunni; compensa le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA