Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32726 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 09/11/2021), n.32726

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3962-2020 proposto da:

B.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA

MENDOLA N. 32, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE POMPEO PINTO,

rappresentata e difesa dall’avvocato EZIO GUERINONI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 740/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO

depositata il 17/07/2019 R.G.N. 1538/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/07/2021 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA MARIO che ha concluso per accoglimento del primo motivo del

ricorso con assorbimento degli altri motivi;

udito l’Avvocato GIUSEPPE POMPEO PINTO per delega Avvocato EZIO

GUERINONI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Milano ha respinto l’appello di B.M. avverso la sentenza del Tribunale di Lecco che aveva rigettato il ricorso, proposto nei confronti del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, volto ad ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento per esito negativo del periodo di prova, intimato il 26 luglio 2017 dal dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Statale Mons. V.L. di Bellano, e la conseguente condanna del Ministero appellato alla reintegrazione nel posto di lavoro in precedenza occupato di docente di violoncello – classe concorsuale AN77 – ed al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, delle retribuzioni maturate sino alla data della riammissione in servizio.

2. La Corte territoriale, riassunti i fatti di causa, ha rilevato, in sintesi, che correttamente il Tribunale aveva ritenuto infondate le numerose censure, perlopiù di carattere formale, sollevate con il ricorso introduttivo e riproposte in appello, perché alla formulazione del giudizio finale l’amministrazione era pervenuta all’esito di un percorso formativo congruo, nel corso del quale erano state acquisite relazioni, formate da soggetti diversi, tutte convergenti quanto alla valutazione negativa dell’operato della B..

Ha precisato, in particolare, che:

a) la richiamata valutazione aveva riguardato principalmente l’attività di docenza di violoncello svolta presso l’Istituto V. e non solo le ore aggiuntive assegnate nella scuola primaria;

b) la relazione negativa redatta dal dirigente scolastico, che segnalava “comportamenti didattici incongrui, talora nervosi e insofferenti, talora poco equilibrati”, aveva trovato riscontro nei numerosi esposti inviati dalle famiglie e dagli alunni;

c) analogo giudizio era stato espresso dall’ispettore nella relazione del 28 maggio 2017, con la quale era stato anche evidenziato che era emerso “uno scenario di rilevante problematicità, caratterizzato da offese, umiliazioni, confronti tra studenti e con se stessa e scarsa consapevolezza ed autoregolazione dei propri atteggiamenti critici”;

d) anche il Comitato di valutazione aveva espresso parere negativo, dando atto nel verbale del 28 giugno 2018 della difficoltà della docente di rispondere in modo pertinente alle domande alla stessa rivolte;

e) dalla documentazione prodotta emergeva che il percorso formativo era stato adeguatamente concordato attraverso un costante confronto fra l’appellante, il dirigente scolastico e la tutor, la quale aveva mostrato piena disponibilità per le esigenze manifestate dalla B., sicché infondate erano le censure basate sulla mancata conoscenza del provvedimento con il quale, all’esito del primo anno, era stata disposta la ripetizione della prova e sulle carenze dell’attività informativa e di affiancamento.

3. Per la cassazione della sentenza B.M. ha proposto ricorso sulla base di sei motivi, ai quali non ha opposto difese il MIUR, rimasto intimato.

4. La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c. ed ha ulteriormente illustrato le ragioni del ricorso in sede di discussione orale richiesta il D.L. n. 137 del 2020, ex art. 23, comma 8 bis, convertito dalla L. n. 176 del 2020.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 438, comma 3, e, richiamate le deduzioni svolte nel ricorso introduttivo del giudizio di primo grado e nell’atto d’appello, insiste nel sostenere che la prova doveva riguardare la sola attività di docente di violoncello nella scuola secondaria di primo grado, ossia la cattedra per la quale la nomina era stata conseguita, e, pertanto, il dirigente scolastico non poteva assegnarle ore aggiuntive di insegnamento nella scuola primaria. Aggiunge che la violazione del principio secondo cui la prova deve essere svolta con riferimento alle mansioni di assunzione non poteva essere esclusa attribuendo rilievo al consenso prestato dalla docente, consenso che si giustificava in ragione del naturale metus avvertito dal lavoratore durante il periodo di prova.

2. La seconda censura, ricondotta al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, addebita alla Corte territoriale la violazione e falsa applicazione del D.M. n. 850 del 2015, art. 13, comma 1, della L. n. 124 del 1999, art. 4 e dell’art. 2096 c.c.. La ricorrente rileva che il legislatore ha fissato il termine delle attività didattiche al 30 giugno di ogni scolastico sicché il parere del Comitato di valutazione, espresso il 28 giugno 2017, era stato reso prima che fosse stato svolto interamente il periodo di prova e ciò rendeva il recesso illegittimo per violazione dell’art. 2096 c.c..

3. Con la terza critica, formulata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, si deduce “omesso esame da parte della Corte d’appello della mancata comunicazione alla prof.ssa B. da parte del MIUR del provvedimento di mancato superamento del primo periodo di prova; violazione e falsa applicazione del D.M. il 27 ottobre 2015, n. 850, art. 14, comma 3”. La ricorrente premette che i giudici del merito, nel ritenere insussistente il profilo di illegittimità denunciato, hanno ricostruito diversamente i fatti di causa ed aggiunge che la Corte d’Appello ha confuso la comunicazione alla docente, mai avvenuta, con quella alle autorità scolastiche, che non era oggetto di contestazione. Ribadisce che, accertata la violazione del D.M. n. 850 del 2015, art. 14, comma 3, doveva essere ritenuto illegittimo il recesso, intervenuto quando già il rapporto si era consolidato a partire dal 1 settembre 2016.

4. Il quarto motivo denuncia ex art. 360 c.p.c., n. 4 la nullità della sentenza per omesso esame del motivo di appello con il quale era stato eccepito che l’esecuzione del patto di prova non era avvenuta correttamente, in quanto l’utilizzazione nella scuola primaria era stata disposta in assenza di specifiche attività formative.

5. Analoga censura è proposta con il quinto motivo, che addebita alla Corte d’appello di non avere pronunciato sulla necessità di specifica valutazione da parte del dirigente scolastico della programmazione annuale predisposta dalla ricorrente, il cui esame è parte integrante della procedura che, di conseguenza, non si era svolta correttamente.

6. Infine con il sesto motivo è denunciata, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, l’omessa pronuncia sul motivo d’appello con il quale era stata dedotta la violazione dei primi tre commi del D.M. n. 850 del 2015, art. 5, primi tre commi, che impongono di motivare il provvedimento di ripetizione del periodo di formazione, indicando le criticità emerse e le forme di supporto formativo.

7. Il primo motivo di ricorso è infondato, quanto alla denunciata violazione del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 438 e presenta anche profili di inammissibilità nella parte in cui, a sostegno della censura, prospetta una valutazione delle risultanze di causa e della documentazione acquisita, diversa rispetto a quella che si legge nella sentenza impugnata.

Occorre premettere che la disciplina dell’assunzione in prova del personale docente è oggi dettata dalla L. n. 107 del 2015, art. 1, commi da 115 a 120, che, ribadito il principio, comune all’impiego pubblico contrattualizzato, secondo cui l’immissione in ruolo è sempre subordinata al superamento del periodo di formazione e di prova (comma 115), aggiunge che a tal fine è necessario lo svolgimento di servizio effettivo per almeno centottanta giorni, di cui centoventi impegnati nelle attività didattiche (comma 116) e precisa, al comma 117, che il giudizio finale, riservato al dirigente scolastico, deve essere espresso previo parere del comitato per la valutazione istituito ai sensi del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 11 e sulla base dell’istruttoria svolta dal tutor. Il legislatore ha rinviato, quanto alla individuazione degli obiettivi, alle modalità di valutazione, alla disciplina delle attività formative, ad un decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (comma 117) ed infine ha richiamato gli artt. da 437 a 440 del T.U., se compatibili con la nuova disciplina.

4.1. L’art. 438, del quale la ricorrente denuncia la violazione, prescrive che “durante il periodo di prova il personale deve essere impiegato sulla cattedra, sul posto o nell’ufficio per il quale la nomina è stata conseguita” e, quindi, stabilisce una necessaria correlazione fra le mansioni in relazione alle quali l’esperimento deve essere condotto e quelle proprie della cattedra alla quale la nomina si riferisce.

