Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32680 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32680

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7406-2019 proposto da:

COOP ALLEANZA 3.0 SOCIETA’ COOPARATIVA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente principale –

T.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A-LESSANDRIA

119, presso lo studio dell’avvocato FRANCO CICCHIELLO, rappresentata

e difesa dagli avvocati GIANCARLO MOROSINI, FRANCESCO BATTAGLIA;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

contro

COOP ALLEANZA 3.0 SOCIETA’ COOPARATIVA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente principale – controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 4/2019 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 09/01/2019 R.G.N. 306/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/06/2021 dal Consigliere Dott. LEONE MARGHERITA MARIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di appello di Ancona con la sentenza n. 4/2019 aveva rigettato il reclamo proposto da Coop Alleanza 3.0 soc. coop. Avverso la decisione con cui il tribunale locale aveva a sua volta rigettato il reclamo della stessa cooperativa e confermato la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato a T.G. (con lettere del 16 febbraio 2017 e 28 marzo 2017) con il riconoscimento della tutela reintegratoria e risarcitoria di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, come novellato dalla L. n. 92 del 2012.

La Corte territoriale aveva ritenuto che i fatti contestati alla T., consistenti nell’aver autorizzato in due distinte occasioni, nella sua qualità di direttore del supermercato sito in Riccione, la vendita di importanti quantitativi di champagne ed altri prodotti in offerta ad imprenditori soci della cooperativa, in violazione della normativa aziendale diretta a d evitare accaparramenti, non fossero tali da costituire inadempimento degli obblighi contrattuali e delle disposizioni aziendali.

In particolare il giudice d’appello all’esito della valutazione delle risultanze istruttorie, aveva ritenuto esistente una prassi aziendale che consentiva la vendita massiccia all’ingrosso dei prodotti “in offerta”, ai Soci esercenti attività di ristorazione o comunque di impresa, e che pertanto la autorizzazione della T. alla vendita in tal senso, era estranea ai divieti aziendali sull’accaparramento, essendo questo destinato a riguardare solo i prodotti esposti negli scaffali “sottocosto” e non i prodotti in offerta detenuti in magazzino (come quelli in esame).

Avverso detta statuizione la Coop. Alleanza 3.0 Soc. Coop. proponeva ricorso affidato a due motivi cui resisteva T.G. con controricorso anche contenente ricorso incidentale, cui resisteva la società con controricorso sul ricorso incidentale, anche depositando successiva memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1) Con il primo motivo di ricorso principale la Società deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 191 del CCNL Distribuzione Cooperativa, art. 2119 c.c. e L. n. 300 del 1970, art. 18 (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per aver, la Corte di Ancona, affermato che il difetto di dolo o colpa grave comporti l’applicazione della tutela reintegratoria per insussistenza del fatto contestato.

La società lamenta la erroneità delle argomentazioni svolte dal Giudice circa il contenuto della norma collettiva (art. 191 CCNL) dalla quale avrebbe desunto come la perdita del vincolo fiduciario derivi da comportamenti in cui sia notevole l’intensità dell’elemento soggettivo che accompagna la condotta. Contesta il diretto nesso, a suo dire affermato dal giudice, tra assenza di dolo o colpa grave e insussistenza del fatto contestato, e rileva come, invece, la definitiva rottura del vincolo fiduciario sia ricollegata a cause e comportamenti di gravità tale che non consente il proseguimento del rapporto di lavoro.

La Corte territoriale, all’esito dell’esame delle dichiarazioni dei testi escussi, aveva ricollegato l’assenza del rilievo disciplinare del fatto contestato alla assenza di prova su comportamenti violativi di norme contrattuali o del codice etico. In particolare aveva rilevato che le dichiarazioni della teste Brighenti attestavano l’esistenza di una prassi aziendale circa la vendita massiccia all’ingrosso, in misura eccedente il fabbisogno familiare, di prodotti in offerta ai Soci esercenti attività di ristorazione o comunque titolari di una impresa.

Da tale accertamento la Corte faceva derivare la esclusione della rilevanza disciplinare del fatto addebitato alla T. in quanto assente l’inadempienza ai doveri aziendali e contrattuali e dunque insussistente il fatto contestato nella nozione che di esso ha dato questa Corte di legittimità (Cass. n. 12102/2018).

L’assunto decisionale, al di là delle ulteriori argomentazioni utilizzate dal Giudice d’appello, risulta coerente con i principi di questa Corte secondo cui “In tema di licenziamento individuale per giusta causa, l’insussistenza del fatto contestato, che rende applicabile la tutela reintegratoria ai sensi dell’art. 18, comma 4, st. lav., come modificato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 42, lett. b), comprende anche l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità” (Cass. n. 3655/2019). E’ stato chiarito che l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, ai fini della pronuncia reintegratoria di cui al D.Lgs. n. 23 del 2015, art. 3, comma 2, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento, comprende non soltanto i casi in cui il fatto non si sia verificato nella sua materialità, ma anche tutte le ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, non abbia rilievo disciplinare (Cass. n. 12174/2019; Cass. n. 12102/2018).

La coerenza dell’accertamento di un fatto privo di rilievo disciplinare con la decisione di escluderne la illiceità alla luce dei principi posti, rende infondato il motivo.

2) La seconda censura deduce la violazione degli artt. 2104,2105,2106,2119,2697 e 2511 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 18 (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n 3), per aver, la Corte d’appello erroneamente escluso la rilevanza dei fatti addebitati sotto il profilo disciplinare con conseguente errata applicazione della tutela reintegratoria per difetto del fatto materiale. La società si duole della valutazione della Corte circa la rilevanza della condotta poiché la lavoratrice aveva autorizzato la vendita di prodotti in rilevante quantità e quindi in contrasto con la natura cooperativistica della società e con il divieto di favorire in modo smisurato taluni soci in danno di altri.

Motivo è inammissibile poiché nasconde, sotto una denunciata violazione di legge, una richiesta di nuova valutazione sul comportamento oggetto di contestazione, già espressa dalla corte di merito, peraltro, come detto, in coerenza con i principi sopra evidenziati (Cass. nn. 8758/01718721/2018).

Ricorso incidentale:

3) Con un solo motivo la T. denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame dell’appello incidentale con cui la lavoratrice aveva richiesto che la Corte di appello si pronunciasse su entrambi i licenziamenti irrogati dalla società, aventi ad oggetto il medesimo comportamento tenuto in distinte circostanze.

Il motivo è inammissibile poiché la tipologia del vizio denunciato ha riguardo all’omesso esame di una circostanza di fatto con caratteristiche di decisività rispetto al diverso esito della controversia. Sul punto questa Corte ha infatti chiarito che “In tema di ricorso per cassazione, integra un vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., in L. n. 134 del 2012, l’omesso esame di un fatto storico, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti ed abbia carattere decisivo, ossia idoneo a determinare un esito diverso della controversia” (Cass.n. 16703/2018; Cass. n. 6150/21).

Il chiaro riferimento ad un “fatto storico” con capacità determinante rispetto ad una diversa decisione deve far escludere dall’ambito di tale tipologia di censura la denunciata omissione di esame di una domanda ritenuta priva della valutazione del giudice; si tratta di doglianza estranea al perimetro dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Deve peraltro ulteriormente rilevarsi che la sentenza impugnata richiama entrambi i licenziamenti che, irrogati per la medesima ragione, risultano comunque trattati congiuntamente dal Giudice d’appello.

Il ricorso incidentale è pertanto inammissibile.

Attesa la reciproca soccombenza, le spese vanno interamente compensate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale; dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Compensa interamente le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quello incidentale dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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