Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32724 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 01/07/2021, dep. 09/11/2021), n.32724

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4731-2020 proposto da:

L.T., alias H.T., domiciliato in ROMA PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato CHIARA BELLINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona sezione di

Padova, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici

domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 5394/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 29/11/2019 R.G.N. 1425/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/07/2021 dal Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. La Corte di appello di Venezia, con la sentenza n. 5394 del 2019, ha confermato il provvedimento emesso dal Tribunale della stessa sede con il quale era stata respinta la domanda di protezione internazionale ed umanitaria, proposta da L.T., cittadino della Costa d’Avorio.

2. Il richiedente aveva dichiarato, in sintesi, di avere lasciato il proprio paese perché entrato in urto con lo zio che pretendeva la consegna di non meglio precisati documenti lasciati dal padre deceduto e necessari per amministrare la casa; aveva poi precisato, innanzi al Tribunale, di essere stato coinvolto anche in un conflitto politico e che il fratello maggiore, designato dal padre quale erede, era morto successivamente alla stesura del testamento ma prima del decesso del padre; aveva, infine, affermato di non volere rientrare in Costa d’Avorio per il timore di essere ucciso dallo zio.

3. A fondamento della decisione la Corte di merito, premessa la inattendibilità delle dichiarazioni costituite da circostanze più disparate, ha rilevato che si trattava, in sostanza, di una vicenda non meritevole della chiesta protezione internazionale; inoltre, ha escluso che nelle regioni dello Stato di provenienza (Costa d’Avorio) vi fosse una situazione tale da concretizzare una minaccia grave ed individuale alla vita e alla persona del richiedente per come derivante dalla violenza indiscriminata in condizioni di conflitto interno o internazionale; infine, ha evidenziato la mancanza di allegazioni circa i presupposti per concedere la protezione umanitaria.

4. Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione T.L. affidato a tre motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito, al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione delle norme che disciplinano i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria: D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. e), artt. 5, 7 e 14 (per lo status di rifugiato e di persona avente diritto alla protezione sussidiaria); D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, comma 1, lett. c-ter) (per la protezione umanitaria). Deduce, in sostanza, una errata valutazione, da parte della Corte territoriale, dei presupposti per il riconoscimento delle chieste protezioni non essendo state esaminate correttamente le vicende personali di esso richiedente e le effettive condizioni socio-politiche in Costa d’Avorio.

3. Con il secondo motivo si censura la violazione, anche quale vizio di motivazione, su un punto decisivo della controversia oggetto di discussione tra le parti, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. a) ed e), in punto di onus probandi, cooperazione istruttoria in capo al giudice e criteri normativi di valutazione degli elementi di prova e delle dichiarazioni rese dai richiedenti nei procedimenti di protezione internazionale, per non avere la Corte di merito ottemperato ai suoi doveri officiosi di cooperazione sulla verifica della credibilità del racconto, limitandosi a ritenerlo non plausibile senza alcun riscontro sulla reale situazione della Costa d’Avorio.

4. Con il terzo motivo il ricorrente si duole della violazione del principio di “non refoulement” di cui agli artt. 3 CEDU e 33 Convenzione di Ginevra per avere la Corte di merito, confermando l’ordinanza di primo grado, disatteso il principio in oggetto.

5. I primi due motivi, da trattar’ congiuntamente per connessione, sono fondati e vanno accolti per quanto di ragione.

6. In primo luogo, va evidenziato che la Corte di merito ha ritenuto la inverosimiglianza del racconto affidandosi ad una mera opinione soggettiva, quando invece è stato affermato, in sede di legittimità, con un orientamento cui si intende dare seguito, che la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente deve essere il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri obiettivi ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, e tenendo conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente (di cui all’art. 5 comma 3 lett. c) del D.Lgs. cit.), senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto (Cass. n. 2956/ 2020; Cass. n. 13257/2020).

7. In secondo luogo, deve precisarsi che il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, una volta assolto da parte del richiedente asilo il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale nella quale siano presenti aspetti contraddittori che ne mettano in discussione la credibilità, in quanto è finalizzato proprio a raggiungere il necessario chiarimento su realtà e vicende che presentano una peculiare diversità rispetto a quelle di altri paesi e che, solo attraverso informazioni acquisite da fonti affidabili, riescono a dare una logica spiegazione alla narrazione del richiedente (Cass. n. 3016/2019; Cass. n. 24010/2020).

8. In terzo luogo, va osservato che il riferimento operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 alle “fonti informative privilegiate” deve essere interpretato nel senso che è onere del giudice specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità di tale informazione rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (Cass. n. 13255/2020).

9. Nel caso in esame, come detto, la Corte ha operato una valutazione di non credibilità su considerazioni soggettive, senza alcun riferimento alla procedimentalizzazione legale prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e valorizzando, invece, soprattutto i profili di contraddittorietà ed illogicità del racconto.

10. Avrebbe dovuto, invece, riscontrare quanto dichiarato dal richiedente con elementi oggettivi, acquisibili attraverso una adeguata istruttoria, sia con riguardo alle ipotizzate violenze e/o minacce subite ad opera dello zio (nell’ambito cioè di un contesto familiare), sia relativamente al fatto che la polizia, pur coinvolta, aveva ritenuto la vicenda di natura privata senza offrire, quindi, adeguata tutela.

11. Tali accertamenti avrebbero senza dubbio potuto rilevare, ai fini della valutazione sulla credibilità delle dichiarazioni, sotto il profilo della coerenza esterna del narrato.

12. Inoltre, quanto alla situazione del Paese di origine, deve osservarsi quanto segue.

13. E’, infatti, noto, che la Corte penale internazionale, con sentenza del 15 gennaio del 2019 -le cui motivazioni sono state depositate il 16 luglio 2019- ha assolto il dittatore Gbagbo da tutte le accuse di crimini contro l’umanità che gli erano state contestate; il verdetto è stato riconosciuto lo stesso 15 gennaio 2019 (molto prima della sentenza impugnata). Il Tribunale, con sede all’Aja, in Olanda, ha disposto anche la immediata scarcerazione dell’ex Capo di Stato, di 73 anni, così come si evince dal sito della BBC. Gbagbo, che ha guidato il Paese dell’Africa occidentale dal 2000 al 2011, era stato arrestato nell’aprile del 2011 nel bunker della sua residenza ad Abidjan dalle milizie del suo rivale Alassane Ouattara con l’aiuto delle forze dell’ONU e francesi della missione “Liocorne”. Gbagbo era il primo ex capo di Stato ad essere portato davanti alla CPI. Come ricorda Le Monde, Gbagbo era stato accusato assieme all’ex ministro della Gioventù, Charles Ble’ Goude’, che è anche egli stato prosciolto, di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidi, stupri e persecuzioni, commessi durante le violenze post-elettorali che si sono prodotte nel Paese tra dicembre 2010 e aprile 2011 in seguito al rifiuto di Gbagbo di accettare la sconfitta nelle presidenziali del dicembre 2010 (nelle violenze tra le due fazioni morirono più di 3.000 persone) (cfr. Cass. n. 932/2021).

14. In sede di legittimità è stato affermato che è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei propri poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile ad una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base di un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (Cass. n. 17075/2018; Cass. n. 28990/2018).

15. Nella fattispecie, la Corte non ha tenuto conto delle notizie relative alla situazione aggiornata della Costa D’Avorio, non risultando sufficiente il richiamo alle fonti che non avevano preso in considerazione l’assoluzione del precedente capo di Stato, come sopra riportata: ciò anche ai fini di un corretto inquadramento del contesto socio-politico dello Stato di origine del richiedente e della possibilità di offrire idonea tutela rispetto alla vicenda narrata, con riguardo anche alla funzionalità del sistema giudiziario e di polizia.

16. Ne consegue la violazione delle denunciate violazioni di legge di cui ai primi due motivi, con assorbimento della trattazione del terzo.

17. Alla stregua di quanto esposto, il ricorso deve essere accolto per quanto di ragione e l’impugnata sentenza va cassata con rinvio alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame attenendosi ai principi sopra menzionati e provvedendo, altresì, sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi, assorbito il terzo; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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