In ciò la disciplina scolastica non si discosta da quella più generale dell’impiego pubblico contrattualizzato in relazione alla quale questa Corte, ribadita l’inapplicabilità dell’art. 2096 c.c., perché la prova avviene ex lege e non per effetto di patto inserito nel contratto di lavoro dall’autonomia contrattuale (Cass. n. 21586/2008; Cass. n. 17970/2010; Cass. n. 655/2015; Cass. n. 9296/2017; Cass. n. 21376/2018), ha osservato che dalla doverosità dell’assunzione in prova deriva che il regolamento contrattuale viene ad essere necessariamente integrato, ex art. 1339 c.c., dalla disciplina dettata dal legislatore e dalle parti collettive, sicché ciò che rileva ai fini della legittimità del recesso è solo che la valutazione sull’esito dell’esperimento venga espressa dopo un adeguato periodo di assegnazione a mansioni proprie della categoria o del profilo professionale di assunzione, sia motivata e sia coerente con le finalità della prova Cass. n. 32877/2018).

4.2. Ne discende che, al fine di accertare se una determinata prestazione possa essere o meno ricompresa fra quelle oggetto di esperimento, occorre indagare quali siano gli obblighi posti al personale docente e, quindi, chiedersi se l’assegnazione della cattedra in relazione ad un determinato insegnamento implichi che necessariamente la prestazione debba rimanere circoscritta alla classe, oltre che alla materia di competenza, o se invece l’autonomia scolastica incida anche sulle attività esigibili dal docente che, in quanto tali e per le ragioni sopra indicate, non possono essere ritenute estranee alla prova.

L’art. 28 del CCNL 29.11.2007, dopo aver richiamato i principi dettati dal Regolamento sull’autonomia didattica, stabilisce che “gli obblighi di lavoro del personale docente sono articolati in attività di insegnamento ed in attività funzionali alla prestazione di insegnamento. Prima dell’inizio delle lezioni il dirigente scolastico predispone, sulla base delle eventuali proposte degli organi collegiali il piano annuale delle attività e i conseguenti impegni del personale docente, che sono conferiti in forma scritta e che possono prevedere attività aggiuntive”, attività che, quindi, non esulano dagli obblighi assunti dal docente titolare della cattedra.

Sempre in armonia con la legislazione che demanda alle istituzioni scolastiche la programmazione dell’azione didattica ed educativa i CCNL succedutisi nel tempo hanno previsto che le attività aggiuntive devono essere deliberate in coerenza con il piano dell’offerta formativa, che, a sua volta, può essere estesa in relazione alle esigenze provenienti dal territorio e non rimanere limitata all’istituto scolastico di assegnazione (significative in tal senso sono già le disposizioni del D.P.R. n. 275 del 1999, artt. 6 e 7).

Le attività aggiuntive nella materia di insegnamento, assegnate in coerenza con il piano dell’offerta formativa, con il consenso dell’insegnante e nel rispetto della normativa contrattuale, non possono, quindi, essere ritenute estranee all’ambito delle mansioni proprie del profilo docente, sicché nulla esclude che le stesse possano essere legittimamente assegnate all’assunto in prova, senza che per ciò solo risulti compromessa la funzione propria dell’esperimento.

4.3. Alle considerazioni che precedono, già assorbenti, si deve aggiungere che la Corte territoriale, all’esito dell’accertamento di fatto non censurabile in questa sede, ha ritenuto che la valutazione negativa “ha investito anche ed essenzialmente la certamente prevalente attività di docenza di violoncello presso l’Istituto V. di Bellano” ed ha riportato ampi stralci della relazione del dirigente scolastico nonché di quella redatta all’esito della verifica ispettiva per evidenziare che il giudizio era stato espresso principalmente apprezzando l’ordinaria attività didattica nella scuola secondaria nonché il modo di porsi della docente nelle relazioni con gli alunni e le famiglie.

Così ragionando il giudice d’appello non si è discostato dal principio di diritto affermato da questa Corte secondo cui non ogni difformità dalle pattuizioni, quanto alle mansioni, integra un inadempimento tale da incidere sulla legittimità del recesso, occorrendo invece che l’assegnazione in via continuativa di ulteriori funzioni comporti, per il rilievo qualitativo o quantitativo di queste ultime, che si debba considerare sostanzialmente mutato l’oggetto complessivo della prestazione o che “risulti la potenziale incidenza delle ulteriori mansioni sul giudizio del datore di lavoro, per la natura delle stesse (per esempio, perché esse richiedano capacità diverse o maggiori) oppure per la loro influenza sulle condizioni di espletamento delle mansioni originariamente previste” (Cass. n. 15432/2001).

Il giudice di merito ha escluso che nella fattispecie il giudizio negativo sia stato condizionato dalla prestazione aggiuntiva, sicché, anche sotto tale profilo, va esclusa la fondatezza della censura.

5. Il secondo motivo è inammissibile nella parte in cui denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.M. n. 850 del 2015 ed infondato per il resto.

L’art. 1, comma 118, della richiamata L. n. 107/2015, non ha conferito al Ministro competente la legittimazione alla produzione di norme giuridiche secondarie sulle modalità di espletamento della prova, ma ha solo inteso attribuire all’amministrazione centrale un potere di direttiva, che limita l’autonomia delle singole istituzioni scolastiche, al fine di garantire la necessaria uniformità in una materia che, da un lato, rientra fra quelle rimaste riservate al Ministero ai sensi del D.P.R. n. 275 del 1999, art. 15, lett. b), dall’altro, quanto ai tempi ed ai modi dell’esperimento e della formazione, coinvolge direttamente i singoli dirigenti scolastici (cfr. in fattispecie analoga C.d.S. atti norm. n. 137/2008).

Ai sensi della L. n. 400 del 1988, art. 17 con decreto ministeriale possono essere adottati regolamenti nelle materie di competenze del Ministro “quando la legge espressamente conferisca tale potere” ed in tal caso il decreto deve recare la denominazione “regolamento”, deve essere adottato previo parere del Consiglio di Stato, deve essere sottoposto al visto ed alla registrazione della Corte dei Conti ed infine deve essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Le richiamate condizioni non ricorrono nella fattispecie (il D.M. non reca la dizione regolamento, non è stato sottoposto al parere del Consiglio di Stato, non è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) sicché, esclusa la natura normativa, del decreto non può essere denunciata la violazione ex art. 360 c.p.c., n. 3 e valgono i medesimi principi affermati in relazione alla violazione delle circolari e delle direttive che, si è detto, non contengono norme di diritto e sono riconducibili alla categoria degli atti unilaterali negoziali o amministrativi con la conseguenza che la loro interpretazione costituisce un apprezzamento di fatto, istituzionalmente riservato al giudice del merito, sindacabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole di ermeneutica contrattuale (Cass. n. 18723/2016; Cass. n. 8296/2006; Cass. n. 4942/2004; Cass. n. 1114/2002).

5.1. Si è già evidenziato che l’art. 2096 c.c. non è applicabile all’impiego pubblico contrattualizzato (si rinvia alle pronunce citate al punto 4.1) e che la L. n. 107 del 2015 ed il D.Lgs. n. 297 del 1994 richiedono per il valido esperimento della prova un periodo minimo di 180 giorni.

L’art. 440 del richiamato decreto prescrive, poi, che “l’anno di formazione ha inizio con l’anno scolastico e termina con la fine delle lezioni”, non delle attività didattiche, sicché del tutto inconferente è il richiamo alla L. n. 124 del 1999, art. 4, che non si riferisce alla durata della prova, bensì a quella delle supplenze temporanee.

Non è in discussione che nella fattispecie il servizio sia stato reso per più di 180 giorni e la stessa ricorrente riconosce che le lezioni erano terminate l’8 giugno, di talché si deve escludere l’asserita illegittimità del recesso, che la B. deduce facendo leva sulla circostanza che il parere del comitato di valutazione, non il provvedimento finale del dirigente scolastico, sarebbe intervenuto il 28 giugno, quando ancora il periodo di formazione doveva essere, a suo dire, in corso.

6. Inammissibile è la terza censura perché, quanto alla violazione del D.M. n. 850 del 2015, art. 14, valgono le considerazioni sopra esposte, e, per il resto, il motivo sollecita una revisione dell’accertamento di fatto, non consentita in sede di legittimità.

A seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 ad opera del D.L. n. 83 del 2012, nel giudizio di cassazione, in relazione all’apprezzamento delle risultanze processuali, rileva solo l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, oltre ad avere carattere decisivo. L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie e neppure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito dà luogo ad un vizio rilevante nel giudizio di legittimità (Cass. S.U. n. 8053/2014; Cass. S.U. n. 9558/2018; Cass. S.U. n. 33679/2018; Cass. S.U. n. 34476/2019).

La Corte territoriale ha valutato il fatto storico del quale la ricorrente lamenta l’omesso esame e ha ritenuto di dovere escludere l’asserita ignoranza del contenuto del provvedimento di mancato superamento del primo anno di prova alla luce della documentazione prodotta, dalla quale emergeva che il successivo percorso formativo era stato “adeguatamente concordato attraverso un costante confronto con la stessa appellante”.

La censura, oltre a risolversi in una critica all’accertamento di fatto compiuto dal giudice d’appello, non coglie pienamente la ratio della decisione, perché trascura del tutto il riferimento ai rapporti intercorsi fra il tutor, il dirigente scolastico e l’appellante, inserito nella motivazione della sentenza all’evidente fine di sottolineare che proprio quella costante interlocuzione, intervenuta nel secondo anno di prova, era sufficiente a dimostrare la piena consapevolezza da parte della B. dell’esito negativo della prima valutazione.

7. Ad analoghe conclusioni si giunge quanto al quarto, al quinto ed al sesto motivo di ricorso, che denunciano tutti l’omessa pronuncia su motivi di appello con i quali erano state reiterate specifiche censure inerenti la non regolarità della prova e l’inadeguatezza della formazione ricevuta nel periodo dell’esperimento.

Questa Corte ha già affermato, ed il principio deve essere qui ribadito, che “non ricorre il vizio di omessa pronuncia di una sentenza di appello quando, pur non essendovi un’espressa statuizione da parte del giudice in ordine ad un motivo di impugnazione, tuttavia la decisione adottata comporti necessariamente la reiezione di tale motivo, dovendosi ritenere che tale vizio sussista solo nel caso in cui sia stata completamente omessa una decisione su di un punto che si palesi indispensabile per la soluzione del caso concreto” (Cass. n. 15255/2019).

La Corte territoriale, dopo avere dato atto dei plurimi motivi di appello formulati dalla B., ponendo ciascuno in correlazione con la motivazione della sentenza di prime cure (a pag. 5 si riporta il motivo inerente la mancata comunicazione del provvedimento con il quale era stata disposta la rinnovazione dell’anno di prova; alle pagine 6 e 7 si fa riferimento all’obbligo di formazione ed alla censura secondo la quale l’obbligo non sarebbe stato assolto quanto alla scuola primaria; a pag. 8 si fa espresso riferimento alla programmazione annuale ed alla motivazione del provvedimento con il quale era stata disposta la proroga della prova), li ha esaminati e valutati unitariamente ritenendo che le numerose censure, per lo più di natura formale, non fossero “tali da inficiare la validità del licenziamento impugnato al quale l’Amministrazione è pervenuta all’esito di un percorso formativo comunque congruo e nel corso del quale sono intervenuti….atti e relazioni rese da soggetti diversi che convergono circa una valutazione negativa dell’operato della docente”.

Si tratta di una motivazione complessivamente riferita a tutti i motivi di impugnazione, sicché non è ravvisabile il denunciato vizio di omessa pronuncia, che non ricorre nel caso in cui, seppure manchi una specifica argomentazione, la decisione comporti il rigetto della pretesa (cfr. fra le tante Cass. n. 12652/2020 e Cass. n. 2151/2021). Il giudice del merito, infatti, non è tenuto ad esaminare espressamente e singolarmente ogni allegazione, prospettazione ed argomentazione delle parti, atteso che ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4 è necessario e sufficiente che esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, con la conseguenza che si devono ritenere disattesi per implicito tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo seguito.

8. In via conclusiva il ricorso deve essere rigettato.

Non occorre statuire sulle spese del giudizio di legittimità perché il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è rimasto intimato.

Al riguardo rileva il Collegio che il controricorso, al quale la ricorrente replica con la memoria ex art. 378 c.p.c., non risulta depositato nel rispetto dei termini e delle forme prescritte dall’art. 370 c.p.c., né si rinviene negli atti del fascicolo d’ufficio, sicché, anche sulla base di quanto annotato nel registro generale, si deve ritenere il Ministero non costituito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dalla ricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA